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Programmare una vera organizzazione della salute per superare le ‘paure’

di Ettore Jorio

Necessita un sistema salutare che offra occasioni, sempre, di generazione di performance assistenziali di buon livello e che impedisca comportamenti discriminanti nei confronti della domanda, spesso sempre di più esasperata da attese inaudite, da comportamenti sgradevoli concretizzati nella fase del ricevimento attraverso privilegi a fronte di file interminabili e dallo strano convincimento che con la violenza si possa pretendere quanto è comunemente negato

05 FEB -

Il catalogo delle paure è da considerare come una raccolta delle sensazioni negative vissute dalla persona che le impediscono di agire come vorrebbe, potrebbe o dovrebbe. Ciò solitamente a causa di uno stato emotivo contingente ovvero per una congenita viltà d’animo, ma anche in presenza di utilità private.

In buona sostanza, esse costituiscono l’esito peggiore delle preoccupazioni, meglio quanto ad esse prevale e consegue. Insomma, tutte le volte che ci si gira dall’altra parte piuttosto che fare ciò che si deve, pretendere e assumersi le responsabilità d’ufficio per le quali si è ampiamente retribuiti.

Le tipologie generalmente frequenti
Insomma, un siffatto genere di paura la si registra in tutti quei casi in cui, rispettivamente: “al voglio” prevale il “non posso” per timore delle conseguenze; al “potrei ma preferisco non farlo” magari per evitare di inimicarmi qualcuno; al “devo ma mi distraggo” arrivando persino ad omettere le frasi di rito, nell’esercizio di una funzione dirigenziale, del tipo “quanto rappresentato è conforme ai criteri di legalità e convenienza”.


Tutti questi sono i fenomeni umani in cui alla cautela si contrappone la tremarella di incappare in un inconveniente, finanche giudiziario, cosicché persino l’esercizio di un esplicito dovere diventa preoccupazione, specie se motivata nei casi di complicità del sottomesso con l’organo politico che lo sovraintende, lo nomina e lo riempie di premialità discrezionali.

Il batticuore che sovrasta negativamente l’essere operatori della salute
Il catalogo delle paure comprende ovviamente anche quelle che afferiscono alla sanità, quelle che ne compromettono la portata e l’esito prestazionale.

Tra tutte, predominano: quella di finire sotto processo risarcitorio e non solo per i danni prodotti; l’altra, quella dell’operatore della salute di essere riempito di botte, prevalentemente nell’esercizio dell’emergenza-urgenza. La prima provoca da tempo la cosiddetta medicina difensiva, che tanto sottrae in termini di esigibilità dei Lea, a livello qualitativo, e tanto aggiunge ai costi di bilancio per accertamenti prescritti esclusivamente per una maggiore tutela nella diagnosi, altrimenti evitabili. La seconda è destinataria di tanta generosa solidarietà umana e politica ma non di soluzioni.

Insomma, tra sballottamenti tra Tac e RM inutili, peraltro non innocue all’organismo, e pugni in faccia, tante chiacchiere ma poche azioni protettive sia dell’utente ignaro della pratica difensiva che degli operatori lasciati da soli a collezionare occhi neri.

Quindi rimangono le paure di chi deve diagnosticare e curare e di chi è intimidito da questo andazzo violento di una domanda di salute troppo spesso pretesa a schiaffi.

Il rimedio è l’apertura dell’offerta a coperture assicurative adeguate e pratiche ricettive affidate a psicologi
Relativamente ai rimedi, sono difficili da attuare ma doverosi. Impossibili perché non praticabili, rispettivamente, con l’espunzione dal codice civile della pratica del risarcimento dei danni ovvero con l’imposizione ai medici esposti nei pronto soccorsi e agli operatori a servizio dell’emergenza di essere cinture nere di karate.

La soluzione praticabile rimane pertanto quella di programmare una organizzazione della salute che sia davvero tale. Forte e autorevole, tanto da offrire certezze a chi ne detiene le redini quotidianamente nelle corsie.

Necessita un sistema salutare che offra occasioni, sempre, di generazione di performance assistenziali di buon livello e che impedisca comportamenti discriminanti nei confronti della domanda, spesso sempre di più esasperata da attese inaudite, da comportamenti sgradevoli concretizzati nella fase del ricevimento attraverso privilegi a fronte di file interminabili e dallo strano convincimento che con la violenza si possa pretendere quanto è comunemente negato.

Quanto alla prima esigenza, c’è la necessità di pervenire ad una formazione più adeguata dell’offerta a ricevere e gestire la domanda, oramai generalmente esasperata e scoraggiata. Di consegnare l’utenza nella mani di chi sappia, di chi possegga i modi e la coscienza giusta da mettere a disposizione del sofferente: un sano interlocutore psicologo.

Quanto alla seconda, si avverte il dovere di affidare, sempre alla menzionata assistenza psicologica, l’esercizio di una reception culturalmente adeguata anche a far ben comprendere alla domanda (utenza disperata) - resa spesso fuori misura a causa di una medicina di famiglia non propriamente assistenziale – che gli accessi ai pronto soccorsi sono spesso inadeguati a risolvere il problema avvertito e, nel contempo, offrire loro delle alternative non estemporanee ed esaustive.

Ettore Jorio



05 febbraio 2024
© Riproduzione riservata


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