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Epatite C. Se curassimo tutti risparmi di 10/11 mila euro a paziente.  Ma intanto le Regioni stanno già esaurendo i fondi

di Gennaro Barbieri

La stima è del professor Mennini di Tor Vergata. A confronto esperti e pazienti in un meeting promosso da Abbvie. Ma i malati lanciano l'allarme: “Molte amministrazioni regionali stanno per finire le risorse, mettendo a rischio il trattamento per i pazienti”- “Priorità è stabilire quanti sono in Italia i pazienti eleggibili per trattamenti antivirali”

03 SET - I nuovi farmaci contro l’Hcv hanno innescato un acceso dibattito all’interno della sanità italiana, con gli stakeholders chiamati a confrontarsi sulle effettive possibilità di eradicazione della malattia e sulle fisiologiche esigenze di sostenibilità del sistema. Nel frattempo, però, le associazioni dei pazienti mettono in guardia sui rischi nell’immediato. Per Ivan Gardini, presidente di Epa C Onlus, “molte amministrazioni regionali stanno per finire le risorse, mettendo in pericolo il trattamento per i pazienti. E’ inammissibile mettere in discussione il Fondo per i farmaci innovativi, ma in Conferenza delle Regioni questa ipotesi è stata purtroppo già ventilata”. Anche perché si tratta di un investimento in grado di garantire un sicuro ritorno, in termini economici e di salute. E’ quanto emerge da uno studio dell’Università di Tor Vergata, pubblicato su Global and Regional Health Technology Assessment. Sono i principali spunti emersi nel corso del convegno ‘E’ possibile un futuro senza Epatite?”, promosso da Abbvie presso la sede di Campoverde di Aprilia.

“E’ fondamentale valutare attentamente i costi sostenuti sino a oggi per farmaci e terapie che in molti casi non hanno sortito l’effetto sperato – ha spiegato, Francesco Saverio Mennini, che ha coordinato lo studio di Tor Vergata – Abbiamo calcolato che questi costi, tra diretti e indiretti, superano il miliardo di euro l’anno, cui bisognerebbe aggiungere le spese successive per Inps e Inail. Il nodo è mettere sul piatto della bilancia costi incrementali e benefici incrementali. Se tutti fossero trattati con i nuovi farmaci, già a partire dal 2018, si otterrebbe un risparmio per paziente di 10-11mila euro in un anno. Nel 2020 si arriverebbe a 13mila e nel 2025 a oltre 14mila. Il break heaven, il punto di pareggio, si concretizzerebbe comunque nel 2020. Anche perché i prezzi del trattamento si riducono di anno in anno”.

La priorità resta comunque quella di elaborare e fornire cifre certe. “Bisogna prima di tutto stabilire quanti sono in Italia i pazienti eleggibili per trattamenti antivirali – ha sottolineato Gardini – Tra circa un mese e mezzo presenteremo i numeri in questo senso e, a quel punto, servirà un piano di programmazione pluriennale per i 320 centri prescrittori. Servono, inoltre, Pdta regionali. Dobbiamo in sostanza farci trovare pronti, anche perché sono in arrivo ulteriori farmaci innovativi”. Altro punto nodale riguarda il rafforzamento dei sistemi di sorveglianza “che negli ultimi anni sono stati abbandonati per l’Epatite, ma complessivamente per tutte le malattie infettive – ha rilevato Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Ircss Lazzaro Spallanzani – In questo momento la priorità resta comunque quella di erogare il trattamento a giovani e tossicodipendenti: in una fase di razionalizzazione come quella attuale non esiste alternativa”.

Perno del sistema sono i centri prescrittori che “però io preferisco chiamare ‘centri di cura ad alta specializzazione’ – ha precisato Nicola Caporaso, docente di Gastroenterologia presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’ – Queste strutture devono essere attrezzate adeguatamente, affinché producano un servizio omogeneo lungo tutto il territorio nazionale. Ci troviamo in una fase emergenziale, che durerà qualche mese, in cui bisogna trattare malati molto gravi che hanno fallito le precedenti terapie. L’obiettivo è quindi organizzare centri assistenziali completi”.

Meritano maggiore attenzione gli screening che “sono stati troppo spesso effettuati in maniera parcellare e documentaristica – ha fatto notare Carmelina Loguercio, Seconda Università di Napoli – E il risultato è che 2/3 dei malati non sa di essere infetto. E’ quindi imprescindibile monitorare come cambia la popolazione e come si riconfigura. La carenza di dati epidemiologici provoca numerose storture. In questo scenario, le regioni del Sud dovrebbero ricevere maggiori risorse per i progetti di screening, in quanto sono caratterizzate da una più alta incidenza dell’Hcv”.

Sulla stessa lunghezza d’onda Antonio Gasbarrini, professore di Medicina Interna presso la Cattolica di Roma. “In Italia ci siamo purtroppo accorti di non conoscere le cifre epidemiologiche e il numero di ricoverati nelle varie strutture. Negli ultimi anni le istituzioni, in primis su scala globale, hanno però acquisito maggiore consapevolezza del problema. In particolare nel 2010 l’Oms, con la risoluzione 6310, ha sollevato la questione delle epatiti virali a livello mondiale. Una successiva risoluzione, nel 2014, ha poi posto l’accento sull’importanza della sostenibilità economica dei farmaci. Un percorso importante è stato quindi avviato”.

Bisogna comunque distinguere tra i concetti di eradicazione ed eliminazione. “Il primo è utopistico, il secondo certamente più realistico – ha osservato Alfredo Alberti, Direttore Unità Operativa di Terapia delle epatiti croniche virali, Azienda Ospedaliera di Padova – Eliminare significa, infatti, portare quasi a zero i casi incidenti e ridurre assai le complicanze. Assicurare la disponibilità dei farmaci è importantissimo, ma è altrettanto importante saper riconoscere le persone infette poiché la malattia è spesso asintomatica”.

La medicina progredisce e si evolve a una velocità elevatissima. “L’impatto delle nuove terapie genera rivoluzioni continue su diagnosi e trattamento – ha evidenziato Massimo Andreoni, professore di Malattie Infettive all'Università Tor Vergata di Roma e presidente della Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali (Simit) – Per questo acquista sempre più rilevanza e peso l’approccio multidisciplinare: è ormai tramontato il rapporto paternalistico tra medici e paziente ed è emersa una sorta di conflittualità”. Medico che oggi dispone “della possibilità di trattare tutti i pazienti con Hcv, poiché i nuovi farmaci causano effetti collaterali minimi – ha ricordato Antonio Chirianni, Vicepresidente Simit – Un contributo decisivo è arrivato dalla sperimentazione sulle molecole. Oggi la sostenibilità impone di non trattare alcune fasce di pazienti, ma non bisogna smarrire l’ottimismo poiché i cordoni della borsa si stanno allargando progressivamente. Anche se in molti casi a frenare ulteriori miglioramenti sono la penuria di risorse umane e le pastoie burocratiche”.
 
Gennaro Barbieri

03 settembre 2015
© Riproduzione riservata

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