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La preoccupante invisibilità dei Ser.D. e dei loro pazienti al tempo del Covid-19

di Anna Paola Lacatena

Non è accettabile da parte di chi conosce il dramma della dipendenza e con la stessa ci fa i conti quotidianamente che le terapie somministrate presso i nostri Servizi consuetamente considerate “integrate” - trattamento farmacologico e trattamenti psico-sociali - possano essere sfrondante senza troppi rincrescimenti

27 MAR - Riflessioni di pubblica inutilità
Ci sono espressioni che i sociologi, e con loro pochissimi altri, ritengono fastidiose.
Una di queste ha fatto spesso capolino negli ultimi anni nei confronti politici, nelle diatribe di differenti matrici multimediali, negli articoli di giornale, ossia: fuori da ogni possibile lettura (o analisi) sociologica.
Perché poi si volesse prescindere dal contributo gnoseologico di una delle più moderne e complesse discipline non è difficile comprenderlo: della conoscenza, dell’approfondimento, dell’approccio carsico al sapere si poteva e in molti casi, si doveva fare a meno.

Per dire ciò che sembrava più opportuno o conveniente, per non mettere in discussione le proprie ben piantate pseudo-conoscenze, per non sottrarre tempo all’azione, per essere stentorei e immediati si rinunciava volentieri ad ogni utile esplorazione. Eppure Karl Popper sembrava aver risolto la questione epistemologica della scienza intravedendo il suo più alto valore nella sua capacità di confutazione più che nella forza delle prove.
Continuo è stato il ricorso, però, a termini propri delle scienze sociali a mo’ di ricercato vezzo sebbene l’utilizzo degli stessi non necessariamente rispondeva al loro più corretto impiego.

 
A tal proposito e con ridotto margine di errore, è possibile affermare che non ci sia stato in Italia un solo serio professionista o pennivendolo per diletto o necessità che non abbia utilizzato l’espressione di baumaniana radice società liquida.
Considerata la sua così ampia diffusione, questo scritto intende proporre un momento di riflessione partendo propria da questa.
 
Il concetto di liquidità è una metafora che Zygmunt Bauman introduce per descrivere le più importanti trasformazioni sociali e politiche determinate, tra la metà e la fine del XX secolo, dal disgregarsi o liquefarsi delle moderne istituzioni. La transizione da una società di produttori a una società di consumatori, con la peculiare e drammatica mutazione in “una razza di debitori”, ha visto lo Stato assumere il nuovo, e per il sociologo polacco deprecabile, ruolo di sovrano del mercato, con la conseguenza che la privatizzazione radicale del destino umano si è accompagnata da vicino alla deregolazione radicale dell’industria e della finanza (2).
 
Secondo Bauman le nostre comunità, identità e istituzioni socialmente costruite e solide sono diventate sempre più precarie e sfuggenti lasciando spazio a identità liquide dove la cultura dei diritti dei cittadini è stata declassata a «cultura della carità, dell’umiliazione e del disonore» (3).
Già quasi vent’anni fa lo studioso scriveva di città liquide i cui abitanti si sono trasformati in eserciti di consumatori in preda alla paura, città simili a fortezze fondate sulla normalizzazione dello stato di emergenza, ossessionate dalla sicurezza.
Complimenti! Se siete riusciti a non abbandonare la lettura di questo contributo allora avete inferto un inatteso colpo alle mie iniziali convinzioni. L’auspicio ora è che continuiate sino alla fine…
 
Ser.D. e pazienti al tempo del Covid-19. Lo stato critico
Non ho mai amato gli assembramenti da quando il primo maggio del 1990 a Piazza San Giovanni durante il concerto del Primo maggio qualcuno grido “…al fuoco!”. Eravamo ragazzi e per la bravata dell’idiota di turno rischiammo di essere calpestati cercando di guadagnare l’uscita dall’unico varco aperto tra le transenne. Dunque, non mi pesa restare in casa.
Riprendo vecchie e nuove letture, coltivo la mia passione per la scrittura. Quello che mi pesa è non avere scelta, non poter dire “sì, sì, uscite se volete, per me va bene rimanere in casa anche se è sabato sera”.
 
