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I disturbi del comportamento alimentare e social network: qual è la connessione?   

di Tiziano Costantini

Il 24 gennaio un nuovo incontro promosso dalla Biblioteca Alessandro Liberati ha esplorato il complesso rapporto tra i social network e i disturbi del comportamento alimentare. I dati del Ministero della Salute riferiti al 2021 riportano un aumento di circa il 30% di casi di disturbi dell’alimentazione rispetto alla fase pre-pandemica, e risulta anche un raddoppiamento dell’utilizzo dei social dal periodo della pandemia in poi.

26 GEN - Non è un mistero che esista una relazione intricata e in parte controversa tra i disturbi alimentari e i social media. Da un lato, i social possono fungere da preziosa risorsa di sostegno, sensibilizzazione ed educazione riguardo i problemi di salute mentale, inclusi i disturbi alimentari, dall'altro rappresentano un elemento di rischio per la diffusione di modelli pericolosi rispetto all’immagine corporea e all’alimentazione.

Di questi temi si è dibattuto nel primo incontro del 2024 della Biblioteca Alessandro Liberati, in un BAL Talk svoltosi il 24 gennaio nel Salone del Commendatore del Presidio Ospedaliero Santo Spirito in Sassia a Roma, grazie a un ricco parterre di esperti ma anche e soprattutto alla testimonianza diretta di Martina G., “una voce tra le tante” - come ha sottolineato Rosella Saulle del DEP Lazio, che ha coordinato l’incontro - perché purtroppo di tante dobbiamo parlare. In Italia oggi ci sono oltre tre milioni di persone che soffrono di disturbi dell’alimentazione, ovvero anoressia, bulimia e disturbi da alimentazione incontrollata. Si tratta di un problema di sanità pubblica, che necessita di una grande attenzione sanitaria, sociale e mediatica, anche per via di una diffusione sempre più precoce che colpisce fasce d’età sempre più giovani, coinvolgendo persino bambine e bambini di 7-8 anni.

La pandemia di Covid-19, i lockdown, la DAD hanno poi incentivato e incrementato questo fenomeno, con i dati del Ministero della Salute riferiti al 2021 che riportano un aumento di circa il 30% di casi di disturbi dell’alimentazione rispetto alla fase pre-pandemica, e risulta anche un raddoppiamento dell’utilizzo dei social dal periodo della pandemia in poi.

Ma che ruolo ricoprono i social in tutto questo? Quale connessione c’è con i disturbi dell’alimentazione, in particolar modo nei giovani? Senza dubbio questi strumenti possono favorire la socialità e l’hanno fatto in modo particolare proprio nel lockdown, ma possono anche fungere da fattori predisponenti la diffusione dei disturbi dell’alimentazione, in cui spesso emergono canoni come la magrezza quali simboli di bellezza e perfezione.

Laura Dalla Ragione, psichiatra e psicoterapeuta, ha fondato e dirige la Rete per i Disturbi del Comportamento Alimentare della USL 1 dell’Umbria e ha anche scritto dei libri in cui si affronta questo complesso e spinoso tema. “I social – sostiene Dalla Ragione - sono collegati ai disturbi alimentari per due topic: le immagini corporee e il cibo. Ovviamente non dobbiamo colpevolizzarli, ma è innegabile che costituiscano un fattore di diffusione dei disturbi alimentari. Possiamo dire che i social rappresentino un vero e proprio far west. Se fai il nutrizionista o lo psicologo, per aprire uno studio devi prima prendere una laurea e iscriverti a un albo, ma nei social non è così”. Chiunque infatti può aprire una pagina Instagram e creare contenuti dando consigli psicologici o nutrizionali, e anche se sono i più strampalati del mondo, moltissimi li seguiranno. “Questo è un altro grande problema su cui dovrebbe interrogarci”, afferma ancora Dalla Ragione.

Sulla stessa lunghezza d’onda è Fiorenza Sarzanini, giornalista e vicedirettore del Corriere della Sera, che ha fatto un podcast sul tema e che porta anche la propria esperienza diretta: “Io sono stato malata di disturbi del comportamento alimentare” – afferma – “e ho capito che se mi fossi impegnata, sia come Corriere della Sera sia personalmente, avrei potuto in qualche modo contribuire a essere un aiuto e una speranza per chi è malato e per le loro famiglie”.

