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Per la sanità spira un vento liberista. Ma serve a poco contrastarlo "ognun per sé"

di Ivan Cavicchi

Si moltiplicano iniziative di diversi soggetti per denunciare questo o quel problema per la tenuta del sistema sanitario pubblico e universale. Ma ognuno lo fa, pur dichiarando la necessità di alleanze e confronto, pensando quasi esclusivamente al "suo" problema e non al quadro generale

10 MAG - Due  avvenimenti distinti mi hanno colpito: la convention di Bologna dei direttori dei Dipartimenti di prevenzione delle Aziende unità sanitarie locali d’Italia, (5 aprile) che ha lanciato un vero e proprio allarme sul declino dei dipartimenti di prevenzione; la nascita della Federazione italiana per la Salute pubblica e l'Organizzazione Sanitaria (Fispeos),  che ha raggruppato otto società scientifiche (Roma 7 maggio) e che si offre di contribuire al “miglioramento della salute”. Denominatore comune  le “politiche per la salute”.

Ma se servono le alleanze, come dice la Fispeos, perché la sanità pubblica è in pericolo, come mai queste organizzazioni non uniscono le loro forze? E perché tante organizzazioni di specie diverse che si battono per difendere la sanità pubblica si muovono ognuna per conto proprio?
La risposta più semplice è che nella sanità vi sono compresenze simultanee e che nei confronti di un contesto comune ma non ancora sufficientemente accomunante, esprimono scopi e interessi  diversi. Nonostante si dica che il “contesto” sia un grande problema per tutti, perché ostile alla sanità pubblica, esso ancora non è in  grado di unificare le iniziative sparse nel paese. Mi spiego meglio. I direttori di dipartimento lanciano l’allarme sulla prevenzione perché la loro funzione è in pericolo, le società scientifiche si consorziano per  essere  “interlocutori” della politica.

Ma perché i loro valori sono in pericolo e perché essi non sono interlocutori? Per rispondere si dovrebbe uscire dal proprio specifico e prendere coscienza che vi sono politiche liberiste, post welfariste che perdurano nonostante il bisogno di cambiamento espresso da questo paese. A tali politiche, e speriamo non siano ribadite dal governo Letta, non interessa né la prevenzione né i suggerimenti tecnici delle società scientifiche. Il loro “scopo dello scopo”  è cancellare o ridimensionare quella che si ritiene l’anomalia antieconomica della sanità universalistica. Se ciò fosse vero non sarebbe sufficiente, per noi difensori della sanità pubblica, “reagire” rilanciando semplicemente i nostri valori, quindi la prevenzione o offrendo “proposte strategiche scientificamente fondate basate sulle evidenze scientifiche”.

Il post welfarismo è indifferente ai rilanci del welfarismo. Ma davvero si crede che in sanità le cose vanno male perché la politica non usa l’ebm? E che basta la fede nella sanità pubblica per resistere ai soprusi del liberismo? E’ in atto un conflitto duro epocale. Certo tra le ragioni dell’economia e quelle del welfare, ma soprattutto tra due diverse idee di società e di convivenza sociale, dal cui esito dipenderà la decisione di come allocare degli svantaggi e vantaggi  in una società ormai allo stremo. Gli svantaggi che hanno a che fare con le malattie sono i peggiori, i più odiosi e i più cinici e, a partire dal governo Monti, l’idea era di scaricarli sui più deboli. Rispetto a tale conflitto, per noi che non siamo liberisti, sarebbe più adeguato rispondere con una nuova idea di welfare che coordini una mobilitazione sociale. Per questo serve fare le alleanze, per questo ci vuole un programma perché, soprattutto dopo le ultime elezioni, difendere il welfarismo non basta più. Dove è il programma? Ogni giorno nella sanità, si organizzano centinaia di convegni, tra loro del tutto scollegati  e in ciascuno di essi si “rilancia” qualcosa, ma oggi la vera sfida è  “lanciare” tutti insieme un’altra idea di sanità.  “La sanità compossibile come bene comune” di contro alla “sanità  multi pilastro compatibile come bene privato”. Fare alleanze tra tutti noi significa opporci, a quella pioggia di sassi, definita crisi, e eventualmente a un governo Letta, nel caso in cui  la dovesse interpretare in modo liberista.

Oggi fare alleanze significa ripensare la coesistenza degli interessi in sanità i quali sotto la pioggia di sassi non possono più essere difesi quali  specificità. Nel momento in cui i direttori della prevenzione e le società scientifiche denunciano i loro problemi perseguono scopi di difesa del primo ordine, nel momento in cui essi si collegano tra loro e con altri, perseguono scopi di cambiamento del secondo ordine. Nel primo caso si elencheranno inventari di soluzioni tecniche senza nessuna particolare novità e si parlerà di rilancio offrendo servigi. Nel secondo caso si dovrà condividere un programma strategico per sostenere una mobilitazione che si contrapponga  a un politica che temo continui ad ignorare il bisogno di cambiamento espresso con le ultime elezioni.
Quindi offrendo dissenso. Il bisogno  di cambiare le facce non nasce da ragioni estetiche ma da ragioni ideali, cioè per cambiare le politiche. Se cambiano le facce ma non le ragioni ideali siamo al punto di partenza. La ministra Lorenzin, quindi una faccia nuova, è andata a  ripescare, la vecchia distinzione liberista tra “universalismo forte” che a suo parere darebbe  “tutto a tutti a prescindere dai bisogni” e “universalismo mitigato” che invece, sempre a suo parere, dovrebbe dare “prestazioni necessarie a chi ne ha effettivamente bisogno”.

Limitandomi alla distinzione, aspettando per discuterne davvero di saperne di più, supponiamo che malauguratamente  essa preluda ad una controriforma dell’universalismo, in questo caso chiedo a tutti i difensori della sanità pubblica: “interlocutori” o “antagonisti”? E se antagonisti, come io spero, con quale progetto?

Ivan Cavicchi

10 maggio 2013
© Riproduzione riservata


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