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Politiche e organizzazione della salute mentale in stallo, ecco perché

di Andrea Angelozzi

10 APR -

Gentile Direttore,
nel progressivo impoverimento della sanità, stretta fra riduzione delle risorse per le strutture pubbliche e apertura ai privati, la posizione della salute mentale è del tutto particolare. E questa particolarità si traduce in una sua particolare fragilità, dove si fatica ad intravvedere orizzonti possibili.

Il primo problema è che i servizi di salute mentale di fatto rappresentano quello che la sanità ha sempre proposto come modello ma mai realizzato. Infiniti piani sanitari hanno declinato la importanza di una lavoro sul territorio, ove l’ospedale rappresenta l’ultima risorsa e non la prima, ma di fatto hanno realizzato ben poco in quella direzione. Anche attualmente, lo svilimento della medicina di base e l’operazione di apertura puramente edilizia delle case di comunità ci confermano che la promessa di ridurre i posti ospedalieri a favore di una medicina di comunità è stata solo una operazione di tagli per esigenze contabili.

I Dipartimenti di Salute Mentale di fatto sono le uniche strutture che hanno cercato di utilizzare l’ospedale come uno dei tanti momenti di un percorso di cura che doveva soprattutto avvenire fuori dai nosocomi. La loro esistenza ci dice, da una parte, che una medicina di questo tipo è possibile, ma dall’altra rappresenta una operazione di costruzione ed integrazione di servizi, incomprensibile e troppo complessa se si deve essere attenti solo a fare quadrare il budget della ASL o della Regione a fine mese.

Il secondo problema è che l’operazione di privatizzazione, che risolve per scorciatoia problemi ed interessi, si può applicare solo parzialmente alla salute mentale. Possono essere remunerative le strutture residenziali e semiresidenziali, ma lo sono molto meno i reparti di degenza nel momento in cui dovessero occuparsi di tutte le patologie mentali, comprese anche le urgenze ed i trattamenti obbligatori.

E lo sarebbero ancor meno Centri di Salute Mentale che devono poter rispondere anche alla urgenza ed alla domiciliarità, che richiedono la collaborazione di tante professionalità e soprattutto una faticosa e dispendiosa integrazione con le tante altre agenzie socio sanitarie e la realtà della comunità. E’ un modo di lavorare che sfugge ad una logica prestazionale e risponde di più al concetto di servizio che di profitto. Penso sempre che perfino i cinesi, che non hanno dubbi nel comprare anche il bar più isolato, ma non sarebbero disponibili a fare una offerta per gestire un CSM.

Il terzo punto è il mandato sociale, che fa obbligo a questi servizi di esserci e di essere pubblici, ma, appunto, solo di avere queste due caratteristiche. Quello che avviene al loro interno, la qualità dei percorsi ed il loro esito alla fine è la parte meno rilevante rispetto alla loro mera esistenza. Duole dirlo, ma la parte che sembra importare di più, nella attuale esistenza dei servizi, è la targa all’ingresso che ne certifica l’esistenza. Poi, che siano fittizi per risorse, per personale, per orari ed attività è del tutto ininfluente. Non a caso, rimangono aperte strutture totalmente difformi nei requisiti e standard rispetto alle norme di autorizzazione ed accreditamento, e questo per il semplice fatto che la loro esistenza deve continuare a figurare.

L’ultimo punto è la complessità del concetto di salute mentale che consente di pensare illusoriamente che i singoli pezzi possano essere gestiti da soggetti pubblici diversi. Ed ecco il fiorire di iniziative per psicologhi nelle scuole, presso il MMG, presso i Comuni, sportelli vari per vari problemi, che sono iniziative lodevoli, ma si legano a due problemi: da una parte l’illusione di poter frammentare un percorso che ha senso se rimane unitario, e di poter delegare ad altri soggetti pubblici quello che la sanità non riesce a fare all’interno del SSN, facendo finta che quelle deleghe minimaliste siano una soluzione ai problemi ben più vasti della tutela della salute mentale di una popolazione.

Tutto questo ha un effetto paralizzante sulle politiche e la organizzazione della salute mentale, che rimane schiacciata fra il calare delle risorse pubbliche ed il permanere di un obbligo di simulare che il modello originario continui ad esistere.

È quasi passato un anno da quando è stata uccisa Barbara Capovani ed è stata insediato il nuovo Tavolo Ministeriale sulla Salute Mentale. Non sono a conoscenza - ma forse è una mia disattenzione - di alcun provvedimento che abbia comprovato nei fatti quella particolare attenzione al problema che avevamo sentito da tutte le parti.

A meno che la attenzione non sia fare tavoli, ministeriali, regionali, locali, per esaminare per la ennesima volta problemi che si conoscono da 40 anni. Manca solo istituire tavoli per capire quali nuovi tavoli istituire o perché i tavoli non funzionano, ed il quadro è perfetto.

Anche se mi rimane il dubbio che questo non funzionamento sia la loro funzione e, in maniera analoga all’epoca d’oro dello spiritismo, il loro compito sia produrre attenzione e risorse solo sotto una evanescente forma ectoplasmatica.

Andrea Angelozzi
Psichiatra



10 aprile 2024
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