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Infezioni ospedaliere. Federanziani: "22 mila morti in tre anni, bruciati 11 mld di euro"


“Ci sono più morti per infezioni ospedaliere che per incidenti stradali. Un'ecatombe”. La denuncia arriva dal presidente di Federanziani, Roberto Messina. Secondo uno studio dell’associazione, nello stesso periodo sono stati “bruciati oltre 11 mld di euro per infezioni correlate all’assistenza”.

26 AGO - In Italia nel triennio 2008-2010 sono state contratte complessivamente2.269.045 infezioni ospedaliere, per un totale di 22.691 decessi e un costo a carico del Servizio sanitario nazionale che oscilla tra 4,8 e 11,1 miliardi di euro (vedi tabella a fondo pagina). Mediamente un’infezione su tre è evitabile.
È quanto rivela una ricerca del centro studi Sic Sanità in Cifre di FederAnziani, che ha setacciato i dati relativi alle infezioni correlate all’assistenza (ICA) nell’ultimo triennio, rivelandone un vero e proprio boom con costi esorbitanti per il Ssn.

“Il triennio 2008-2010 rivela dati allarmanti per quanto riguarda le infezioni ospedaliere, i relativi costi e decessi – spiega Roberto Messina, Presidente di FederAnziani e responsabile del Centro Studi SIC -. Le vittime delle infezioni ospedaliere in Italia sono molte di più di quelle degli incidenti stradali, che nel triennio considerato, secondo l’Istat, sono state 13.052, a fronte dei 22.691 decessi legati alle infezioni ospedaliere. Parallelamente, in tempo di spending review, di tagli alla sanità, di proclamata attenzione agli sprechi, i costi economici delle infezioni correlate all’assistenza (ICA) rappresentano un vero e proprio scandalo. Parliamo di una cifra che nel triennio 2008-2010 oscilla tra 4,8 e 11,1 miliardi di euro”.

Eppure, sottolinea Messina, “si tratta di costi in larga parte evitabili, se si pensa che circa il 30% delle infezioni è potenzialmente prevenibile con l’adozione di misure preventive. Ad esempio uno degli elementi centrali per proteggere il paziente dalla trasmissione di microrganismi è l’igiene delle mani. Tuttavia tra i professionisti sanitari il tasso di adesione a tale semplice pratica raramente supera il 50%”.

Secondo i dati di Federanziani il numero di infezioni ospedaliere stimato in Italia è compreso tra il 5 e l’8% dei ricoveri; ogni anno si verificano circa 450-700 mila infezioni (soprattutto infezioni urinarie, seguite da infezioni della ferita chirurgica, polmoniti e sepsi) e nell’1% dei casi si stima che esse siano la causa diretta del decesso del paziente.

“Il rischio economico legato alle ICA – commenta Messina - ricade pesantemente sui vari sistemi sanitari regionali e nazionali, in quanto le infezioni aumentano le giornate di degenza e convalescenza del malato e c’è la necessità, nel caso di infezioni da ferite chirurgiche, di successivi controlli ambulatoriali. Il carico economico che le infezioni si portano dietro, inoltre, deve comprendere anche i costi indiretti dovuti alle assenze lavorative o ai vari spostamenti sostenuti da questi pazienti per farsi curare. Proprio in ragione di tali esorbitanti costi sia in termini di salute che economici – aggiunge Messina - occorre adoperare procedure standardizzate attraverso l’adozione di pratiche assistenziali sempre più sicure, ed è opportuno che anche il nostro Paese si doti di un sistema di sorveglianza delle infezioni correlate all’assistenza, poiché è dimostrato che in assenza di monitoraggio l’incidenza delle ICA tende ad aumentare drasticamente”.

“Può sembrare strano – conclude Messina - dover ribadire oggi quanto enunciato circa un secolo e mezzo fa da Florence Nightingale, ma il primo requisito di un ospedale dovrebbe essere quello di  non arrecare danno al malato. Come dire, ‘primum non nocere’. Ma oggi purtroppo l’evidenza dimostra che i nostri ospedali sono ben lontani dal possedere tale requisito, come ben sanno medici e pazienti, che assistono sempre più impotenti alla crescente incapacità del Ssn di garantire il  diritto alla salute dei cittadini solennemente sancito dalla Costituzione Italiana”.
 
 


26 agosto 2012
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