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Cellulari e cancro, nessun aumento di rischio associato. La conferma nel rapporto Istisan

I ricercatori italiani hanno passato al setaccio gli studi pubblicati tra il 1999 e il 2017 confermando la mancanza di associazione tra l’uso del cellulare per le chiamate vocali e l’incidenza di neoplasie. Anche l’andamento dei tumori cerebrali negli ultimi 30 anni non risulta coerente con l’impressionante diffusione dell'uso dei telefonini nello stesso periodo. Restano però da verificare gli effetti delle radiofrequenze quando l’uso del cellulare inizia durante l’infanzia e sullo sviluppo dei tumori a più lenta crescita. IL RAPPORTO

07 AGO - Confermata la sicurezza dei cellulari rispetto allo sviluppo di determinate neoplasie, anche se restano alcuni punti ancora oscuri da chiarire. Le ultime rassicurazioni arrivano dal Rapporto ISTISAN “Esposizione a radiofrequenze e tumori: sintesi delle evidenze scientifiche” curato da Susanna Lagorio, Laura Anglesio, Giovanni d’Amore, Carmela Marino e Maria Rosaria Scarfì, un gruppo multidisciplinare di esperti di diverse agenzie italiane (ISS, ARPA Piemonte, ENEA e CNR-IREA). Il rapporto è una rassegna delle evidenze scientifiche sugli eventuali effetti cancerogeni dell’esposizione a radiofrequenze (RF).

E in base alle evidenze epidemiologiche attuali emerge che l’uso del cellulare non risulta associato all’incidenza di neoplasie nelle aree più esposte alle RF durante le chiamate vocali. La meta-analisi dei numerosi studi pubblicati nel periodo 1999-2017 non rileva, infatti, incrementi dei rischi di tumori maligni (glioma) o benigni (meningioma, neuroma acustico, tumori delle ghiandole salivari) in relazione all’uso prolungato (≥10 anni) dei telefoni mobili. Rispetto alla valutazione della IARC nel 2011, le stime di rischio considerate in questa meta-analisi sono più numerose e più precise.


Anche i notevoli eccessi di rischio osservati in alcuni studi caso-controllo non sono, secondo i ricercatori, coerenti con l’andamento temporale dei tassi d’incidenza dei tumori cerebrali che, a quasi 30 anni dall’introduzione dei cellulari, non hanno risentito del rapido e notevole aumento della prevalenza di esposizione.

Tutto a posto, dunque? Non possiamo ancora dirlo con assoluta certezza. I ricercatori evidenziano come rimanga “un certo grado d’incertezza riguardo alle conseguenze di un uso molto intenso, in particolare dei cellulari della prima e seconda generazione caratterizzati da elevate potenze di emissione”. Anche se, riferiscono, “in considerazione dell’assenza di incrementi nell’andamento temporale dei tassi d’incidenza e dei risultati negativi degli studi coorte, anche piccoli incrementi di rischio sembrano poco verosimili, ma non si possono escludere”.

Inoltre, gli studi finora effettuati non hanno potuto analizzare gli effetti a lungo termine dell’uso del cellulare iniziato da bambini e di un’eventuale maggiore vulnerabilità a questi effetti durante l’infanzia. “Questi quesiti irrisolti – spiegano i ricercatori - richiedono approfondimenti scientifici mediante studi prospettici di coorte e il continuo monitoraggio dei trend temporali dell’incidenza dei tumori cerebrali”.

Nel rapporto vengono poi analizzate le caratteristiche e i livelli di emissione delle sorgenti di RF più rilevanti per la popolazione (antenne radiotelevisive, stazioni radio base, WiFi, telefoni cellulari). Perché se è vero che l’esposizione personale a RF dipende dai livelli di campo nei luoghi in cui si svolge la vita quotidiana, dal tempo trascorso nei diversi ambienti e dalle emissioni dei dispositivi utilizzati a stretto contatto, occorre anche tenere in considerazione che “gli impianti per telecomunicazione sono aumentati nel tempo ma l’intensità dei segnali trasmessi è diminuita con il passaggio dai sistemi analogici a quelli digitali”. Inoltre, “la distanza da sorgenti fisse ambientali non è un buon indicatore del livello di RF all’interno di un’abitazione perché molte antenne sono direzionali e le RF sono schermate dalla struttura degli edifici e da altri ostacoli naturali”.

Gli impianti WiFi, spiegano i ricercatori, “hanno basse potenze e cicli di lavoro intermittenti cosicché, nelle case e nelle scuole in cui sono presenti, danno luogo a livelli di RF molto inferiori ai limiti ambientali vigenti”.

La maggior parte della dose quotidiana di energia a RF, dunque, deriva dall’uso del cellulare. In questo caso l’efficienza della rete condiziona l’esposizione degli utenti perché “la potenza di emissione del telefonino durante l’uso è tanto minore quanto migliore è la copertura fornita dalla stazione radio base più vicina. Inoltre, la potenza media per chiamata di un cellulare connesso ad una rete 3G o 4G (UMTS o LTE) è 100-500 volte inferiore a quella di un dispositivo collegato ad una rete 2G (GSM 900-1800 MHz)”.

Ulteriori drastiche riduzioni dell’esposizione si ottengono con l’uso di auricolari o viva-voce. In modalità stand-by, il telefonino emette segnali di brevissima durata ad intervalli di ore, con un contributo trascurabile all’esposizione personale.

Per quanto riguarda le future reti 5G, “al momento non è possibile prevedere i livelli ambientali di RF associati allo sviluppo dell’Internet delle Cose (IOT); le emittenti aumenteranno, ma avranno potenze medie inferiori a quelle degli impianti attuali e la rapida variazione temporale dei segnali dovuta all’irradiazione indirizzabile verso l’utente (beam-forming) comporterà un’ulteriore riduzione dei livelli medi di campo nelle aree circostanti”.

07 agosto 2019
© Riproduzione riservata

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