Ora resto in casa perché è giusto per me e per gli Altri, perché abbiamo il dovere di farlo da persone e da cittadini. C’è tanto da poter fare anche nelle quattro mura domestiche, anche se si è soli. Una sorella a 100km di distanza, la famiglia a 50, l’amore della propria vita a poco più di 600.
Lavoro in un Dipartimento Dipendenze Patologiche, sono una sociologa, una dirigente dell’area tecnica ma una buona parte di ciò che faccio, considerata una formazione spiccatamente umanistica, abitualmente la faccio con le persone: colleghi, primi ingressi, scuole, enti pubblici, privato sociale, associazionismo, dunque, resto a casa.
Al momento alterno lo smart working a qualche giorno di ferie residue maturate lo scorso anno.
Va bene così.
 
Sento l’esigenza di scrivere proprio in questo momento, però, perché affacciandomi ho notato sul terrazzo difronte due ragazzi che si stanno rollando una canna…
Non che la cosa susciti in me stupore, semplicemente mi riporta alla normalizzazione del consumo di alcune sostanze (per troppi pratica innocua e salutista) e alla quasi totale indifferenza nei confronti dei dipendenti patologici in questi giorni di grande apprensione per la salute di tutti.
Il problema, tante volte definito emergenza e piegato al servizio di politici in cerca di consenso più che di analisi concrete e concrete volontà di risposta non può essere dimenticato in questi frangenti cupi.
 
Non è accettabile da parte di chi conosce il dramma della dipendenza e con la stessa ci fa i conti quotidianamente che le terapie somministrate presso i nostri Servizi consuetamente considerate “integrate” - trattamento farmacologico e trattamenti psico-sociali - possano essere sfrondante senza troppi rincrescimenti. Le direttive del Governo e delle Regioni si limitano a restringere l’operatività dei singoli Servizi – e qui bisognerebbe allargare a tutta l’area della disabilità e del socio-sanitari territoriale – non c’è possibilità per l’assistenza domiciliare e gli interventi a distanza risentono di una operatività a macchia di leopardo.
Dunque, per i Ser.D. vada per la somministrazione del farmaco nel trattamento delle dipendenze da oppiacei, anche con estensione dei giorni di affidamento, ma poco o nulla di più.
 
Non potendo ascoltare all’interno del mio Servizio alcune persone che settimanalmente si affacciano all’uscio della mia stanza, qualche giorno fa ho rintracciato i numeri, ho preso il telefono e le ho chiamate - al momento della stesura di questo contributo il Ser.D. di Taranto si è attrezzato per avviare un Servizio telefonico di sostegno per i pazienti e le famiglie.
 
PP appena uscito dal carcere, poliassuntore e astinente da mesi, senza un lavoro e senza possibilità di accesso al reddito di cittadinanza.
«Ohi Anna Paola! … e come va?! Resisto ma ho una grande voglia di andarmi a fare, almeno non penso. Sono in casa con lei che sarebbe dovuta uscire già da mesi e invece sono qui a pregarla di farmi fare almeno una lavatrice… speriamo bene. Mi sento solo e, lo sai, non ho nemmeno internet… Quando finiranno i soldi che ho messo da parte lavorando in carcere, che faccio? Non ce l’ho il diritto a mangiare pure io? (…) Ti ringrazio per avermi chiamato, non vi dimenticate di noi…»
 
