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Maternità surrogata. “Quell’appello è solo strumentale. L’obiettivo sono le coppie gay e le unioni civili”. Intervista a Maura Cossutta 

Prende le distanze dall’appello/petizione lanciato dal movimento Snoq libere, la presidente di Snoq Sanità: "Un appello solo di poche" con "una simultaneità e una contemporaneità con quanto si sta diffondendo in tutti i paesi europei, a partire dalla Francia, che nasconde la contrarietà ai nuovi diritti delle coppie omosessuali, o alla cosiddetta teoria del gender"

08 DIC - “Un conto è il dibattito sulla maternità surrogata, il confronto su temi che deve sempre continuare, e un conto sono le strumentalizzazioni. Perché usare una questione delicata che mette in gioco la libertà di scelta delle persone per negare alle coppie omosessuali di poter ricorrere alla 'gestazione per altri' è pura strumentalizzazione. E soprattutto non va bene attribuire la posizione di alcune a un intero movimento nazionale, che è appunto plurale, fatto di tante differenze, sensibilità”. Va giù dura Maura Cossutta presidente di SNOQ Sanità sul dibattito che si è aperto in questi ultimi giorni dopo l’appello lanciato da SNOQ Libere affinché la pratica della maternità surrogata sia dichiarata illegale in Europa e messa al bando a livello globale.
 
Una petizione, ci spiega Cossutta in questa intervistata raccolta a pochi giorni dall'uscita del controvero appello, “troppo schiacciata sulla campagna ‘Stop surrogacy now’ i cui promotori non solo sono contro l’utero in affitto, ma sono anche fortemente contrari ai nuovi diritti, quelli delle coppie omosessuali, o alla cosiddetta teoria del gender”.

 
Meglio, molto meglio per Cossutta parlare di quello che unisce. Dire quindi “no alle strumentalizzazioni, allo sfruttamento, alla trasformazione della procreazione in riproduzione tout court, e sì alla libertà di scelta di ogni donna, sia quando sceglie di portare in grembo un figlio che non sarà suo, sia quando sceglie di accogliere quel figlio soltanto con l’amore di un genitore”.
 
Dottoressa Cossutta, da sempre lei è in prima fila nella difesa dei diritti della donne. molte le battaglie condotte in aula quando era deputato e ora quelle che continua a condurre come esponente di Snoq Sanità. Cosa ne pensa di questo appello lanciato da Snoq libere?
A parte le modalità? Direi infatti che la prima cosa che mi ha colpito è che tutti i media hanno riportato questo appello come quello del movimento “Se non ora quando”, quello nazionale, quello che abbiamo conosciuto tutti.  E che invece si trattava di un appello di alcune, di una parte soltanto di questo movimento, appunto di “Snoq-Libere”. Eppure da parte delle promotrici dell’appello non ho visto un particolare sforzo o impegno a precisare o a smentire. Anch’io sono coordinatrice di “Se non ora quando-Sanità”, un altro pezzo di quel movimento nazionale, che è appunto plurale, fatto di tante differenze, sensibilità. Ma non mi permetto certo di parlare a nome di tutte le aderenti di questo gruppo, né tanto meno  di accettare di farmi riconoscere come Snoq nazionale.  Solo questione di stile? Quello che in realtà un po’ mi preoccupa è che questo “logo” di SNOQ possa diventare appetibile per obiettivi non detti né mai condivisi.  
 
Mi spieghi meglio.
Quello che mi ha colpito è la simultaneità, la contemporaneità tra questo appello/petizione e la  petizione che si sta diffondendo in tutti i paesi europei, a partire dalla Francia, con gran dispendio di forza organizzativa. Sono cose ben orchestrate, e certamente finanziate. Se guardiamo meglio, ad agitarsi di più sono di fatto le associazioni “Pro life”, le stesse che abbiamo conosciuto contro la legge sulla procreazione, contro la legge sull’aborto. Oggi l’”argomentazione femminista” appare quella più appetibile, perché capace di presentarsi come moderna, capace di conquistare più coscienze e superare la barriera rappresentata dalle posizioni più oltranziste, ideologiche. Insomma, se parlano associazioni femministe riconosciute, “laiche”, la questione diventa “legittima”, i temi diventano spendibili, “fanno presa”. Ma mi sembra un deja vu, quello vissuto durante il referendum sulla procreazione, quando i comitati pro life cercavano il supporto di femministe (come lo fu anche Eugenia Roccella, appunto). La sacralità dell’embrione e la sacralità del corpo delle donne vengono declinate a partire da un cosiddetto primato della donna nella procreazione. Primato che però, purtroppo (ricordiamocelo!) scompare appena la scelta della donna diventa quella di non procreare e di abortire.
 
Insomma della petizione di SNOQ libere non salva nulla?
Un conto è il dibattito, il confronto che su questi temi deve sempre continuare, un conto però sono le strumentalizzazioni. La petizione di SNOQ libere, mi spiace, ma è veramente troppo schiacciata sulla campagna “Stop surrogacy now”, anzi ne è la fotocopia. E i promotori di questa campagna – è ben noto – non solo sono “contro l’utero in affitto”, ma sono anche fortemente contrari ai nuovi diritti, quelli delle coppie omosessuali, o alla cosiddetta teoria del gender. È abbastanza stravagante che nasca in Italia questa petizione dove come è noto la “gestazione per altri” o maternità surrogata (lasciamo stare per favore l’”utero in affitto”!) è vietata. Forse si stanno facendo le prove generali per il prossimo futuro, quando al Parlamento si discuterà della legge sulle unioni civili e sui diritti alle coppie omosessuali? L’argomento della “normale naturalità” tornerà in auge?   
 
