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Rbm-Censis: “Mobilità sanitaria in crescita del 21,4% in un anno. Per arginarla serve il secondo pilastro”

Dal VII Rapporto Rbm-Censis emerge che i "migranti della salute" nel 2016 sono aumentati del 21,4% (1,7 milioni di persone) raggiungendo quota 4,3 miliardi con un aumento del 10,2%. Roma e Milano i poli più attrattivi. Da Sud a Nord si spostano 258mila persone l’anno. Le patologie maggiori per cui ci si sposta sono quelle di natura oncologica. Vecchietti: “Promuovere i Fondi Sanitari Aperti”.

03 AGO - “Gli italiani che vivono nelle regioni del Centro Sud decidono sempre di più di spostarsi presso i centri del Nord per sottoporsi a cure o interventi”. È il fenomeno della mobilità sanitaria che, come si legge nel VII Rapporto RBM – Censis che sottolinea come “lo scorso anno è tornato a crescere: +21,4% rispetto al 2015, coinvolgendo oltre 1,7 milioni di italiani - 950.000 malati e 825.000 accompagnatori - e raggiungendo quota 4,3 miliardi, con un aumento pari al 10,2% rispetto all’annualità precedente, che si era attestata a quota 3,9 miliardi”.
 
Chi ci guadagna e chi ci perde tra le Regioni. “Ma – si legge nella ricerca - se il saldo totale dei flussi della migrazione sanitaria a livello nazionale è ovviamente pari a zero ci sono Regioni che ci "guadagnano" e Regioni che ci "perdono" e queste ultime sono la maggioranza: 13 Regioni su 20 hanno infatti un saldo negativo tra crediti e debiti (Campania, Calabria e Lazio in testa)”. (Grafico 1). 
 

 
Da Sud a Nord si spostano 258mila persone l’anno. Con riferimento agli specifici flussi migratori, si evidenzia una migrazione prevalente da Sud a Nord di circa 258.000 persone (di cui 72.000 dalla sola Campania), 235.000 persone che si spostano dal Sud al Centro, 180.000 persone dal Centro al Nord ed infine una mobilità parallela tra Regioni della stessa macroarea o comunque confinanti che interessa 227.000 cittadini (Grafico 2).
 

 
Roma e Milano i poli più attrattivi.Secondo il Rapporto “i poli attrattivi sono rappresentati principalmente da Roma, Milano, Genova, Bologna, Padova, Firenze, Pisa e Siena: 1 migrante della salute su 4 infatti si reca in una di queste città”.
 
Il 56% delle persone si sposta per la qualità delle cure.“Per più della metà dei casi (56%) la motivazione alla base della migrazione è la qualità delle cure; incidenza molto significativa anche quella delle liste di attesa (25%) e della logistica (19%)”.
 
“La migrazione sanitaria – si rileva - non si basa dunque su esigenze di mero comfort, ma è determinata da situazioni gravi e importanti in termini patologici. Motivo che ci dovrebbe indurre a valutare opportunamente qual è l’incidenza della mobilità sanitaria rispetto alla cosiddetta sanità negata. È importante sottolineare che il fenomeno attesta importanti carenze assistenziali proprio sulle patologie più importanti quelle per le quali, almeno teoricamente, la risposta del Servizio Sanitario Nazionale non solo dovrebbe essere più efficace ma anche omogenea su tutto il territorio del nostro Paese. E invece, ancora una vita, assistiamo ad un’Italia a due velocità dove a correre a scarto ridotto non è solo l’economia ma anche i diritti fondamentali”.
 
Le patologie maggiori per cui ci si sposta sono quelle di natura oncologica.“Le principali patologie che spingono alla migrazione sono di natura oncologica, per quasi la metà dei casi (43%), cardiovascolare (26%), gravi malattie croniche (24%) e gravi patologie pediatriche (7%)”. (Grafico 3).
 
I costi: tra cure, assistenza, vitto e alloggio. “Quello della migrazione – rileva la ricerca - è un fenomeno che crea disagi, angosce e costi per molti insostenibili anche considerato che, a quelli delle cure, almeno in parte ibridate da percorsi privati (mediamente il 55% per il paziente ed il 45% per l’accompagnatore) prevalentemente per visite ed accertamenti, di assistenza infermieristica, di vitto e alloggio, bisogna aggiungere anche i costi indiretti per il lavoro perso che arrivano ad incidere fino a 2/3 del costo complessivo”.


“Di fronte ad una progressiva riduzione della capacità del Servizio Sanitario Nazionale di garantire livelli assistenziali omogenei perché non affidare ad un Secondo Pilastro Sanitario organizzato su base regionale il compito di garantire una perequazione assistenziale per i cittadini? Si tratterebbe di una grande opportunità per restituire dignità al territorio attraverso una leva in grado di liberare nuove risorse anche per quei cittadini che vivono in Regioni non in grado di garantire cure in linea con gli standard richiesti – sottolinea Marco Vecchietti, Amministratore Delegato e Direttore Generale di RBM Assicurazione Salute. È chiaro che un modello del genere richiederebbe un superamento dell’attuale impianto delle Forme Sanitarie Integrative, prioritariamente incentrato sul rapporto di lavoro dipendente, e la contestuale promozione di Fondi Sanitari Aperti che potrebbero peraltro essere impiegati anche come strumenti della pianificazione sanitaria. Peraltro, questa impostazione potrebbe integrare anche il modello delle Forme Sanitarie Integrative Contrattuali (da CCNL o da CIA), andando ad operare in misura complementare proprio in quelle aree dove anche a causa di elevati livelli di disoccupazione o di particolari situazioni demografico e/o socio-sanitarie, le Forme Sanitarie Integrative non sono riuscite finora ad affermarsi”.

03 agosto 2018
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