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Aggressioni ai medici. Tra criticità, prevenzione e possibili soluzioni normative al fenomeno


Se n’è discusso al Convegno organizzato oggi a Roma dal Collegio italiano chirurghi dove medici, cittadini e politica si sono confrontati sul sempre più crescente fenomeno delle violenze nei confronti degli operatori sanitari. La Torre (Cic): “Il problema non può essere curato semplicemente con l’aggravio delle pene ed è questo il motivo per cui stiamo cercando di condividere un progetto di legge che è all’attenzione del Parlamento.

25 OTT - “Il momento attutale di criticità del nostro Ssn può rendere il cittadino nervoso, ciò non giustifica però l’aggressione e la violenza. Dobbiamo prevenirla e proprio per questo crediamo che il problema non può essere curato semplicemente con l’aggravio delle pene ed è questo il motivo per cui stiamo cercando di condividere un progetto di legge che è all’attenzione del Parlamento”. È quanto ha affermato Filippo La Torre presidente del Collegio italiano chirurghi (Cic) in occasione del convegno promosso oggi dal Collegio presso la Camera dei Deputati sul tema delle aggressioni nella sanità e sulla nuova proposta di legge contro la violenza e le molestie nei luoghi di lavoro.

Nella mattinata si sono confrontati medici, cittadini e politica nel tentativo di affrontare la questione in vista anche della prossima discussione in Parlamento di alcune proposte di legge (prima fra tutte il Ddl Antiviolenza promosso dal Governo). Durante l’evento è stata poi rilanciata la proposta di legge lanciata dalla Dottoressa Marina Cannavò.
 
“Su questo tema stiamo molto battagliando – ha detto Federica Dieni deputata del M5S - e il Cdm ha approvato su iniziativa del Ministro Grillo un disegno di legge. Questo tema è molto sentito soprattutto per i recenti fatti di cronaca che si sono ripetuti frequentemente soprattutto al Sud. Spesso la cattiva gestione dei servizi sanitari, la carenza di fondi e operatori che devono lavorare in condizioni difficile può portare i pazienti a prendersela con il personale sanitario. Noi vogliamo intervenire con delle misure per risolvere alla radice il problema, a partire dallo sblocco delle assunzioni e dal miglioramento delle condizioni di lavoro. I medici devono essere tutelati e la loro vita non può essere messa a repentaglio mentre stanno cercando di salvare le vite ai pazienti. E al tempo stesso vogliamo dare al medico la funzione di pubblico ufficiale in modo che possa essere tutelato”.
 
“Il tema delle aggressioni è centrale per noi – ha detto Tonino Aceti, coordinatore di Cittadinanzattiva - ed è al centro di una campagna che stiamo lanciando con gli ordini dei medici. Secondo noi uno tra gli elementi che contribuisce a innalzare il livello di scontro è il tema dell’etica della comunicazione pubblica del Servizio nazionale. Spesso si rappresenta il Ssn come un ambiente pericoloso, o dove ci sono persone che vogliono fare profitto. E tutto ciò ovviamente non predispone la cittadinanza ad una situazione di empatia con il personale”.  Aceti ha poi evidenziato rimarcato il problema della responsabilità delle direzioni generali delle Asl che devono “sapere che devono gestire questa criticità”. Sottolineato anche il problema degli spot via radio che promuovono azioni legali nei confronti dei professionisti sanitari. “Servono programmi comuni – ha poi precisato - per affrontare il problema in maniera comune tra sindacati, società scientifiche, cittadini, management sanitario. Fondamentale poi la formazione dei professionisti nella comunicazione ai cittadini e nella gestione delle situazioni critiche”.

“Ovviamente – ha detto - non basta solo questo, serve un rifinanziamento del Ssn, e il miliardo in più messo in Legge di Bilancio non basta, bisogna ridurre le iniquità e aumentare la trasparenza. Tra le altre criticità segnalate anche le lunghe liste d’attesa pubbliche soprattutto quando nel pubblico ci sono delle lunghe attese e in intramoenia nelle stesse strutture si ottiene una prestazione in breve tempo”.
 
