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Cancro. La complessità dei tumori ipofisari al congresso di endocrinologia

Aumentano e hanno raggiounto una prevalenza di un caso ogni 1000 abitanti. Il dato è stato discusso nel corso del 36° congresso nazionale della Società italiana di endocrinologia a Padova. Al centro dei lavori anche l'ipertensione arteriosa, la cura dell'osteoporosi e le nuove terapie per l'endocrinologia oncologica.

09 GIU - “In Italia i tumori ipofisari sono una realtà sempre più di frequente identificata e costituita tanto che la loro prevalenza si stima attualmente in  1 caso ogni 1000 persone”. Lo ha sottolineato Carla Scaroni, endocrinologa del complesso Azienda Ospedaliera-Università di Padova, nel corso del 36° congresso nazionale della Società italiana di endocrinologia a Padova.

Altro tema di grande interesse per la difficoltà di scelta terapeutica e per le conseguenze sistemiche è quello relativo agli adenomi ipofisari cosiddetti aggressivi per cui ci sono nuovi farmaci già in uso o come potenziali future armi. Nel corso degli interventi si è  parlato  dei  tumori ipofisari familiari, da indagare anche dal punto di vista genetico  e della complessa malattia acromegalica nelle sue complicanze multisistemiche e nella scelta terapeutica delle forme resistenti.

Dal congresso emerge che per affrontare in modo adeguato queste malattie così complesse è fondamentale  l’integrazione  di  molte e competenti  figure professionali: l’endocrinologo, il  neuro radiologo e il  neurochirurgo con l’eventuale collaborazione dell’otorino-endoscopista, e poi l’anatomo-patologo, il radioterapista ed in particolari situazioni anche l’oncologo, il biologo molecolare e il genetista, figure quest’ultime che collaborano in team anche nella sede di Padova.


Nel corso del congresso sono stati presentati, da parte del gruppo di studio locale di patologia ipofisaria, i risultati di una ricerca di avanguardia che identifica nuove cause all’origine del tumore ipofisario secernente GH, la cosiddetta acromegalia, cioè la presenza di recettori del GIP che possono modificare l’andamento del tumore e offrire nuovi spunti di cura.

Altro tema affrontato è stato l’iperaldosteronismo primitivo che per anni è stato considerato una forma relativamente benigna di ipertensione, rara (<1%) e da sospettarsi solo in presenza di  ipopotassiemia. Ora si sa che non è così: l’iperaldosteronismo primitivo, causato da un’eccessiva produzione di aldosterone, l’ormone prodotto dalle ghiandole surrenali che regola l’equilibrio idrosalino del nostro organismo, è relativamente frequente (8%-13& degli ipertesi) ed è caratterizzato da un’ aumentata frequenza  dei  fattori di rischio cardiovascolare (ictus,fibrillazione atriale, ischemia miocardica) rispetto agli altri ipertesi e si presenta con ipopotassiemia solo in una parte dei casi".

Un’intera sessione è stata dedicata a questa forma di ipertensione arteriosa secondaria, sulla quale si stanno discutendo i criteri per lo screening, la diagnosi e la terapia medica o chirurgica, anche sulla base delle Linee Guida pubblicate dall’Endocrine society americana, del cui panel internazionale ha fatto parte anche Franco Mantero, presidente del Comitato Organizzatore locale di Padova.

La discussione dei temi presenti nel simposio ha fornito un prezioso aggiornamento per l’approccio clinico a questa patologia e costituito una base preziosa per  il processo di revisione delle Linee Guida internazionali (in programma nei prossimi mesi). In quest’ultime dovranno esser inserite le novità legate allo sviluppo di nuove tecnologie per i dosaggi di renina e aldosterone e le implicazioni nella diffusione dello screening della malattia (i pazienti ipertesi sono milioni in ogni Paese) e dovrà esser riconsiderato il ruolo del cateterismo delle vene surrenaliche per la diagnosi differenziale tra le forme sostenute da un tumore surrenalico o da una iperplasia bilaterale dei surreni, la prima curabile radicalmente con l’asportazione dell’adenoma, la seconda da trattare con farmaci antialdosteronici possibilmente di nuova generazione. Un ampio intervento è stato fatto infine incentrato sulle novità sulla genetica molecolare degli adenomi aldosterone-secernenti, frutto di ricerche di un network europeo al quale i ricercatori italiani (e padovani in particolare) partecipano attivamente da anni. 

