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Melanoma. “Riscaldiamo il tumore per migliorare l’efficacia dell’immuno-oncologia”

“Questo approccio funziona anche nei pazienti che non rispondono alle terapie” spiega Paolo Ascierto, presidente Fondazione Melanoma. I dati delle ricerche al centro del convegno internazionale Immunotherapy Bridge, organizzato dalla Fondazione Melanoma, che si apre oggi a Napoli

04 DIC - Le ricerche condotte all’Istituto Pascale di Napoli segnano la via della lotta al melanoma anche nel resto del mondo. Lo dimostrano gli studi sul microambiente tumorale: oggi è possibile far diventare caldo l’ambiente in cui le cellule malate vivono, per migliorare l’efficacia dell’immuno-oncologia. Un approccio positivo, che ha dimostrato di funzionare anche in pazienti che non rispondono all’immuno-oncologia (oltre il 30% di risposte nei pazienti che hanno fallito un precedente trattamento con anti-PD-1/PD-L1).
 
Questi i dati presentati al convegno internazionale Immunotherapy Bridge, organizzato dalla Fondazione Melanoma, che si apre oggi a Napoli con la partecipazione di più di 200 esperti da tutto il mondo.
 
“I risultati ottenuti sbloccando il ‘freno’ del sistema immunitario, costituito dai recettori CTLA-4 e PD-1, sono importanti e, considerando tutti i tumori, circa il 50% dei pazienti risponde alle terapie immuno-oncologiche che, utilizzate da sole o in combinazione, hanno profondamente modificato lo standard di cura del melanoma e di altre neoplasie –– afferma Paolo Ascierto, presidente della Fondazione Melanoma e Direttore dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori Irccs Fondazione ‘G. Pascale’ di Napoli – Vogliamo aumentare l’efficacia dei farmaci immuno-oncologici per superare i meccanismi di resistenza, che impediscono a circa il 50% dei pazienti di beneficiarne. Una delle chiavi si trova nel microambiente tumorale, cioè nell’ambiente in cui le cellule malate vivono. Il microambiente caldo (infiammatorio) risponde alle terapie immuno-oncologiche – prosegue Ascierto – perché contiene cellule del sistema immunitario, quello freddo invece sviluppa resistenza perché è privo di infiltrato linfocitario. Le strategie immediate della ricerca mirano proprio a modificare il microambiente freddo, ad esempio utilizzando proteine che giocano un ruolo chiave nella difesa dell’organismo (Toll-Like Receptor Agonist), in sequenza con un’altra molecola immuno-oncologica, ipilimumab”.

 
Nel 2019, in Campania, sono stimati 1.100 nuovi casi di melanoma (600 uomini e 500 donne). Lo scorso ottobre, infatti la Regione è stata la prima in Italia, su richiesta del Direttore Generale del “Pascale” Attilio Bianchi, a fornire gratuitamente a tutti i pazienti la combinazione di due molecole, nivolumab e ipilimumab. Un anno fa, la terapia era stata approvata dall’Aifa, ma lasciata in fascia C, impendendone così la rimborsabilità da parte del Ssn.
 
“Si è creato in questo modo un grave danno per i pazienti colpiti da melanoma – sottolinea Ascierto –, soprattutto per i cittadini con metastasi cerebrali, circa il 40% del totale, per i quali questa combinazione ha evidenziato risultati importanti: il 70% delle persone è libero da recidiva a 2 anni”.
 
Recentemente proprio il ‘Pascale’ è stato identificato come primo istituto in Italia per il trattamento del melanoma. Vogliamo mantenere questo primato e i pazienti hanno il diritto di accedere subito alle terapie salvavita. L’immuno-oncologia rappresenta una delle priorità del nostro Istituto, che vanta un’esperienza che non ha eguali a livello internazionale. Circa il 20% dei nostri pazienti viene da fuori Regione a testimoniare l’eccellenza raggiunta”.
 
“Le due vie verso cui si sta indirizzando l’immuno-oncologia – prosegue  Ascierto – sono il trattamento adiuvante, cioè subito dopo la chirurgia, con l’obiettivo di evitare le recidive, e quello neoadiuvante, prima della chirurgia, per poi interrompere la cura una volta raggiunta la risposta completa”.
 
Nel melanoma avanzato, grandi progressi sono stati realizzati anche grazie alle terapie mirate, efficaci in presenza di una mutazione genetica. “Il primo step nel trattamento della malattia metastatica è la valutazione dello status mutazionale – continua il prof. Ascierto -. Il 40-50% dei melanomi cutanei presenta una mutazione del gene BRAF, alterazione che identifica quei pazienti che possono beneficiare del trattamento con la combinazione di terapie mirate, ad esempio encorafenib/binimetinib, dabrafenib/trametinib e vemurafenib/cobimetinib, in grado di prolungare la sopravvivenza globale”.
 
“Nell’ultimo decennio, al ‘Pascale’, sono state condotte più di 120 sperimentazioni sul melanoma, per un totale di oltre 3.000 pazienti coinvolti – sottolinea Gerardo Botti, Direttore Scientifico dell’Istituto partenopeo -. L’immuno-oncologia rappresenta oggi lo standard di cura non solo nel melanoma ma anche in altre neoplasie in stadio metastatico: dal tumore del polmone non a piccole cellule, al linfoma di Hodgkin, al carcinoma a cellule renali fino a quelli della testa e del collo e al tumore di Merkel. E sono in corso studi sulle neoplasie gastrointestinali, della vescica, del fegato, del seno, dell’esofago, e in molte altre”.

04 dicembre 2019
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