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La salute in era post-elettorale. La tragedia e la farsa

di Marcello Montibeller

Di strategia, purtroppo, non c’è traccia. C’è traccia solo di tattica, di situazionismo, di volontà di sopravvivenza al ribasso. Così che ci tocca lasciarci parafrasando il Salvatore Satta dei “Colloqui e soliloqui di un giurista”: perché questo nostro campo del socialismo ha scelto di porsi sotto il segno della tristezza?

07 DIC -

La recente vittoria della destra ha aperto in Italia la corsa alla frettolosa ricomposizione delle spoglie smembrate di quella che fu l’ingloriosa esperienza del centrosinistra e ha riproposto, come se non fosse già stato il leit-motiv dell’intera seconda Repubblica, il tema delle alleanze e delle contrapposizioni in cerca di un bipolarismo mai (e forse per fortuna) compiuto nel nostro Paese.

Per come si sono negli anni stratificate le retoriche politiche non poteva non sorgere, in questo quadro, l’immagine accorata del fronte resistenziale contro l’imminente arrivo del fascismo. Il fascismo, con buona pace di questa frettolosa lettura, di questo esperimento collettivo di infantilismo politico, non si è poi ripresentato come fenomeno storico e, qualora lo si fosse considerato come categoria dello spirito, si era presentato in altre forme ciclicamente nella nostra storia, spesso sotto mentite spoglie, senza particolare scalpore.

Sono momenti in cui si sente la necessità di ripercorrere i classici del pensiero politico per fuggire dal rumore di fondo del presente; difficile, in tal senso, non ripensare al Marx de “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte” quando scrive: “i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. […] la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa. Caussidière invece di Danton, Louis Blanc invece di Robespierre, la Montagna del 1848-1851 invece della Montagna del 1793-1795, il nipote invece dello zio”. Così, in questo momento di accoramento generale, il temuto fascismo si è ripresentato sotto forma di neoconservatorismo in veste clerical-tradizionalista nei discorsi di Giorgia Meloni, mentre la nobile storia dell’antifascismo ha indossato la maschera comica dei latori di accordi tecnici e larghissimi campi dalle strette prospettive programmatiche.

Sembra forse essere una parte dello zeitgeist, dello spirito del tempo, ma la supremazia del piano narrativo su quello fattuale diventa talvolta francamente intollerabile, specialmente quando i fatti riguardano campi cruciali e vicinissimi a esigenze vitali, come quello della salute.

Nel racconto dominante, la versione farsesca (nel senso tecnico del termine), del CLN leva ora gli scudi contro l’ipotetica riforma Calderoli, immemore forse del fatto che le sue premesse giuridiche furono poste da governi a guida dei futuri confluenti nel PD attraverso la sciagurata riforma del titolo V della costituzione e le sue premesse fattuali e pratiche, come ricorda opportunamente Cavicchi in un articolo su “L’Espresso”, dalle proposte di “terze vie al federalismo” cavalcate da Bonaccini, candidato ora alla segreteria del PD, forza che, autodefinendosi resistenziale pur nella continuità di prospettive di fatto, vorrà forse individuare in lui un novello Ferruccio Parri. La farsa in luogo della tragedia, il nipote in luogo dello zio, si diceva.

Sulla vicenda del ruolo del Partito Democratico e dei suoi precursori in tema di sanità e di benevolenza verso il federalismo de facto, il privato e il profitto, il mondo assicurativo e con essi la controriforma del Servizio Sanitario Nazionale tra aziendalismo, intramoenia, concorrenza pubblico-privato, campagne di accreditamenti e tentazioni federaliste, e sul suo tardivo convertirsi alla sanità pubblica, dal comodo scranno dell’opposizione, si potrebbe forse citare quanto Palmiro Togliatti ebbe a scrivere di Turati nel breve testo “Turatiana” del 1932: “ Una intera vita politica spesa per servire i nemici di classe del proletariato, per servirli nel seno stesso del movimento operaio. E, alla fine, il benservito da parte dei borghesi nella forma della eliminazione dalla vita politica del paese, nella forma della violenza e dello scherno. Tutta la vita per dare scacco alla rivoluzione, per preservare l'ordine, la tranquillità, la pacifica esistenza del capitalismo e delle sue istituzioni, e, alla fine, la impotenza pietosa, querula, dell'esilio. L'apparenza è quella di un destino tragico. La sostanza è quella di un fallimento”.

Se sorgono dubbi sull’asservimento “in seno alla stessa classe lavoratrice” agli interessi del capitale basta forse dare un’occhiata all’andamento dei profitti delle assicurazioni sulla salute e delle associazioni dell’ospedalità privata negli ingloriosi anni delle controriforme “sinistre” (è dizione leninista) più che “di sinistra”.


Ma non serve a dire il vero scomodare Togliatti, perché basta forse la risposta dell’attuale Ministro della Salute cui è pietosamente, e per propria colpa, estremamente difficile controbattere in termini fattuali: “Chi si lamenta oggi, tra il 2013 e il 2019, quando c'è stato un definanziamento della sanità, a vario titolo stava nel governo”.

Proprio perché la storia si ripresenta in forma di farsa, se non bastò l’intero apparato militare-industriale a scoraggiare l’antifascismo tragico, nel senso classico e nobile del termine, potrebbero essere invece sufficienti una ventina di parole di un ministro neoinsediato a scoraggiare quello farsesco dei nostri tempi; potrebbero, e forse auspicabilmente, perché è talmente incontestabile il piano fattuale che, anche in epoca di trionfo del narrativo, a tentare di replicare si potrebbe finire per fare quella che la gozzaniana ironia piemontese definisce “la figura del cioccolataio”.

