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40 anni di Ssn. La parola agli ex ministri della Sanità/4. Lorenzin: “Un anniversario di cui essere fieri. Ma per mantenerlo universalistico dobbiamo capire le sfide che abbiamo davanti”

Il modo migliore per celebrare questa ricorrenza è porre al centro del dibattito pubblico e politico la centralità e il valore del nostro sistema come universalistico, analizzare con chiarezza le sfide a cui è sottoposto e le criticità strutturali che sono davanti ai nostri occhi, così come le straordinarie opportunità che ci offre la scienza e le nuove tecnologie

16 NOV - Gli anniversari rappresentano delle ricorrenze che si ritiene debbano essere ricordate, a volte piacevoli altre meno, ma che comunque narrano di uno o più momenti importanti, di rilievo della vita di un singolo soggetto o di una pluralità di essi. Poi, ce ne sono alcuni che, invece, riguardano tutti i cittadini di una Nazione perché si riferiscono ad eventi che caratterizzano fin nel profondo l’appartenenza di un gruppo di soggetti, sino a trasformare un insieme di persone in un Popolo, unito e con un’identità: il Servizio sanitario nazionale, ritengo, abbia svolto - insieme ad altri fattori ovviamente - proprio un ruolo di definizione di identità e di appartenenza degli Italiani.
 
Quando nel 1978 venne varata la legge n. 833 che istituì il Servizio sanitario nazionale, il diritto alla tutela della salute in Italia si basava su un sistema di tipo mutualistico, che garantiva agli assicurati (il lavoratore ed i propri parenti) i servizi sanitari necessari – sebbene di diversa qualità e quantità a seconda delle quote versate alle assicurazioni sulla base degli impieghi svolti – mentre una quota sempre crescente di popolazione non riceveva alcun tipo di assistenza. A seguito delle sempre maggiori difficoltà economico – finanziare cui le mutue andarono incontro e alle conseguenti difficoltà di erogare le prestazioni sanitarie, lo Stato decise di “gestire” direttamente la sanità, adempiendo finalmente a quanto stabilito dalla Carta costituzionale che, all’art.32, aveva previsto che la Repubblica tutelasse la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività mediante il Servizio sanitario nazionale.

 
Il nostro Servizio sanitario nazionale, così come lo sperimentiamo quotidianamente, incarna proprio il rispetto della dignità umana che deriva dal diritto di essere curato e assistito, soprattutto e a maggior ragione, se si è deboli e fragili (economicamente, socialmente, psicologicamente): è l’affermazione della salute quale diritto universale, incomprimibile, non negoziabile.
 
Oggi, tutti noi, diamo per scontato che in caso di bisogno di una cura farmacologica o di un qualunque tipo di prestazione medico-sanitaria – urgente o meno, grave o meno – si possa/debba usufruire dei servizi (tendenzialmente di buon livello ed in alcuni di casi di eccellenza assoluta) che il nostro sistema sanitario mette a disposizione gratuitamente. Ma, come ho accennato poco prima, non è stato sempre così e, soprattutto, non è la normalità neanche negli stessi paesi alfieri del Welfare, ma è il frutto di una grande conquista a cui in tanti hanno contribuito in maniera determinate. Sarebbe banale ed un po’ trito, sebbene spesso veritiero, l’esempio del paziente in fin di vita a cui - in alcuni Paesi ad economia avanzata - prima di essere operato d’urgenza chiedono la carta di credito…ma, credo, renda l’idea della differenza con il nostro Servizio sanitario.
 
Il Sistema sanitario nazionale italiano, con il suo carattere universalistico, si pone come uno degli elementi principali del nostro complesso sistema di welfare. Universalistico vuol dire che in Italia qualunque persona bisognosa di un trattamento medico-sanitario - indipendentemente dal censo, dal ceto sociale, dall’etnia, dalla religione – riceve lo stesso medesimo livello di assistenza e, soprattutto, in maniera essenzialmente gratuita.
 
Certo, non sono poche le criticità che si dovranno affrontare per mantenere un servizio adeguato: da un cronico sottofinanziamento rispetto ad altri sistemi sanitari ad una forte disomogeneità territoriale dei servizi e delle cure forniti (frutto dei problemi che ha causato la modifica del titolo V della costituzione e che potrebbe acuirsi con il progetto delle autonomie regionali), all’invecchiamento della popolazione con conseguente aumento delle cronicità e all’arrivo sul mercato dei (super)farmaci ad elevata innovatività e ad altissimo costo che mettono inevitabilmente sotto pressione la sostenibilità complessiva del Servizio sanitario. Nonostante tutto ciò, il nostro è stato classificato – da Bloomberg nel 2018, sulla base dei dati forniti da Banca Mondiale, Fmi e Oms – come il quarto migliore Sistema sanitario al mondo solo dopo quelli di Singapore, Hong Kong e Spagna e davanti a Giappone, Corea del Sud e Australia: la Francia si posiziona al 15°, il Regno Unito al 35°, mentre gli Stati Uniti erano al 54° posto. Proprio il celeberrimo National Health System inglese, sulla base del quale nel 1978 venne modellato l’attuale SSN, è in grande difficoltà.
 
Il Servizio sanitario rappresenta, in fondo, per tutti gli Italiani in particolare per le persone più anziane una sicurezza su cui poter far riferimento anche in un momento complesso e difficile del ciclo economico come quello che abbiamo appena trascorso e dal quale non siamo ancora del tutto usciti. Se leggiamo i dati del Piano Nazionale Esiti (PNE) edito dall’Agenas, da cui desumere le performance degli ospedali italiani, possiamo trarre qualche elemento di fiducia: i tassi di mortalità dopo un by-pass coronarico o a trenta giorni da un ictus sono tra i migliori di Europa e la maggior parte delle strutture opera una frattura di femore entro le 48 ore.
 
Vorrei concludere questa mia testimonianza sui quaranta anni del Servizio sanitario nazionale ricordando un fatto che non molti conoscono ma segna il senso delle mie parole sin qui: l’Italia sta portando a compimento il piano di eradicazione dell’epatite-C, cioè quella patologia che conduce, dopo un periodo più o meno lungo, al trapianto di fegato o alla morte. Oggi, invece, non si muore più e non serve neanche il trapianto perché il virus dell’epatite – C viene curato con un ciclo di trattamento con medicinali innovativi. In Italia, questi trattamenti sono stati somministrati già ad oltre 150.000 pazienti che sono guariti e tornati a vivere normalmente ma, soprattutto, sono stati forniti gratuitamente, dal Servizio sanitario nazionale!
 
Il modo migliore per celebrare questa ricorrenza è porre al centro del dibattito pubblico e politico la centralità e il valore del nostro sistema come universalistico, analizzare con chiarezza le sfide a cui è sottoposto e le criticità strutturali che sono davanti ai nostri occhi, così come le straordinarie opportunità che ci offre la scienza e le nuove tecnologie. Mantenere attuale nel prossimo futuro il SSN come universalistico, significa innanzitutto capire le sfide che abbiamo davanti: demografiche, tecnologiche e l’impatto dei cambiamenti climatici sulla nostra salute, investire in ricerca anche per trovare nuovi modelli organizzativi, coinvolgere i cittadini ed investire in prevenzione e formazione. 
 
Beatrice Lorenzin
Ex Ministro della Salute (2013-2018)
 
Leggi gli articoli di Francesco De LorenzoMariapia Garavaglia e Maurizio Sacconi

16 novembre 2018
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