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La complessità della relazione medico-paziente: perché ancora più importante occuparsene oggi?

di Marilena Cara

14 DIC - Gentile Direttore,
la medicina è più di una semplice scienza: è un contatto umano tra uomini. E’ una scienza applicata all’essere umano, fatto di corpo e psiche.
Partendo da questo presupposto la cura non può che fondarsi sulla relazione, e quindi sul contatto umano e non solo professionale, tra colui che opera in sanità e il paziente.
 
I professionisti sanitari del nostro tempo, contrassegnato dalla tecnica, non possono che tenere conto di un altro assunto fondamentale: “La psiche dipende dal corpo e il corpo dipende dalla psiche” (C.G.Jung).
 
La relazione (“re-latus”: connessione) operatore paziente è sempre più un nodo cruciale della gestione del paziente in ambito sanitario e ancor più nel contesto delle malattie croniche.Se la tecnica medica oggi non passasse attraverso la relazione quale efficacia terapeutica potrebbe avere?
 
Oggi è più facile parlare di Sanità piuttosto che di medicina, riservando a quest’ultima solo la prassi clinica rispetto al tema più ampio della terapia olistica.
 
Nei paesi anglosassoni, operano la differenza tra “to care” e “to take care”: il primo è il “curare” ed il se-condo il “prendersi cura”!
Una tempo la professione medica era protetta dall’aspetto della sacralità, del divino e il medico era conside-rato un semi-dio perché aveva ereditato un potere-sapere divino che era quello di restituire la salute. E’ ov-vio intuire che in questo ambito la distanza tra medico e paziente era tale che il rapporto non poteva che essere un rapporto di sottomissione e di estrema riconoscenza. Vi erano pochi dottori e poca informazione. La fiducia nel medico di oggi non è più qualcosa di dato a priori ma deve essere conquistata attraverso un rapporto dedicato.
 
La profonda trasformazione della società dettata dalla nascita del Web ha permesso un accesso indiscrimi-nato a qualsiasi tipo di informazione trasformando radicalmente la relazione e la comunicazione in ambito sanitario.
La possibilità di accedere a fonti di informazioni sanitarie senza avere le competenze culturali specifiche per poter interpretare in modo corretto quanto raccolto, ha creato la necessità di una nuova consapevolezza della relazione e della formazione specifica in tal senso.
 
Frequentemente oggi, la persona che necessita di cura, si rapporta con il medico come se la relazione fosse una relazione alla pari e tra pari.
Questo ha un senso sotto il profilo della relazione umana ma non sotto quello della relazione professiona-le dove il medico deve rimanere ad un gradino di conoscenza molto superiore rispetto a quello del paziente, mantenendo il ruolo e l’identità professionale ben separata dal paziente.
 
Sviluppare la giusta distanza significa essere vicini al paziente ma ben individuati nel proprio ruolo profes-sionale.
Prima della nascita delle scienze mediche, medicina e psichiatria, così come psiche e soma erano un tutt’uno, contemporaneamente presi in cura da un unico medico.
 
Nel 1900 la psichiatria diventa scienza autonoma connessa alla neurologia. Furono gli psichiatri (Freud, Jung) ad approfondire lo studio del funzionamento umano attraverso la sviluppo della psicanalisi.
 
Lentamente la crescita della psicanalisi e il suo allontanamento dalla psichiatria, ha condotto parallelamen-te ad un allontanamento di colui che si prendeva cura del corpo e colui che si prendeva cura della psiche accreditando sempre più l’idea che psiche e soma fossero due entità distinte.
 
Oggi anche le neuroscienze confermano come ogni comportamento umano sia condizionato primariamente dall’emozione e di conseguenza si intuisce come ogni relazione umana sia condizionata dal vissuto emoti-vo. Non esiste un altro ambito professionale più permeato e condizionato da emozioni, come quello sanita-rio in cui la “partita” della cura la si gioca in un campo caratterizzato da sofferenza fisica e psichica, malat-tia, limite ed impotenza.
 
Quindi la medicina, oggi, non che è essere un ambito prevalentemente relaziona-le.
La relazione è poi alla base della comunicazione. Non può esistere comunicazione se non esiste relazione.
 
Ciò che è ancora più importante è che una comunicazione efficace, comporta una riduzione e non un au-mento del tempo impiegato per la comunicazione con il paziente e quindi un minor tempo di cura. Una comunicazione empatica riduce lo sforzo dell’operatore e migliora l’ outcame terapeutico.
I “guaritori” di oggi, per fronteggiare le richieste dell’organizzazione sanitaria, non possono che occuparsi della gestione della relazione operatore-paziente.
 
Per questo credo che la complessità sanitaria odierna costringa a fornire, nelle scuole di formazione, medi-che e infermieristiche, una preparazione adeguata, individuativo-professionale, per fronteggiare il campo della relazione operatore-paziente.
 
Marilena Cara
Medico Nefrologo Psicanalista Junghiana, socio analista CIPA e IAAP
 

14 dicembre 2021
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