Questo non toglie che si delineino nuovi elementi di preoccupazione, quali ad esempio lo spettro del controllo politico su AIFA, giustamente stigmatizzato da Capocci su “Il Manifesto”; il punto è che, anche in questo caso, dobbiamo chiederci come e quando è cominciato il peso della nomina politica sul mondo sanitario. Si tratta di una vecchia vicenda che ha trovato, fino a oggi, un sostegno bipartisan, come usa dire, e che data perlomeno all’introduzione della figura del Direttore Generale delle Aziende Sanitarie Locali. Quando si concepiscono figure autocratiche e partitogenite non ci si deve poi stupire troppo che il modello venga esteso.

Ovviamente, in una continuità di prospettive di disfacimento del Servizio Sanitario Nazionale, occorrerebbe una reazione. Reazione che, al momento, latita. Non si può chiedere questa reazione a chi fino a ieri ha partecipato, in modo trasversale e costante, alla situazione presente oppure, meglio, ci si può aspettare a parti invertite di potere, una reazione “in recupero” per così dire, nelle retoriche social e di piazza, ma non una proposta sostanziale, di cui d’altra parte non c’è traccia nel perdurare delle esperienze di governo regionale della sanità di chi oggi si pone all’opposizione del governo nazionale.

Una reazione sarebbe stata auspicabile da parte di quella sinistra che si è posta al di fuori dell’ultima esperienza di governo, eppure il campo è sembrato più occupato dalla necessità di far parte della versione farsesca del CLN, nella retorica pubblica, e dalla volontà di imporre a tutti i costi fumosi “accordi tecnici” di autosussistenza, nella vita di partito. La giaculatoria del campo largo, ormai fuori tempo, tanto storico quanto fattuale, ha occupato tutto il linguaggio politico, denaturando l’intero apparato delle questioni di sostanza. Si tratta, forse, del lato tragicomico della farsa.

Se e quando si vorranno porre la questione dell’universalità fattuale e non formale del servizio sanitario, la questione della democratizzazione delle ASL, la questione dell’accesso alle cure degli esclusi dalla società, allora si dovrà porre la questione dell’analisi dei rapporti di forza e di potere che hanno, non per caso o per errore, ma in un processo lungo, coerente e conseguente, portato alla situazione che osserviamo.

Dall’articolo 32 della Costituzione, che definisce la salute come diritto inalienabile dell’individuo, alle raccomandazioni dell’OMS sul coinvolgimento costante degli operatori e degli utenti nella pianificazione sanitaria, molto avremmo da fare per contrastare la più odiosa delle forme di diseguaglianza: quella che si esercita sul diritto a curarsi, e quindi a vivere, sul diritto a essere soggetti critici e partecipi e non oggetti passivi, della propria cura.

Ma non è possibile contrastare questa diseguaglianza senza contrastare il verticismo a guida politica delle strutture sanitarie, gli interessi di natura non sociale dell’ospedalità privata, delle compagnie assicurative, del mondo delle prestazioni intramurarie, che sono il vero centro di potere che governa la politica che a sua volta governa l’autocrazia delle aziende sanitarie locali.

Questi i temi in cui si dovrebbe entrare e, invece, non si entra. Questi temi rimandano a strutture che si sono costituite come strutture di potere capaci di limitare la stessa azione politico-istituzionale. Sarebbe sufficiente pensare a cosa vorrebbe dire imporre una nuova direzione agli accreditamenti in una regione come il Lazio, in cui la sanità privata possiede più del 50% dei posti letto. Possiamo forse pensare che questo devastante potere contrattuale non avrà un peso in un processo di questo tipo?

Sarebbe molto utile se la sinistra di opposizione si concentrasse sull’analisi di questi rapporti di potere più che sulla litania vuota del campo largo; tanto utile quanto difficile, perché svuoterebbe la retorica nullissima delle sue attuali segreterie riproponendo, in luogo della ciancia, il tema della “cosa”.

Ma la “cosa” è alla fine, come anticipava con enorme lungimiranza Giulio Alfredo Maccacaro, l’appropriazione da parte della collettività in generale e dei lavoratori in particolare, della salute, perché è “loro” e può essere loro solo se la medicina diventa prassi di liberazione, se prende parte nel campo della lotta tra il profitto di alcuni e il diritto di tutti. La medicina ipotizzata da Maccacaro è in tal senso, ed erano parole sue, “prassi rivoluzionaria”, spallata al sistema complessivo delle diseguaglianze e dell’oppressione.

Nella chiave che a questo termine davano i rivoluzionari russi, la medicina deve essere strategia di liberazione e di giustizia: “Il compito più importante della strategia è di determinare qual è la direzione principale che il movimento […] deve seguire, e quale offre maggiori vantaggi […] per vibrare all'avversario il colpo principale al fine di conseguire gli obiettivi posti dal programma. Il piano strategico è il piano di organizzazione del colpo decisivo, nella direzione in cui questo colpo può dare i risultati massimi con la massima rapidità”.

Di strategia, purtroppo, non c’è traccia. C’è traccia solo di tattica, di situazionismo, di volontà di sopravvivenza al ribasso. Così che ci tocca lasciarci parafrasando il Salvatore Satta dei “Colloqui e soliloqui di un giurista”: perché questo nostro campo del socialismo ha scelto di porsi sotto il segno della tristezza?

Marcello Montibeller
Dottore di ricerca in filosofia e teoria delle scienze umane (Dottorato Europeo, cotutela Roma Tre - Innsbruck), medico di medicina d'urgenza presso ospedale Augusto Murri di Fermo



07 dicembre 2022
© Riproduzione riservata


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