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Burocrazia, eccesso di regole e carico fiscale soffocano le imprese private. I dati del Censis

L’indagine del Censis conferma quanto denunciato tante volte anche in sanità, in primis dalle aziende del farmaco. Contro la burocrazia statale il 19,9% degli imprenditori italiani rispetto all’8,5% degli inglesi e all’8,9% dei tedeschi. Il carico fiscale in Italia è pari al 65,4% dei profitti contro il 33,7% del Regno Unito e il 48,8% della Germania. A pesare soprattutto le imposte sul lavoro, molto più basse nel resto di Europa.

17 GIU - La burocrazia è la più pesante zavorra per le imprese private italiane. Lo hanno denunciato più volte anche protagonisti del mondo sanitario come Farmindustria o Assobiomedica e la conferma arriva oggi dal Censis, che ha diffuso oggi le opinioni degli imprenditori italiani su cosa ostacola di più lo sviluppo delle imprese nel nostro Paese in occasione di un incontro dedicato alla “difesa del privato”. Dovendo scegliere tra 15 fattori, il 19,9% degli imprenditori italiani colloca al primo posto la burocrazia statale inefficiente come principale zavorra per chi vuole avviare un’attività economica. Si tratta di una percentuale molto più alta rispetto agli altri grandi Paesi europei: l’8,5% nel Regno Unito, l’8,9% in Germania, il 10,3% in Francia. Al secondo posto gli imprenditori italiani citano l’eccessivo carico fiscale (18,7%), molto più dei loro colleghi tedeschi (10,9%), inglesi (12,8%), spagnoli (12,8%). “Gli effetti del cattivo funzionamento della macchina pubblica sono evidenti se si guarda la nostra capacità di spendere i fondi europei della programmazione 2007-2013: A un anno dal termine ultimo, la spesa certificata è di 33 miliardi di euro, ovvero il 71% di quanto programmato. Questo significa che bisognerebbe spendere entro l’anno i residui 13,6 miliardi di euro, oltre 10 miliardi dei quali riguardano le regioni meridionali”, osserva il Censis nella nota di commento dei dati.


A dirla con un gioco di parole, in Italia fare una impresa è una vera impresa. Per ottenere un permesso edilizio per costruire un capannone, nel nostro Paese servono mediamente 233 giorni (quasi 8 mesi), con un costo delle procedure che arriva fino a quasi il 4% del valore dell’investimento. Per ottenere la stessa autorizzazione, in Germania bastano 96 giorni, 105 nel Regno Unito, 183 in Francia. Per allacciarsi alla rete elettrica, in Italia sono necessari in media 124 giorni: solo 28 in Germania, 79 in Francia, 85 in Spagna.

In generale, evidenzia il Censis, “nella graduatoria mondiale della World Bank, l’Italia si colloca al 56° posto su 165 Paesi per facilità di fare impresa”. Peraltro, burocrazia e scarsa trasparenza generano un contenzioso complesso e costoso. “L’Italia – continua la nota del Censis - si colloca al 147° posto su 180 Paesi nella graduatoria mondiale relativa alla risoluzione delle controversie commerciali, lontanissima dalla prima posizione di Singapore e più vicina alle performance di Trinidad e Tobago, distante anche da tutti gli altri Paesi dell’Unione europea, con l’unica eccezione della Grecia”.

Per risolvere una controversia commerciale bisogna passare attraverso 37 procedure e servono in media 1.185 giorni (circa 3 anni e 3 mesi), contro i 394 giorni della Germania, i 395 della Francia, i 437 del Regno Unito, i 510 della Spagna. Peggio di noi in Europa solo Slovenia (1.270 giorni necessari in media per risolvere una causa commerciale) e Grecia (1.580 giorni).

Un altro problema che limita la crescita delle nostre imprese, spingendole in alcune realtà all’evasione, è il carico fiscale e gli adempimenti burocratici connessi. Le imprese in regola con le tasse in Italia dedicano in media 269 ore all’anno (circa 34 giorni) agli adempimenti necessari per pagare le imposte, contro 110 ore necessarie nel Regno Unito, 137 in Francia, 218 in Germania. E sono sottoposte a un carico fiscale che è pari complessivamente al 65,4% dei profitti realizzati, contro il 33,7% del Regno Unito, il 48,8% della Germania, il 58,2% della Spagna. Nel nostro Paese pesano particolarmente le imposte sul lavoro, che raggiungono il 43,4% del totale dei profitti (l’11,3% nel Regno Unito, il 21,2% in Germania, il 35,7% in Spagna).

Contro le nostre imprese private c’è poi, secondo quanto emerso dalla ricerca del Censis, “la concorrenza ‘sleale’ del capitalismo di Stato, che risponde alla politica e non ha inaugurato una nuova stagione di economia mista”. Sono più di 11.000 i soggetti economici a partecipazione pubblica, di cui oltre 7.600 aziende (di queste, quasi il 60% con una quota di partecipazione pubblica superiore al 50% del capitale) che impiegano circa 950.000 addetti. Tra le prime 15 società italiane per fatturato, sono 6 a essere a preminente partecipazione pubblica, per un fatturato complessivo che supera i 260 miliardi di euro e corrisponde a più della metà (il 55,7%) del fatturato totale delle 15 maggiori aziende del Paese. “Ma negare la dignità del privato come protagonista di attività di interesse collettivo significa scoraggiare una ripresa interpretata da milioni di persone e non solo dalla onnipresenza pubblica. Con il rischio del prevalere di uno statalismo autoreferenziale, burocratico, senza visione e senza capacità di collegarsi con le dinamiche della realtà sociale”.

Un ulteriore fattore frenante per la nostra economia è la corruzione che, nonostante gli interventi di controllo e repressione, continua a essere percepita come "dilagante". Secondo l’indice di Transparency International, ripreso dal Censis, l’Italia si posiziona al 69° posto su 175 Paesi per corruzione pubblica percepita, ultima tra i Paesi europei insieme a Grecia, Bulgaria e Romania. “Che però la sola via giudiziaria alla legalità, ogni volta riconfermata dagli scandali e dal conseguente rimbombo mediatico, non sia sufficiente per contrastare la corruzione lo dimostrano i dati sugli appalti pubblici assegnati con procedura negoziata”. Quella che, pur essendo una procedura formalmente corretta, dovrebbe essere una prassi eccezionale e motivata, tra il 2011 e il 2014 è stata utilizzata nell’81% degli affidamenti dei 20 Comuni capoluogo (più di 36.000 volte). “Si tratta di un escamotage per non bandire una gara aperta, spesso ricercato per non rimanere impelagati in procedure lunghe e farraginose, che è stato utilizzato soprattutto per i contratti di pezzatura minore (l’importo medio è di 115.000 euro, ben oltre la soglia dei 40.000 euro consentiti per gli affidamenti diretti), ma che ha riguardato contratti per un valore complessivo di 4,2 miliardi di euro stipulati dai Comuni capoluogo negli ultimi quattro anni”. Si può stimare in 33 miliardi di euro l’anno il valore dei contratti pubblici sopra la soglia dei 40.000 euro stipulati a livello nazionale con procedura negoziata.

17 giugno 2015
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