Altro tema scandagliato nel corso dei lavori è stato l’osteoporosi. "Si tratta - racconta Fabio Vescini, dirigente medico di endocrinologia all’Azienda ospedaliero-universitaria di Udine - è una malattia dello scheletro che viene frequentemente complicata da fratture per trauma minimo e che presenta un alto impatto socio-economico. Con l’aumento dell’aspettativa di vita della popolazione, infatti, si è osservato un incremento del numero di fratture osteoporotiche che, in base ai dati della letteratura, sembra destinato a crescere ulteriormente nel prossimo futuro, comportando gravi problemi in termini di sopravvivenza, autosufficienza, morbilità per i pazienti e un notevole dispendio di risorse economiche per i sistemi sanitari”. Secondo quanto spiega lo studioso “l’osso umano viene continuamente rinnovato attraverso un processo che vede implicati gli osteoclasti, le cellule che distruggono l’osso ““vecchio”” e gli osteoblasti, i responsabili della ricostruzione.

La comunicazione continua fra questi due stipiti cellulari, nonché la coordinazione delle loro attività, regolata dagli osteociti, detti anche i direttori d’orchestra del rimodellamento osseo, avviene attraverso lo scambio di segnali biochimici che seguono l’espressione di geni specifici e la produzione di molecole attivatorie o inibitorie. Sulla base di queste osservazioni – fa notare Fabio Vescini - sono state sviluppate strategie terapeutiche in grado di inibire il riassorbimento osseo osteoclasto-mediato, di stimolare l’osteoformazione osteoblastica, di agire sinergicamente sui due sistemi, attraverso trattamenti combinati, ovvero sequenziali". 

Per l’endocrinologo dunque la comprensione dei meccanismi molecolari che sottendono le alterazioni cellulari tipiche dell’osteoporosi ha permesso negli ultimi 10-15 anni di fare enormi progressi e ricorda i vantaggi di un farmaco recentemente commercializzato: il denosumab. “Fra poco inoltre – evidenzia Fabio Vescini - saranno disponibili sul mercato anche altre molecole, sia ad azione anti-riassorbitiva quale, ad esempio, odanacatib, inibitore dell’enzima osteoclastico catepsina K, sia stimolanti l’attività osteoblastica, come gli anticorpi diretti contro sclerostina e dickkopf-1, due inibitori endogeni dell’osteoformazione.

La discussione si è concentrata, infine, sulle nuove terapie per l'endocrinologia oncologica. "Everolimus e Sunitinib sembrano essere i farmaci più promettenti per trattare le forme di tumori neuroendocrini, non guaribili con la chirurgia”, spiega Antongiulio Faggiano, endocrinologo del Policlinico Federico II e dell’Istituto Nazionale dei Tumori G. Pascale, di Napoli. “Si tratta – aggiunge l’esperto - di farmaci che agiscono su specifiche proteine che il tumore esprime in maniera abnorme per aumentare la sua capacità di crescita e sviluppo. Sono terapie selettive che sono tollerate dai pazienti molto meglio della tradizionale chemioterapia, a fronte di un efficacia anti-tumorale simile e in molti casi maggiore. I tumori neuroendocrini (NET) – ricorda lo studioso napoletano - sono un gruppo eterogeneo di neoplasie che insorgono principalmente nell’apparato digerente e respiratorio e hanno la caratteristica di secernere ormoni e molecole biologiche. Negli ultimi venti anni, è stato possibile migliorare le conoscenze sui NET e nuovi efficaci trattamenti medici sono diventati disponibili”.

Novità di rilievo anche nel campo delle terapie biologiche, da tempo utilizzate nei NET. Secondo Antongiulio Faggiano, il pasireotide, un nuovo analogo della somatostatina, può rappresentare un avanzamento nel controllo clinico e tumorale dei NET refrattari alla terapia con i farmaci tradizionali e nel controllo dei sintomi ormonali ad essi associati. “ In generale - conclude - la direzione verso cui si sta andando è quella della caratterizzazione biologica e molecolare del tumore, volta a identificare l’espressione di determinate molecole utili per la terapia".
 
 

09 giugno 2013
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