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“La Formazione medica italiana è tra le migliori del mondo”. Intervista ad Andrea Lenzi

di C.F.

Non ha dubbi il Presidente dell’Intercollegio di Area Medica, le facoltà mediche e sanitarie italiane funzionano, checché si dica. “Certo criticità ci sono”, ammette in questa nostra conversazione, ma non vanno cercate nel  numero chiuso a medicina o nei problemi delle scuole di specializzazione. “In ambedue i casi le Università italiane si adeguano alle decisioni della politica e comunque sarebbe un grave errore eliminare il test di accesso a medicina”

27 LUG - “Che la formazione Medica italiana sia fra le migliori è un dato oggettivo. Una prova? I nostri medici, sono sempre più spesso reclutati all’estero ed ottengono fuori dal nostro Paese risultati di carriera eccellenti. Il nostro SSN è fra i migliori del mondo anche per merito dei medici e delle altre professioni sanitarie preparate dall’Università e la nostra ricerca clinica e bio-medica è al top nel mondo”.
 
Non ha dubbi il Professor Andrea Lenzi, Presidente dell’Intercollegio di Area Medica, le facoltà mediche e sanitarie italiane funzionano, checché si dica.
 
“Certo criticità ci sono”, ammette in questa nostra conversazione, ma non vanno cercate nel  numero chiuso a medicina o nei problemi delle scuole di specializzazione. “In ambedue i casi – dice convinto Lenzi - le Università italiane si adeguano alle decisioni della politica e comunque sarebbe un grave errore eliminare il test di accesso a medicina”.
 
Perché professore?
Il numero di candidati, 6-7 volte superiore ai posti disponibili, ha portato a critiche al test di accesso, che peraltro resta l’unico sistema oggettivo e non influenzabile; queste critiche sono state aggravate, di recente, dalla débâcle legata ai numerosi ricorsi. Tuttavia, quest’ultima situazione ci ha dato la possibilità di effettuare una analisi di confronto fra i candidati che hanno avuto successo al test e i candidati ricorsisti per valutare cosa accadrebbe nel caso di abolizione del test. I dati indicano una forte capacità discriminante del “successo al test” in termini di numero e risultato degli esami svolti dopo l’accesso; d’altra parte non possiamo rinunciare a numero programmato e frequenza obbligatoria che consentono ai corsi di medicina di laureare oltre l’85-90% degli studenti immatricolati (unica in tutto il sistema universitario) ed ai nostri laureati di circolare liberamente in Europa, ma, ripeto, dobbiamo avere un forte orientamento nella Scuola secondaria che dia all’aspirante medico la cognizione del tipo di professione a cui va incontro.
 
Ma le critiche vertono anche sulla qualità dei corsi…
La maggiore critica mossa ai corsi italiani è l’attenzione data al ‘sapere’ rispetto al ‘saper fare’ se confrontati ad altre realtà internazionali. Molto si è fatto per dare maggiore attenzione alle attività professionalizzanti, ma devo sottolineare che in tutto il mondo si sta invertendo la tendenza di alcuni anni fa: il medico dovrà lavorare per 40 anni in un contesto non prevedibile in termini di variazioni socio-economico-sanitarie e tecnologiche. Il così detto “laureato standard in medicina italiano”, per la sua cultura e capacità di aggiornamento è un “modello molto ricercato” ed ora imitato da quei sistemi che davano più spazio alla professionalità rispetto alle conoscenze teoriche.
 
E cosa pensa delle polemiche sul numero dei contratti per la specialistica e sulla loro distribuzione?
Tre anni fa la medicina Universitaria ha fatto la sua parte. Ci fu chiesto, dai decisori politici, di ridurre la durata dei corsi al minimo per il riconoscimento europeo e li riducemmo (da 5 a quattro anni e da 6 a cinque anni per le varie tipologie). I nuovi ordinamenti sono del 2015 (decreto interministeriale 68/2015). Questo ha portato ad un risparmio di risorse ed i contratti “statali”, messi a disposizione del Ministero della Salute dal MEF e poi ripartiti sulle sedi universitarie dal MIUR, sono aumentati fino agli attuali 6200 (a cui si aggiungono i circa 700 dati dalle Regioni) che, come ho detto e ribadito più volte sono carenti di almeno 2000 unità.
 
E quindi?
La formazione post laurea è una situazione complessa di programmazione in tutto il mondo ed in parte anche politica. Ho alcune idee condivise con l’Intercollegio, ma una premessa però va fatta: il sistema universitario non ha alcuna responsabilità.
 
