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Tumori del sangue. Aumentano le guarigioni. A colloquio con Gherlinzoni (Ca’ Foncello, Treviso)

Nella leucemia acuta a promielociti, la percentuale di potenziali guariti è del 90%. In altre leucemie circa del 40%. Sono alcuni dati riferiti da Lancet Oncology*, di cui si è discusso al Congresso Nazionale sul tema a Treviso. In fase di studio nuovi farmaci molecolari. Sotto attenzione anche gli aspetti sociali e le eventuali complicanze successive alla guarigione

20 NOV - In tutta Europa, la sopravvivenza dei pazienti affetti da tumori ematologici è in progressivo aumento, anche se in misura differente a seconda della neoplasia e dell’area geografica presa in considerazione. Ad affermarlo, è uno studio*, pubblicato sull’autorevole rivista Lancet Oncology, che è stato condotto da ricercatori dell’Istituto dei Tumori di Milano e dell’Istituto Superiore di Sanità. Di questo tema, inoltre, si è discusso in occasione del Congresso Nazionale a Treviso “Il guarito di neoplasie ematologiche dell’adulto”, tenutosi lo scorso 14 e 15 novembre.
 
Lo studio su Lancet Oncology ha preso in considerazione più di 500mila pazienti di età superiore ai 15 anni, affetti da tumori ematologici diagnosticati dal 1996 al 2007 e afferenti a 30 registri di tumori in 20 paesi europei. In tutte le malattie del sangue è stato rilevato un aumento della sopravvivenza, più marcato nei soggetti di età inferiore ai 75 anni. Le patologie che hanno evidenziato i migliori risultati sono la leucemia mieloide cronica, la leucemia acuta a promielociti, i linfomi non-Hodgkin a grandi cellule e follicolari.

 
In linea con i risultati europei sono quelli ottenuti presso l’Ematologia dell’Ospedale Ca’ Foncello di Treviso, nata nel 2001 e sviluppatasi col determinante contributo della Sezione Provinciale dell’AIL (Associazione Italiana contro le Leucemie, Linfomi e Mielomi). A dirigerla è il Dottor Filippo Gherlinzoni, Primario ematologo del Ca’ Foncello e organizzatore del Congresso, cui abbiamo rivolto alcune domande sui dati dell’aumento della sopravvivenza.
 
“Secondo i dati del reparto, anche a Treviso la Leucemia acuta a promielociti registra il 90% di potenziali guariti. Questa neoplasia, anche chiamata leucemia acuta fulminante, costituisce una delle forme più aggressive e con la più alta mortalità precoce e rappresenta il 10% di tutte le leucemie. Grazie all’impiego di molecole con azione differente rispetto ai classici chemioterapici, in particolare un derivato della vitamina A e un derivato dell’arsenico, è possibile curarla e avere una guarigione definitiva nel 90% dei pazienti, un risultato straordinario limitato a questo tipo di leucemia acuta”, ci spiega il dottor Gherlinzoni. “Nel caso di Linfoma di Hodgkin, poi, su 152 diagnosi formulate a Treviso, le remissioni complete sono state 134, pari all’88%. Sono 118 i pazienti (78%) che sono oggi liberi da malattia con un periodo di osservazione medio di 6 anni. Nella Leucemia mieloide cronica, che fino al 2000 era ineluttabilmente mortale per i pazienti (tranne nel caso di coloro che effettuavano trapianto di midollo osseo allogenico), grazie a nuove molecole oggi è stata raggiunta una sopravvivenza a 8-10 anni intorno all’85%-90% dei casi. Anche nelle altre forme di leucemia si riscontra un aumento della sopravvivenza, percentualmente pari al 40%, in base ai dati medi”.
 