Eppure tante e tanti firmatari non hanno mai avuto queste posizioni, come mai allora secondo lei aderiscono a questo appello?
Perché l’argomentazione dell’appello è tutta sensazionalistica, chiama a schierarsi, contro il “crimine” del “traffico dei bambini”. Evoca sentimenti, emozioni profonde, direi fondative dell’essere umano, della civiltà costruita sui “diritti umani” (che in questo caso sarebbero violati). Si continua a citare “l’utero in affitto” sollecitando immediato sdegno e ripulsa. Si parla dei rischi di salute per queste donne e della rottura  del “legame materno naturale”. E cosi via, nella carrellata degli orrori degli scenari possibili.  Tante persone hanno aderito, perché ci hanno creduto. In buona fede, pensando così di difendere proprio i valori e i principi con cui hanno vissuto, magari per primo il rispetto e la difesa dei diritti della donna. Grande e colpevole manipolazione quindi, che – ripeto - è purtroppo un deja vu, ma che oggi riesce ad aver presa perché attorno a noi è ormai tutto un gran deserto…
 
Ma di chi sono le responsabilità di questo “deserto”?
La cultura politica è da troppo tempo in affanno, basti pensare al tema della legge sui diritti civili, sui diritti alle coppie omosessuali, al matrimonio e all’adozione. Resistenze, paure, pregiudizi, ambivalenze, confusioni e poi il solito ritornello ideologico, sul valore della normalità, della “normale naturalità”, in difesa dei più deboli. E certo questa petizione non aiuterà a riportare leggerezza, anzi! Ma anche il femminismo nel suo complesso non è esente da responsabilità.  E’ dalla discussione sulla legge sulla procreazione la difficoltà per il movimento femminista di esprimere “parole di donne”. Parole “di” donne e non parole “sulle” donne. C’è una bella differenza!
 
La sua battaglia in Aula contro la legge 40 è nota. Anche allora sono mancate “parole di donne”?
Assolutamente sì. Eppure i temi erano enormi. Io stessa, che ero relatrice di minoranza alla legge sulla procreazione (e quindi totalmente alternativa al testo che si discuteva),  ho sempre detto che la materia era molto complessa e che non si poteva semplificare quello che resta complesso. Ho detto in Aula che è vero che le tecniche cambiano tutti gli scenari e provocano uno spaesamento che dobbiamo però saper elaborare e governare. Che le tecniche  rappresentano un’occasione di libertà per tante donne, ma anche un rischio forte di narcisismo e di onnipotenza. Che la procreazione può rischiare di trasformarsi in riproduzione a causa di un moderno business che immette sul mercato la forza riproduttiva biologica. Che questa discussione è stata troppo regalata al protagonismo o dei ginecologi oppure dei sacerdoti, senza che le donne prendessero la parola. Il referendum l’abbiamo perso anche per questo silenzio assordante!
 
Quindi quale è la sua posizione?
È bene che si discuta e che si continui a discutere, sempre. È bene che si tenga aperto un confronto e un ascolto pubblico, che vengano in prima fila le emozioni insieme alla razionalità. Che parlino soprattutto le donne. Ma la strumentalizzazione no, mai.
Il femminismo non riparte da zero, né tanto meno “è rottamato” da nuove sirene che ricercano sempre più frequentemente un rapporto privilegiato con la Chiesa e seducono con  canti sempre più pastorali in difesa della Donna con la d maiuscola, in quanto contenitore di sacro e di esperienza “naturale” di genitorialità. Il movimento delle donne, le relazioni tra donne devono continuare a sperimentare, elaborare, raccontare, reinventare – a partire dai vissuti concreti di tante donne (e di tante coppie)-  modelli diversi di genitorialità, anche a partire proprio dalle novità delle tecniche (penso alla possibilità della donazione di ovociti per una gravidanza surrogata). Ma serve rivendicare una bussola.  
 
E secondo lei quale deve essere la bussola?
La bussola è sempre quella della libertà di scelta della donna, di ogni donna e, tema ancor più decisivo, quella della donna come soggetto eticamente responsabile di fronte alle scelte riproduttive. Sempre. Senza questa bussola, lo spaesamento prevale e quindi anche l’ambivalenza, i cedimenti, gli slittamenti, la confusione dei valori, dei principi. Certo non tutte le donne sono libere allo stesso modo. Anzi, personalmente ho sempre criticato un vizio del femminismo italiano, troppo sbilanciato sulla “libertà” in assoluto e troppo poco su quanta libertà e di chi. L’abbiamo imparato anche grazie all’incontro con le donne del sud del mondo: c’è più libertà se c’è anche più autonomia, più informazione, più empowerment.       
 
Qual è allora la strada da seguire?
Parlare di quello che unisce. Diciamo quindi no alle strumentalizzazioni, no allo sfruttamento, alla trasformazione della procreazione in riproduzione tout court, e sì alla libertà di scelta di ogni donna, sia quando sceglie di portare in grembo un figlio che non sarà suo, sia quando sceglie di accogliere quel figlio soltanto con l’amore di un genitore.
La genitorialità non è il patrimonio genetico di quel bambino, né tanto meno il modo con cui è nato, o l’ordine sociale che viene rispettato o sorpassato. Genitorialità è la capacità di amare, di crescere un figlio con responsabilità, di prendersene cura. Sia per una donna che per un uomo.
 
Ester Maragò
 

08 dicembre 2015
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