Addirittura?
Sì ed è bene smascherando anche alcuni falsi miti. 1) L’università non ha competenza nella programmazione dei numeri né per gli accessi a medicina né, tantomeno, dei fabbisogni per le specializzazioni, ma è a disposizione con grande elasticità di quanto richiesto da Regioni e Ministero della Salute tramite il MIUR avendo un potenziale formativo notevolmente superiore alle richieste. 2) Lo stesso vale per la organizzazione dei test di accesso e, quindi, nei conseguenti ricorsi, di cui semmai subisce i contraccolpi negativi in termini organizzativi, ma va comunque sottolineato che anche in questo caso, con grande spirito di servizio, ha riassorbito gli immatricolati in eccesso derivanti dai ricorsi stessi. 3) Idem nella valutazione dei fabbisogni per le specializzazioni che, come ripeto, essendo inferiori rispetto ai laureati portano al così detto “imbuto formativo”, ma ancora una volta la rete formativa universitaria/ospedaliera è pronta a riassorbire i numeri richiesti dalla programmazione regionale per le specializzazioni se si ritiene che il nostro SSN/SSR debba programmare più medicina del territorio o più specialisti per specifiche tipologie (da anestesiologia a pediatria, da medicina di urgenza a ginecologia, ecc.). 4) E infine niente colpe nella tuttora mancata applicazione del modello delle specializzazioni ai Corsi di Medicina Generale, con titolo rilasciato dagli Atenei e gestione dei corsi con i MMG, cosa su cui l’università si è da moltissimo tempo dichiarata disponibile e che ora, sembra trovare grande disponibilità sia nella FNOMCeO che nelle Rappresentanze dei MMG.
 
E allora di chi è la colpa?
Mi limito a precisare che, specie per la formazione post laurea, non si può pensare di agire solo in base alle emergenze del momento. Qui programmiamo il futuro lavorativo dei successivi quaranta anni di lavoro di quel giovane medico neo laureato! La programmazione deve tenere conto delle patologie emergenti e di un futuro sistema sanitario di cui con difficoltà conosciamo oggi l’evoluzione: fattori tecnologici, scientifici, ma anche culturali, sociali ed economici lo influenzeranno. Certo le specialità di emergenza territoriale ed ospedaliera, le grandi specialità generaliste, sono oggi indispensabili e da rafforzare, ma un paese come il nostro, con un grande sistema sanitario avviato verso la cultura del benessere oltre che della salute, deve tenere conto di tutte le patologie così dette non trasmissibili e della richiesta di qualità di vita, che sono caratteristiche della nostra società avanzata e non ritenere di risolvere tutto con una buona assistenza di primo intervento.
 
Quindi dobbiamo sperare in una nuova riforma?
No. Si tratta piuttosto di mettere a pieno regime quanto già avviato. A partire dal nuovo sistema di accreditamento delle Scuole di Specializzazione, secondo quanto previsto dal DI 68/15, che ha riordinato i percorsi formativi delle scuole, predisposto solo tre anni fa da una Commissione mista che comprendeva Rappresentanti delle organizzazioni degli specializzandi, e dal successivo 402/17 per l’accreditamento predisposto dall’Osservatorio della Medicina Specialistica al cui interno siedono Rappresentanti dei due Ministeri (MIUR e Salute) delle Regioni e degli Specializzandi.
 
Si spieghi meglio…
Con l’Osservatorio abbiamo determinato i requisiti, standard di docenza, di struttura e di casistica e gli indicatori di performance che stanno dando vita a Reti Formative basate su dati oggettivi che identificano le sedi universitarie meritevoli di essere attive e rilasciare i titoli e i reparti del SSN adeguati per la Rete stessa, in cui gli specializzandi dell’area sanitaria acquisiranno le “conoscenze e abilità professionali” previste dall’ordinamento, ma anche la capacità critica e la preparazione scientifica per affrontare 40 anni di professione che li aspettano all’uscita dall’università in un mondo in continua evoluzione. Infine, va sottolineato che le regole del Corso e della Laurea in Medicina e delle Specializzazioni sono vincolate da norme UE grazie alle quali è consentita la libera circolazione dei nostri Laureati e Specialisti senza altri esami in tutta Europa e con il solo esame di lingua e di accesso al relativo sistema sanitario in quasi tutto il mondo, ovviamente tutto il sistema è pronto a collaborare per migliorare, ma partendo dai fatti e non dalle polemiche sterili e immotivate.
 
C.F.

27 luglio 2018
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