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È cambiata solo la medicina o anche il medico sta “mutando pelle”?

Si parla di complessità in medicina, di cambio di paradigma di salute, d’esigenza crescente di benessere e d’eccessiva pretesa di guarigione da parte del paziente-collettività: al medico in tal contesto si chiede coerenza in ragione della sua peculiare professione, ma anche di capire che è di fatto inserito in una società in cui il rapporto di cura, inteso come “alleanza fra medico e paziente”, suona ormai quasi antico e superato, anche se, di contro, coerente e attuale

05 MAR - E’ cambiata solo la medicina o anche il medico sta “mutando pelle”? Al suo primo atto la rinnovata Consulta Deontologia, nell’ambito degli Stati Generali, affronta alcuni aspetti della professione che ne investono il vissuto, ritmato dal dettato del Giuramento professionale e dai principi fondanti del Codice Deontologico.
 
La domanda che si è posta di indagare è se il medico sia in sintonia con i tempi oppure i tempi siano a tal punto cambiati da richiedere un radicale mutamento dei parametri di comportamento.
 
E il cambiamento è o sarà una scelta consapevole e condivisa oppure solo un adattamento a novità, richieste e pressioni?
 
Si parla infatti di complessità in medicina, di cambio di paradigma di salute, d’esigenza crescente di benessere e d’eccessiva pretesa di guarigione da parte del paziente-collettività: al medico in tal contesto si chiede coerenza in ragione della sua peculiare professione, ma anche di capire che è di fatto inserito in una società in cui il rapporto di cura, inteso come “alleanza fra medico e paziente”, suona ormai quasi antico e superato, anche se, di contro, coerente e attuale.

 
Prima di ogni cosa c’è infatti il problema dell’“efficientamento”: ci si è spostati dal concetto del risultato di cura a quello dell’efficacia rapportata alle risorse.
 
Da qui le varie teorie sulla multi-professionalità e integrazione inter-professionale, la limitazione alla garanzia dei livelli essenziali di assistenza (LEA) tradotti in garantiti livelli minimi d’assistenza (LMA), e l’etica del bisogno (per esigenza crescente di salute) che di fatto va sostituendo la visione paternalistica sul paziente/persona debole.
 
La visione filosofico sociologica del contrattualismo (avvalorato dalla crescente e applicata normativa sulla responsabilità professionale) sta prendendo sempre più piede su quella ippocratica, mimando in questo il mondo anglosassone e facendo allontanare dai principi della nostra tradizione e cultura latina.
 
Non il primum non nocere ma curare prendendosi cura. Una constatazione sacra per il medico, portato ad analizzare e agire secondo scienza e coscienza, ma forse superflua per chi è impegnato in una sorta di tentativo eteronomico di mutare approcci e comportamenti, pensando di poterli giudicare e cambiare sulla base degli effetti. Con ipotesi, anche fantasiose, di rimedi non solo organizzativi che partono dallo stravolgimento della Legge della pratica medica: il Codice deontologico della professione.
 
Codice tutt’altro che retrivo, anzi in molte parti anticipatore della società e delle mutate esigenze sociali e culturali. Un Codice in evoluzione che andando oltre il vivismo ippocratico ha introdotto concetti al contempo laici e religiosi, come la dignità del vivere e del morire. Anche perché non farlo oggi suonerebbe solo come accanimento della cura, quale applicazione di una pratica assimilabile al concetto anglosassone di futility in medicina.
 
Un Codice i cui dettami, per quanto pregnanti e limitanti siano, esprimono il libero arbitrio e l’autonomia del paziente, oggi sempre più co-agente rispetto al medico “agente” o attore primario.
 
A questo punto sarà importante soffermarsi sulla nuova definizione del ruolo del medico nel rapporto col paziente, accresciuto sempre più nel convincimento dei diritti assoluti, soprattutto di salute, al cui obbligo imperativo si è costantemente chiamati.
 