“Non mi permetto – prosegue la giornalista - di dare consigli sul fronte sanitario, ma mi capita di farlo mettendomi dalla parte di chi ha provato tutto ciò sulla propria pelle. Questo disturbo porta nel gorgo non solo chi è malato ma anche la famiglia e chi gli sta vicino”.

Sulla connessione disturbi alimentari e social, anche Sarzanini ritiene che questi ultimi non costituiscano la causa diretta, “ma è vero che possono acuire questi problemi. Anche perché ci sono – sottolinea ancora -, molti gruppi pro-ana, ovvero dei gruppi di attrazione che sui giovani e giovanissimi possono influire tanto”.

È d’accordo anche Armando Cotugno, psichiatra e psicoterapeuta, nonché direttore della UOSD Disturbi del Comportamento Alimentare presso l’ASL Roma 1: “I social – afferma - costituiscono un fattore di mantenimento del disturbo. Da clinico, vi dico che ci sono stati casi in cui è davvero fondamentale intervenire su linguaggio del social media e dare in tal senso un’indicazione ai familiari, perché è importante alfabetizzare non soltanto gli adolescenti, ma anche gli adulti”.

Abbiamo detto che i disturbi del comportamento alimentari interessano una fascia d’età sempre più bassa. E infatti, sottolinea Cotugno, “ci sono molti casi intorno ai 12 e i 13 anni, un periodo in cui il corpo sostituisce le capacità riflessive. La capacità di ragionare tipica degli adulti ma anche degli adolescenti più avanzati, in quella fascia non è ancora completamente sviluppata, per cui i social network possono modulare alcuni aspetti che hanno a che fare con le sensazioni corporee. I disturbi dell’alimentazione sono in una zona di confine tra una matrice bio-psicologica e socio-culturale, e chiaramente i contenuti dei social vanno ad amplificare la nostra sensibilità ad alcuni stereotipi. E poi ovviamente ci sono gli algoritmi che entrano negli automatismi della nostra mente attraverso i like, che attivano i meccanismi di ricompensa. È fondamentale che i clinici colgano e intervengano su queste modalità attraverso cui si fonda la narrazione sul corpo dei social media”.

Anna Parasacchi, vice-presidente dell’associazione Odv Fenice Lazio, sottolinea come nell’ambito delle loro mansioni abbiano acquisito “una consapevolezza sempre crescente sull’importanza di questo argomento, grazie alle attività di ascolto con i familiari. I social evolvono, vanno a una velocità inaudita – prosegue Parasacchi - e bisogna essere preparati, ma la consapevolezza rispetto a tutti questi passaggi passa anche molto dalle famiglie”.

Come trasformare allora questi social da un acceleratore di problemi a strumento di prevenzione?
Per Laura Dalla Ragione bisogna tener conto del fatto che oggi i giovani usano solo la rete, per cui pure per la prevenzione va percorsa quella strada, imparando anche noi adulti a conoscere e usare i social. “Dobbiamo inoltre tenere presente – sottolinea ancora - che per gli adolescenti e pre-adolescenti il virtuale è reale, nonostante per noi spesso siano due concetti distanti”.

Per aiutare questi ragazzi quindi, come sostiene Sarzanini, un grande lavoro va fatto sugli adulti. “E in questo sì che si può passare attraverso i social, ovvero usarli come strumento per coinvolgerli”; meglio ancora – ribadisce Cotugno “senza far passare i giovani direttamente dalla rete ma attraverso una intermediazione del mondo degli adulti”.

La dichiarazione più importante e toccante però è stata la testimonianza di Martina, una ragazza che ha raccontato la propria esperienza sui social, iniziata un anno dopo essersi ammalata di disturbi del comportamento alimentare. “Non posso dare quindi la colpa ai social – dice Martina – tuttavia sono stati di certo uno strumento di mantenimento. I social mi hanno costretto a portare una maschera, ad avere una dipendenza vera e propria dai like e a fare video in posti in cui non si dovrebbero fare, come luoghi di cura. Tutto questo non ha aiutato e per combattere la dipendenza dai like ci ho messo davvero tanto”.

Sono tante le ragazze e i ragazzi con questi disturbi che hanno fama sui social e questo paradossalmente li spinge a diffondere video e immagini altamente nocive. “È un loop che si autoalimenta e va fermato. Io – afferma ancora Martina - cerco nel mio piccolo di sensibilizzare verso questi temi, ma non è mai abbastanza”.

A cura di Tiziano Costantini
Dipartimento di Epidemiologia SSR Lazio – ASL Roma 1

26 gennaio 2024
© Riproduzione riservata

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