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Ma è vero che gli italiani non hanno i soldi per curarsi? Ecco come stanno veramente le cose

Dall'indagine Istat sugli italiani che rinunciano alle cure per motivi di reddito si ridimensionano gli allarmi circolati finora: non 12-13 milioni e oltre, ma in media circa 4 milioni hanno avuto difficioltà più serie, mentre altri si sono limitati a rinunciare a qualche vistisa/prestazione. Il dato Istat si basa solo sulle prestazioni del Servizio sanitario nazionale italiano e quindi sull’assistenza reale erogata nelle Regioni e non considera la rinuncia eventuale a prestazioni a pagamento di tipo privato.

10 APR - In occasione della Giornata mondiale della Salute dell’Oms, Eurostat ha diffuso i dati sulle difficoltà di accesso alle cure in Europa.
 
Dati che mostrano ancora una volta percentuali altissime di cittadini che dichiarano di incontrare difficoltà di diversa entità per ottenere cure mediche nei propri Paesi.
 
L’analisi Eurostat è l’ultima di una serie di indagini che negli ultimi anni anni hanno sollevato il problema. In Italia in particolare ha suscitato parecchio scalpore un’indagine Censis/Rbm che indicava in 12,2 milioni gli italiani che avrebbero rinunciato o posticipato una prestazione sanitaria per motivi economici.
 
Un dato che ha sollevato e solleva tutt’ora molte polemiche e perplessità, sul quale anche QS ha detto al sua, ma che in ogni caso continua ad essere richiamato in causa con molta facilità nei discorsi della politica e non solo.
 
Ma come stanno veramente le cose? E’ possibile che in regime di Ssn, pur con tutte le cose che non vanno (ticket, liste d’attesa, ecc.), ci siano più di 12 milioni di cittadini che non si curano perché non hanno i soldi?
 
Per rispondere abbiamo analizzato a fondo i dati dell'indagine Ehis (European Health Interview Survey, nella parte che riguarda esclusivamente l'Italia e il Ssn) dell'Istat che è stata condotta dall'Istituto a livello nazionale.
 
E dai dati ufficiali Istat è emerso chiaramente che in realtà la situazione italiana non è fortunatamente così grave. A rinunciare ad almeno una prestazione sanitaria (incluse quelle psicologiche) per diverse ragioni (non solo economiche, quindi) è infatti in media il 12% degli italiani, vale a dire circa 6 milioni. Considerando che, sottolinea, l’Istat stesso, rinunciare a una sola prestazione non vuole certo dire rinunciare a curarsi.
 
Analizzando invece le sole rinunce per questioni economiche (per visite ed esami medici) la percentuale scende al 7% in media, vale a dire circa 3,6 milioni di persone, mentre si conferma la maggior rinuncia per ragioni di reddito alle cure odontoiatriche, riferita – sempre “soggettivamente” – come precisa al’Istat – in media dal 7,9% dei residenti, poco più di 4 milioni di persone, quindi.
 
Ai farmaci prescritti invece avrebbero rinunciato  secondo la rilevazione Istat il 4,4% in media della popolazione, poco più di 2,3 milioni.
 
Va sottolineato che i dati dell’indagine Istat sulla popolazione italiana sono comunque diversi rispetto a quelli utilizzati nell'indagine Eurostat - l'ultima in ordine di tempo a lanciare l'allarme dell'abbandono delle cure in occasione della Giornata mondiale della sanità il 7 aprile scorso.
 
Eurostat considera nella sua rilevazione anche le prestazioni private e non distingue tra diversi regimi di assistenza (Mutue, assicurazioni, Ssn), mentre Istat si incentra sulla percezione dei cittadini verso l'offerta e la disponibilità di cure del Ssn e quindi sull’assistenza reale erogata nelle Regioni.

In ogni caso l'obiettivo di questi indicatori, spiega l’Istat,  è misurare la “percezione soggettiva” più che “oggettiva” della rinuncia, quindi non si approfondisce mai chiedendo a quale tipo di prestazione sanitaria si è rinunciato, ma ci si limita genericamente a chiedere se era una visita medica, odontoiatrica o un farmaco. E comunque non ci si riferisce mai nelle risposte alla rinuncia totale alle cure, ma solo ad alcune di esse.

Ci sono poi un’ulteriore serie di distinguo da fare.

Prima di tutto l’età. In assoluto le fasce di età dove sono maggiormente denunciate le rinunce non sono quelle più anziane o più giovani, ma quella tra i 45 e i 54 anni di età, in piena attività lavorativa quindi.

Dato in qualche modo confermato dai valori assoluti censiti dall’Istat (il peso percentuale sulle singole fasce è ovviamente diverso e basato sul numero complessivo di appartenenti alla categoria) che nella fascia di età 15 anni e più classificano ad esempio 6,2 milioni di cittadini che hanno rinunciato ad almeno una prestazione e in quella 65 anni e più solo 1,6 milioni.

E a dichiarare di più di aver rinunciato a qualche prestazione sono le donne: la media di chi non ne ha fatta almeno una è per loro del 13% contro il 10,1% degli uomini e stesse differenze anche per le visite mediche e specialistiche (8,4% contro 5,4%), per il dentista (9% e 6,7%) e per i farmaci (5,2% e 3,7%).

Il Centro Sud (soprattutto però Sud e Isole) sta peggio. Il che conferma, oltre al livello di crisi nazionale, che i piani di rientro hanno influito sull’assistenza con l’erogazione delle prestazioni e dei servizi sempre più scarna nel pubblico (gratuito) e quindi sempre più a carico del privato e delle tasche dei cittadini.

Basta vedere il dato sulla rinuncia a una sola prestazione che nel Nord-Est (il migliore) è del 7,8% per gli over 15 anni e del 6,4% per gli over 65, mentre nelle isole per le due tipologie di età raggiunge il 17,1% (oltre il doppio del Nord-Est) e il 19,9 (oltre il triplo) per cento.

Anche il titolo di studio influisce sulla rinuncia e si ha, sempre riferendosi a chi ha rinunciato ad almeno una prestazione (non a curarsi in toto quindi), il 14,9% tra il basso  di istruzione  e il 7,3% tra il più alto, sempre, anche in questo caso, con una forte differenza di genere a sfavore delle donne.

In particolare ovviamente, a pesare è il valore del reddito. Nella suddivisione per quintili di reddito, il più basso, il primo, conta per lo stesso tipo di voce del dato precedente il 20,3% di rinunce, mentre il più alto, il quinto, solo il 7,6% con valori scalari verso il basso via via che si sale nei quintili.

Considerando infine una media tra i vari valori di rinuncia soggettiva espressi (i valori non dovrebbero essere sommati in quanto una persona può aver dato anche risposte in più settori), si raggiunge il 7,8% dei residenti, circa 4 milioni (e non per rinuncia a tutte le cure, ma spesso a una sola tipologia di queste o addirittura a una sola prestazione), ben diversi da quei 12 milioni denunciati tempo fa.
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10 aprile 2018
© Riproduzione riservata


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