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Perché serve una riforma anche per la Sanità Militare

di Antonio Gentile

17 MAG - Gentile Direttore,
l’intervento della Sanità militare sul fronte COVID – 19 ha visto il suo impiego in tutte le regioni d’Italia a sostegno delle strutture sanitarie ospedaliere, territoriali e delle RSA. Gli Infermieri, i medici e i Tecnici delle professioni sanitarie hanno lottato fianco a fianco, dall’interno delle loro tute e dietro alle loro visiere e mascherine, con i colleghi del SSN. Accomunati tutti dalla professionalità e dalle elevate competenze spese senza risparmio di energie verso il comune obiettivo di resistere e sconfiggere il micidiale nemico invisibile che ha colpito il nostro Paese.
 
Questo periodo di crisi ci ha fatto mettere in discussione i modelli organizzativi e gestionali della Sanità civile, ma, anche per quel che riguarda la Sanità militare, il sistema che già appariva superato e insufficiente a garantire un’assistenza di qualità all’altezza dei più moderni sistemi, ha dimostrato le sue carenze e la sua frammentazione nei quattro differenti servizi sanitari di ciascuna delle Forze armate e dell'Arma dei carabinieri.
 
I compiti istituzionali della Sanità militare sono di elevatissimo valore e comportano grandi responsabilità. Essa ha infatti il compito primario di assicurare l'assistenza sanitaria in operazioni e in addestramento, sia all'interno che al di fuori del territorio nazionale, nonché di concorrere all'assistenza e al soccorso della collettività nazionale e internazionale nei casi di pubbliche calamità come sta accadendo per la grave pandemia da coronavirus.
 
Tuttavia, pur salvaguardando la sua peculiarità e specificità, la Sanità militare non può esimersi dal garantire i principi normativi, etici e deontologici che sono alla base di qualsiasi attività di assistenza erogata ai cittadini in Italia e all’estero e regolamentati dalle leggi dello Stato; non si può prescindere dal fatto che le cure debbano corrispondere alle linee guida e alle evidenze scientifiche internazionali; che debbano essere garantiti i Livelli Essenziali di Assistenza previsti; che i professionisti sanitari, che rappresentano la risorsa fondamentale del sistema, debbano corrispondere ai criteri riconosciuti dal Ministero della Salute; che debbano essere adeguatamente inquadrati, formati e debbano avere le competenze per garantire un’assistenza ai più alti livelli di qualità.
 
La scelta fatta di mantenere la competenza della Stato sulla organizzazione sanitaria militare e sui servizi sanitari istituiti per le Forze armate, in ossequio al disposto dell'art. 117, comma 2, lettera d) della Costituzione, impegna lo Stato a garantire un servizio che risponda con efficacia ed efficienza ai bisogni assistenziali dei cittadini con le stellette e ai civili, sempre, in ogni luogo e in qualsiasi situazione.
 
Per affrontare i problemi strutturali e organizzativi venuti a galla anche in questa emergenza, serve una vera riforma di struttura che incida sul sistema e sulle sue malattie storiche, partendo dalla valorizzazione degli uomini e delle donne che la rappresentano e la supportano; un’integrazione reale in senso interforze; il potenziamento e la salvaguardia delle peculiari funzioni e capacità come sanità militare; l’osmosi proattiva tra questa e il Servizio Sanitario Nazionale anche al fine di renderla complementare e prontamente integrabile nel momento in cui sia chiamata nella IV missione ad intervenire in soccorso delle libere istituzioni e dei cittadini sul territorio nazionale in caso di calamità.
 
L’errore che non bisogna correre è di limitarsi a mettere delle toppe o a fare un ulteriore maquillage solo esteriore di una così importante istituzione. Sarebbe un po’ come sprecare ciò che la crisi ci ha lasciato in termini di vite umane e ridurla ai sui aspetti tecnici e affogarla nel solito vecchio pensiero di cui si è prigionieri da decenni che è quello del miglioramento senza cambiamento, di intervenire sugli effetti ultimi, senza andare alle cause profonde.
 
La Sanità Militare va ripensata non perché c’è il coronavirus ma solo perché il coronavirus ha confermato in modo indiscutibile la necessità di una riforma del sistema. Questa crisi non va sprecata ma bensì deve essere lo spunto di un atto di emancipazione, di riscatto, l’affermazione del “diritto alla salute” per tutti i cittadini, anche per quelli con le stellette. Si tratta di ripensare la Sanità militare a partire dalla ridefinizione dei valori etici, sociali, politici alla luce del progresso della scienza e delle nuove organizzazioni che il SSN e la NATO si sono dati per garantire prestazioni di qualità in Italia e nei Role 1, 2, 3 e Field Hospital nei Teatri Operativi all’estero.
 
Serve creare un sistema fluido come già da tempo si sta sperimentando anche all’estero dove il livello di ambizione condiviso dalla NATO e dalla UE ha focalizzato obiettivi in termini qualitativi di capacità operativa e di priorità che orientano ogni singola nazione a perseguire i risultati da ottenere in teatro, nel rispetto dell’impegno assunto da parte dei Servizi sanitari militari delle Nazioni a promuovere la salute e contribuire al successo delle operazioni, assicurando un’assistenza sanitaria dagli standard qualitativi elevati sovrapponibili a quelli erogati in Patria e garanti della Best clinical practice
 
Da una vicenda drammatica come quella che stiamo vivendo dobbiamo trarre questi utili insegnamenti, in modo da essere più pronti e reattivi in futuro. Il lavoro da fare, anziché puntare a ricostruire una vecchia normalità, è di puntare a costruire un’altra normalità, un’altra idea di Sanità militare, di medicina militare e di professioni sanitarie militari.

Dott. Antonio Gentile
Responsabile unità professioni sanitarie 
Forze armate e di polizia

 


17 maggio 2020
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