A., in trattamento metadonico, senza lavoro, il marito sta morendo di cancro al pancreas.
«Dottore’ come state? Qui è sempre la solita vita. Io già non uscivo prima… Vengo venerdì a prendere il metadone ma vi trovo?... Io mica ci credo che siamo diventati più attenti agli altri, io le saluto le persone dal balcone ma loro si girano. (…) Sì mio figlio mi ha chiamata, vi manda i saluti. Ha detto dai saluti alla dottora - ride - va be’ lui è spagnolo e comunque pure là la Guardia Civil ferma tutti. (…) Ho paura dottore’, certe volte mi sembra di vivere un brutto sogno ma secondo voi quando finirà tutta questa storia? (…) Sono preoccupata per S. - il marito - ho chiamato il suo medico ma non risponde. Sì, sì riprovo… (…). Mo’ ve lo passo – scambio qualche parola con S. che ha un tono di voce reattivo ma provato. Grazie dottore’, vi voglio bene. No, no non esco, vado solo a fare la spesa ogni tre-quattro giorni. L’ultima volta mi sono messa la mascherina e S. mi ha detto perché mi ero vestita così - ride - (…). Sì, mi raccomando pure a voi…»
 
L., alcolista, astinente da circa sei mesi, frequentava un gruppo di auto-mutuo-aiuto, al momento è sospeso. Vive con il marito e una figlia piccola.
«Sto bene, dottore’, esco solo per fare la spesa. La mascherina me la sono cucita da sola, lo sapete che sono brava con l’ago - ride -, scherzo dottore’, io sono solo alcolista, lo sapete, non tocco niente nemmeno l’aspirina - ride ancora – (…) Grazie della chiamata, non me l’aspettavo proprio. Mi fa piacere (…) Mi sento con gli altri del gruppo, menomale se no mi sentirei proprio sola. Lo sapete no che abbiamo la chat?! (…) A casa va bene ma lui vuole la birra. Io però non la tocca. Non la tocco più da più di sei mesi, non mi fa niente, però almeno prima se ne andava a lavorare, non tutti i giorni ma almeno qualche volta, ogni tanto. Menomale che abbiamo il reddito di cittadinanza se no come dovevamo fare a mangiare. (…) Ci vediamo presto. Telefonate di nuovo voi se volete, io avevo provato lunedì ma non rispondeva nessuno…»
 
Si avverte la paura nelle parole dei pazienti. La paura di essere dimenticati, di non sapere bene a chi rivolgersi, di trovare porte chiuse o di non trovare porte se non quelle che affacciano sulla ricaduta.
Sono consapevoli che la solitudine causa la depressione e questa spesso il ricorso alle sostanze. Eppure non dovrebbero essergli sconosciuti la fragilità fisica, quella economica, lo scarso peso sociale e politico, l’indifferenza, la modesta propensione mainstream a considerare la dipendenza una patologia.
 
I pazienti dei Ser.D. sanno di non essere in cima alla lista dei beneficiari di attenzioni e cautele particolari da parte dei decisori, del management strategico delle aziende sanitarie, della gente comune.
Sono avvezzi al facile giudizio, alla condanna, all’assenza di riconoscimento di persone e malati, alle distrazioni decisorie, ai peggiori auspici da parte di chi con leggerezza semplifica le possibili soluzioni rintracciandole esclusivamente nel cinismo.
Spaventa questa consapevolezza ma ancor più la facilità con la quale la stessa potrà andarsi a coniugare alla rassegnazione.
 
I nostri Servizi al tempo dell’emergenza Covid-19 non trovano – forse, non possono trovare - di meglio che farsi liquidi utilizzando la rete elettronica con i suoi link, il suo continuum globale di informazioni in entrata e in uscita, eppure mai come ora si sarebbero dovuti presentare solidi.
Se questa liquidità si presenta oggi tra le poche praticabili alternative, quella decisa e organizzata negli ultimi anni ha minato la sua odierna possibilità o quanto meno la resa più complessa.
 
