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Se l’Ipasvi vuole “rimandare” a scuola 30mila infermieri

05 LUG - Gentile direttore,
abbiamo preso visione del documento emerso dal tavolo ministeriale sulla professione infermieristica e, come richiesto abbiamo inviato le nostre osservazioni. Nel documento, pur incompleto, appare chiaro dove si vuol andare a parare. Non è chiaro quali problemi si vogliano risolvere e quali obiettivi ci si è posti ma risulta evidente dal documento che qualcuno sta utilizzando questo tavolo per riproporre, in veste ministeriale, progetti già presentati e funzionali più al mantenimento di un certo sistema che al soddisfacimento dei nuovi bisogni dei cittadini.

Il riferimento va naturalmente al “modello di evoluzione delle competenze” presentato dalla Federazione nazionale IPASVI e redatto da un ristretto e selezionato numero di professori e dirigenti infermieristici. Tale modello è considerato nel documento la risposta alle premesse del primo paragrafo: aumento dei bisogni legati alla cronicità e alla non autosufficienza, scarsità di risorse finanziarie (quindi solo proposte a costo zero), peggioramento della qualità di vita negli ultimi anni, più territorio e meno ospedale.


Nursind già nel 2015 ha prodotto un’analisi critica del modello proposto perché oltre alla difficoltà attuativa nell’attuale organizzazione si prevede un cambiamento legislativo (rispetto alla legge 43/2006) e formativo.

Mi soffermo ora su questi due aspetti. Il cambiamento legislativo è previsto perché il nuovo modello pensato dall’IPASVI si discosta da quanto previsto dall’art. 6 comma 1 della legge 1 febbraio 2006, n. 43 che prevede il seguente schema:
1. infermiere in possesso della laurea di I livello
2. infermiere coordinatore in possesso del master di I livello in coordinamento o management;
3. infermiere specialista in possesso di master di I livello per le funzioni specialistiche;
4. infermiere dirigente in possesso di laurea specialistica
 
Il nuovo modello IPASVI prevede invece:
1.
infermiere generalista (laurea I livello)
2. infermiere con perfezionamento clinico o gestionale in possesso di un corso di perfezionamento universitario
3. infermiere esperto clinico o coordinatore in possesso di master di I livello in management o esperto in anestesia/analgesia, strumentazione e tecnica chirurgica, dialisi, endoscopia, wound care, …
4. infermiere specialista clinico o responsabile di distretto, dipartimento, area, piattaforma e presidio, in possesso di laurea magistrale con orientamento nelle sei aree previste dall’accordo stato regioni o in ambito gestionale.

Appare evidente che le differenze tra l’attuale sistema formativo e quello proposto, non solo richiedono una rivisitazione di tutta l’organizzazione ma richiedono che chi è già stato formato ritorni dentro il sistema formativo per rendere spendibile (?) il titolo acquisto secondo il nuovo modello.
 
In sostanza si tratta di riconvertire i vecchi titoli nei nuovi. Una manna per l’università e un ulteriore costo per chi si è già formato e finora non ha avuto nemmeno la possibilità di valorizzare il percorso formativo svolto.

Un grosso problema per chi ha conseguito la laurea specialistica finalizzata alla dirigenza prettamente gestionale e non clinica. Un grosso problema per chi anche aspira a un ruolo di coordinamento avendo conseguito un master: ora ai posti di coordinamento avranno accesso anche i laureati magistrali. Un problema anche per chi pensava di diventare specialista con un master e ora si vede richiedere una laurea di secondo livello.

Un continuo rincorrere più funzionale a chi gestisce la formazione che non alle organizzazioni del lavoro. Chiaro il valore economico in ballo per le università come è chiaro su chi ne cade l’onere. Pagarsi la formazione, ri-pagarsi la ri-formazione senza certezza di un reale cambiamento di inquadramento nell’organizzazione ma con la quasi certezza di non aver alcun avanzamento stipendiale. Questa la proposta Ipasvi?

Se possiamo ipotizzare più di 5.000 infermieri con laurea magistrale, i colleghi che hanno un master di coordinamento o clinico sono quasi sicuramente più di 30.000, più del 15% degli infermieri impiegati del SSN.

A ben guardare i numeri non si tratta di poca cosa soprattutto se consideriamo che la gran parte di questi infermieri formati non ha un inquadramento conseguente al titolo di studio conseguito. Infatti non tutte le competenze acquisite sono anche agite e ciò a causa di un’organizzazione che non valorizza e non tiene conto di questo capitale.

Ciò che continuiamo a dire – ma che pochi sembrano comprendere – è che si deve compiere una modifica organizzativa e contrattuale e che la formazione deve rispondere a questa esigenza perché richiesta dall’organizzazione che è impegnata a dare la risposta ai bisogni dei cittadini e non perché pretesa da rappresentanti di una élite. Gli infermieri stanno già subendo l’esito dello scollamento tra formazione e organizzazione e questo esito sta producendo la fuga dalla professione e lo svilimento della categoria. Se non risolviamo questo scollamento affonderemo definitivamente l’infermieristica. Il rilancio dell’IPASVI con altra formazione e altre riorganizzazioni rischia di produrre una ulteriore lacerazione nella categoria.

Il Nursind, al contrario, si è posto il problema della reale possibilità di agire nell’organizzazione le competenze già acquisite. Questo, a nostro parere, il vero tema da affrontare: come possiamo far sì che l’infermiere possa realmente esprimere quanto già acquisito? Quale organizzazione lo può meglio valorizzare nell’interesse dei pazienti e delle altre figure professionali? Quanta responsabilità e autonomia possiamo ricavare all’interno di un lavoro multiprofessionale e multidiscilinare? A quale costo/beneficio? Il modello per intensità assistenziale o per intensità di cura è funzionale ai pazienti e ai professionisti o solo al risparmio di personale?

Ecco alcuni temi a cui, speriamo, venga data risposta.

Dr. Andrea Bottega
Segretario Nazionale Nursind 


05 luglio 2016
© Riproduzione riservata


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