Ma a cosa è dovuto questo aumento della sopravvivenza? “Da un lato, al costante incremento di nuovi farmaci, differenti dai chemioterapici ‘tradizionali’. Queste nuove molecole agiscono direttamente sui meccanismi biologici che favoriscono la crescita del tumore, essendo in grado di bloccare l’attività leucemogena. Tra queste, ci sono ad esempio gli inibitori delle tirosin chinasi, ma anche altre molecole in corso di studio. Alla base di tali risultati, lo sviluppo della ricerca preclinica e di laboratorio innanzitutto individua  le alterazioni genetico-molecolari che favoriscono la trasformazione in senso tumorale di una  cellula normale, identificando nella maggior parte dei casi  le proteine anomale che sono le dirette responsabili della tumorigenesi di un tessuto. I dati  ottenuti dalla ricerca di base e preclinica vengono poi trasformati in applicazioni direttamente fruibili al letto del paziente”, prosegue il Primario. “Un altro dato importante riguarda l’allargamento del numero di pazienti che possono beneficiare del trapianto allogenico [trapianto di cellule staminali ematopoietiche da donatore sano a ricevente malato compatibile in base all’HLA Human leukocyte antigens, ndr]. Mentre 30 anni fa questo tipo di trapianto era consentito soltanto in pazienti con età non superiore a 40 anni, oggi l’intervento spesso può essere effettuato in individui con età fino a 60 anni e talvolta 65 anni. Il tutto viene reso possibile, oltre ai miglioramenti legati alle tecniche di supporto e alla profilassi anti-infettiva, anche dall’adozione di regimi di condizionamento pretrapianto a ridotta intensità, il cosiddetto trapianto a ridotto condizionamento, che presenta un livello inferiore di tossicità. Inoltre, mentre fino a cinque-dieci anni fa era richiesta una perfetta compatibilità, in base al Sistema maggiore di istocompatibilità (HLA), tra donatore di midollo osseo e ricevente adesso è possibile avere un donatore che sia anche soltanto parzialmente compatibile: si parla in tal caso di  trapianto aploidentico, effettuato sempre più frequentemente”.
 
Qual è la definizione di guarigione e quando un paziente si considera ‘guarito’? “L’ottenimento e i tempi della ‘guarigione’ dipendono dalle singole patologie. In generale, in casi acuti come quello della leucemia acuta a promielociti o anche nei Linfomi di Hodgkin e non-Hodgkin, ad esempio, quando un paziente si trova in remissione completa da almeno tre anni, è possibile considerarlo guarito, anche se in rari casi, nonostante il lungo periodo libero dalla malattia, può accadere una ricaduta tardiva”, spiega il Dottor Gherlinzoni. “Quello che è importante mettere a fuoco, e di cui abbiamo discusso durante il Congresso a Treviso, riguarda l’aspettativa e la qualità di vita del paziente guarito, a partire dalle eventuali complicanze/patologie secondarie che possono emergere dopo la guarigione fino ad arrivare al suo reinserimento nella vita affettiva, sociale e lavorativa”. Relativamente all’aspetto medico sanitario, prosegue l’esperto, “ad esempio con le chemioterapie ‘tradizionali’ alcuni pazienti con tumore ematologico guarito possono presentare un rischio più alto, rispetto ad un individuo che non ha avuto questa neoplasia, di sviluppare secondi tumori come il tumore del polmone – per cui ad esempio il consumo di tabacco è assolutamente bandito –, ma anche altri tumori del tratto digerente, della mammella (ad esempio nella giovane paziente che ha effettuato irradiazione  a livello della ghiandola mammaria) o leucemie secondarie legate verosimilmente ai danni dei trattamenti radio e chemioterapici, oltre ad un rischio cardiovascolare talvolta aumentato”, conclude Gherlinzoni. “Per questo è importante chiedersi quali strategie adottare nei pazienti considerati guariti”.
 
Viola Rita
 
* Milena Sant et al., Survival for haematological malignancies in Europe between 1997 and 2008 by region and age: results of EUROCARE-5, a population-based study, Lancet Oncology, July 14, 2014 http://dx.doi.org/10.1016/S1470-2045(14)70282-7

20 novembre 2014
© Riproduzione riservata


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