Il problema degli scarsi finanziamenti è stato sollevato anche da Giovanni Leoni, vicepresidente Fnomceo. “Il problema delle liste d’attesa è che manca il personale e i medici nelle prossime settimane sciopereranno oltre che per il contratto anche per denunciare la scarsità di fondi per nuove assunzioni. Servono risposte istituzionali nei confronti dei cittadini”.
“La violenza contro gli operatori sanitari - ha proseguito Leoni - è stato il primo tema che il nuovo Comitato centrale della Fnomceo ha voluto affrontare dopo la sua elezione a gennaio, perché è il primo tema che ha in agenda in termini di importanza. È un tema sociale, in quanto si tratta di un conflitto tra cittadini e operatori, è un’emergenza di sanità pubblica, come confermano i primi dati del questionario messo on line da Fnomceo, presentati il 13 settembre a Bari nel corso della Giornata nazionale della violenza contro i medici, in memoria di Paola Labriola, la psichiatra uccisa da un suo paziente. Secondo tali dati, il 50% degli intervistati (in larga maggioranza medici) ha subito, nell’ultimo anno, aggressioni verbali; il 4% è stato vittima di violenza fisica. Oltre il 38% degli operatori sanitari si sente poco o per nulla al sicuro e più del 46% è abbastanza o molto preoccupato di subire aggressioni”.
 “La giornata del 13 settembre a Bari ha evidenziato che ci sono tre tipi di aggressori: il violento già noto, il violento che lo sarebbe anche in altri contesti e il violento anomalo, che normalmente sarebbe mite ma se esasperato dalle circostanze diventa aggressivo – ha continuato Leoni, che ha ricordato anche la sua personale lunga esperienza in Pronto Soccorso -. Un operatore, che dedica la vita a curare gli altri, si trova improvvisamente di fronte non più il malato, ma un aggressore e non è preparato ad affrontarlo. Non dimentichiamo che, per gestire al meglio il conflitto, gli operatori devono essere in adeguate condizioni psicofisiche, altrimenti a tensione si somma tensione. Per questo, per gestire la violenza, occorrono organizzazioni adeguate, turni adeguati e risposte adeguate”.
“Altro problema è la premeditazione – ha concluso – come nei casi di Paola Labriola, che aveva più volte denunciato alle istituzioni di essere perseguitata dal suo omicida, senza ottenere protezione, e di Serafina Strano. Dobbiamo tener conto della violenza di genere, che espone a maggior rischio le donne, anche in vista della trasformazione al femminile della professione. Dobbiamo declinare in maniera diversa la continuità assistenziale, che ancora oggi vede colleghi soli in postazioni isolate, anche contro il più banale buon senso. Sono situazioni che vanno risolte tramite investimenti adeguati”.

  
“Per affrontare la crescita vertiginosa di atti di violenza nei confronti del personale sanitario, fenomeno che nell’ultimo anno ha assunto una dimensione drammatica, il primo passo è la rigorosa applicazione degli strumenti normativi esistenti, che attualmente sembrano essere rimasti lettera morta nell’organizzazione delle aziende sanitarie”. Ha affermato Guido Quici, Presidente Nazionale del sindacato dei medici CIMO.

Secondo CIMO “è necessaria l’immediata e inderogabile applicazione degli strumenti a disposizione, rendendo ad esempio obbligatoria la Raccomandazione n.8 del Ministero della Salute. E ancora, attuando tassativamente sia l’art. 2087 del Codice Civile, che obbliga i datori di lavoro a misure per la tutela dell’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori, sia il decreto legislativo 81/08, art.3, che indica gli obblighi contrattuali del datore di lavoro in termini di salute e sicurezza, incluso il documento di valutazione dei rischi. A tal proposito, lo scorso maggio CIMO aveva inviato formale diffida alle aziende sanitarie affinché rendessero noti i rispettivi piani per la sicurezza. Infine, si aggiunga l’articolo 70 del codice deontologico della professione medica secondo il quale “…il medico deve esigere da parte della struttura in cui opera ogni garanzia affinché le modalità del suo impegno e i requisiti degli ambienti di lavoro non incidano negativamente sulla qualità e la sicurezza del suo lavoro…”, per il quale è fondamentale il ruolo degli Ordini Professionali dei Medici.

“Dietro l’evidente e innegabile aumento dei casi di violenza denunciati, rispetto ai quali sono ancor più numerosi quelli non segnalati per reticenza o paura o sottovalutazione, esiste un fenomeno complesso di malessere sociale e individuale. Frequenza e gravità di alcuni atti hanno acceso i riflettori mediatici sul fenomeno ma la narrazione continua a riflettere una distorsione della percezione che si esaurisce in una generica rappresentazione di presunta malasanità ma non indaga sulle cause profonde, che sono prevalentemente da attribuire a problemi di natura organizzativa o a norme disattese. Chiediamo che si rendano immediatamente esecutive raccomandazioni e leggi già oggi valide e utili”, conclude Quici.

25 ottobre 2018
© Riproduzione riservata

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