I Ser.D. non sono i Servizi del distanziamento sociale eppure la burocratizzazione spinta, i numeri, la compilazione di modulistica e banche dati, la visione dell’universo trattato e trattabile sotto la feroce stretta del diktat dei budget li ha resi tali ante litteram rispetto all’emergenza Coronavirus. Oggi, dunque, la liquidità vissuta come alternativa virtuosa non può che rivelarsi di difficile praticabilità.
Avranno il diritto i nostri pazienti di chiedersi come mai fino a poche settimane fa dovevano essere accolti da equipe integrate sin dal primo colloquio – approccio solo in apparenza solido ma allo stato di fatto liquido e difensivo - e ora devono farsi bastare la cura online.
L’opportuno di oggi sa un po’ di opportunistico così come l’opportuno di ieri sapeva poco di opportunità.
 
Liquido ieri come liquido/smaterializzato oggi. Eppure come disse Aristotele, oltre duemila anni fa, solamente gli angeli e le bestie possono vivere al di fuori della polis, intesa come presenza fisica di altri esseri umani.
Restiamo sospesi tra il non più e il non ancora e con noi i nostri pazienti.
 
Non c’è la solidità che pure i Servizi avrebbero dovuto fissare come cifra del proprio operare quotidiano resistendo agli pseudo-valori del mercato, non può esserci che una liquidità da emergenza con la consapevolezza che ben più articolato è il concetto di cura.
Volevamo essere solidi (legame forte) ma in tempi non d’emergenza ci hanno costretto alla liquidità (legame burocratizzato), oggi vorremmo essere liquidi (smart working) ma la liquidità cui ci siamo piegati nel tempo non lo consente.
Ciò che finisce per palesarsi e che ci avvicina come non mai ai nostri pazienti è uno stato critico non del tutto inedito.
Qualcuno dice che uscendo da questa emergenza con tutto il carico di paure e ansie che la stessa sta dettato ci ritroveremo migliori. Qualcuno immagina che ora saremo tutti disposti a godere di un tramonto, ad apprezzare un abbraccio, a rinunciare ad inseguire gloria e guadagni, a guardare con occhi diversi alla natura e all’essere umano.
Io, pur riconoscendomi spesso un insensato e sfrontato ottimismo, non ci credo.
 
Non credo riusciremo ad essere il capitano del Libro rosso di Jung: «Sì, quell'anno mi privarono della primavera, e di tante altre cose, ma io ero fiorito ugualmente, mi ero portato la primavera dentro, e nessuno avrebbe potuto rubarmela più.»
 
Credo che questi giorni metteranno in risalto chi siamo davvero con il bello ma anche con tutte le nostre contraddizioni, “dimenticanze” istituzionali, sociali e umane. Con la riprovevole idea che ci siano persone che meritano di vivere e altre di cui si può fare a meno perché hanno fatte scelte che reputiamo sbagliate, perché mai ci sogneremmo, nonostante le evidenze scientifiche, di definirle malate.
 
I malati sono coloro che affollano le corsie degli ospedali.
Malati sono, però anche coloro che da sempre sono vittime del “distanziamento sociale”, quelli che hanno un servizio territoriale che al momento può offrirgli poco più della terapia farmacologica.
Nulla è stato previsto per loro nel susseguirsi dei decreti.
Per loro da sempre, poco o nulla è stato previsto.
Ciò che non è difficile attendersi è che la sofferenza dei pazienti dei Ser.D. presenterà un conto elevato in termini umani, sanitari, sociali oltre che economici e in alcuni casi penali.
La questione su ragionevoli e auspicabili cambi di stato dei Servizi per le Dipendenze è aperta a attuali e futuri dibattiti.
 
Anna Paola Lacatena
Sociologa e coordinatrice del Gruppo “Questioni di genere e legalità” della Società Italiana delle Tossicodipendenze (SITD)


Bibliografia
1. Citato da Z. Bauman, fonte: https://www.youtube.com/watch?v=j0aYLU3QE3Q&t=65s
2. Z. Bauman, Il disagio della postmodernità, Mondadori, Milano, 2002, p.44
3. Z. Bauman, Vite che non possiamo permetterci, Laterza, Roma, 2011, pag. 199


27 marzo 2020
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