Il problema è nell’individuazione del ruolo sostanziale del Codice Deontologico nella professione e nella relazione medico-paziente, uscendo dall’equivoco della necessità di una “deontologia sociale”, quasi che i suoi enunciati siano essenzialmente, o esclusivamente, lontani dalla visione sociale della salute o del valore del paziente/persona.
 
La società d’oggi è esigente, il cittadino esige e pretende e il giudizio è tranchant: siamo in una sanità pessima. Una critica generalizzata che ignora come ancor oggi quella italica è una delle migliori sanità al mondo, e non solo perché universalistica ed equa.
 
Purtroppo ad ogni cenno isolato di disservizio, non sempre correlato all’agire del medico, si urla sul sistema salute deprezzando e sminuendo l’oltre 1 milione e mezzo di professionisti quale risorsa indefettibile e preziosa.
 
Il dunque è che il medico è sotto osservazione, se non proprio sotto accusa, di fronte a una giuridicizzazione oltremodo spinta della professione e ad un’attenta politica che vuole limitare l’agire medico, come lo è per le professioni sanitarie, con lo sdoganamento di atti propri di altre figure. Col risultato di ingenerare confusione di ruoli e di funzioni professionali, senza che sia fatta una coerente programmazione formativa e che si siano identificati gli ambiti di lavoro che sono fra loro complementari.
 
Quanto alla giuridicizzazione si potrebbe arrivare a parlare di invasione di campo se si vanno a guardare dotte dissertazioni di validissimi procuratori della Repubblica o sentenze plurime in ambito penale e civile che orientano, a ben vedere indirizzano, il medico ad un comportamento addirittura sostanziale della professione, dando precise indicazioni sulle metodologie diagnostico terapeutiche e sulla più attenta diagnostica differenziale.
 
In ambito del diritto si eccepisce sull’accusa e sull’innocenza. Sotto accusa è soprattutto l’agire del medico che, comunque sia, pur non vivendo un declino, è chiamato a rinnovare i principi e a riaffermare il suo peculiare ruolo e l’indispensabile funzione.
 
Quello che si prospetta con il contributo della Consulta Deontologia è d’intervenire con dati che hanno una funzione di stimolo per una riflessione congiunta, ancor più di fronte a comparti i cui limiti sono talvolta sfumati e lasciati alla mera interpretazione, come la palliazione, la terapia del dolore, l’accanimento terapeutico, le disposizioni del paziente, la sua volontà e la dignità del vivere e del morire, quale contributo a dilemmi sociali e giuridici che, forse necessitano di sempre più approfondite analisi e riflessioni.
 
Una riaffermazione di ruolo che passa attraverso la sublimazione del principio del rapporto fra medico e paziente e della riconquista della fiducia. In questa logica ci si richiama ai rapporti esistenti fra il curare, il come farlo e attraverso quale principio, o principi, farlo.  Ma che si deve confrontare col problema di fondo: quanto si riesca a coniugare la medicina umanizzata con la precision therapy o tailoring therapy e a loro volta con le risorse, aprendo un ulteriore problema di vera politica sanitaria applicata.
 
Cade la sanità sociale di vecchia visione sociologica, subissata dalla domanda vera di salute e di risposta necessaria all’evoluzione della medicina. Non una nuova conoscenza, quanto stanziamento di mezzi per farvi fronte. E consentire l’evoluzione terapeutica commisurata alla necessità vera di salute, alla luce della rivoluzione post genomica avanzante e singolarizzante il caso. E’ la malattia e la tipologia d’interventi che oggi porta a vedere il declino del sistema, qualora non siano identificati i percorsi di finanziamento sostenibile.  Non crisi del medico, dunque, o comunque rimodellamento della sua capacità di cura e di rapporto. E allora, quale sarà il nuovo servizio sanitario?
 
Pierantonio Muzzetto
Coordinatore nazionale Consulta Deontologica Fnomceo

05 marzo 2019
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