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Violenza sugli operatori sanitari: i dati per dimensionare il fenomeno e mettere in atto strategie di prevenzione e intervento

di Maria Rosaria Gualano e Umberto Moscato

11 LUG - Gentile direttore,
proprio poche ore fa un collega, medico di Pronto Soccorso, è stato aggredito da un paziente presso l’ospedale dove lavora a Ostia (Roma). È solo l’ennesimo caso ormai di eventi ricorrenti nel mondo sanitario, in un contesto che si dovrebbe per sua stessa natura presentare come sicuro per tutti, tra i più sicuri dopo la propria abitazione.

Eppure purtroppo anche la letteratura mondiale più recente ci conferma questo triste fenomeno che colpisce gli operatori sanitari. I motivi scatenanti sono i più diversi e variano anche in base al contesto, per esempio ove non c’è un SSN di tutela la violenza è scatenata da motivi economici, in altri casi alla base c’è una scarsa comunicazione tra paziente e operatore o le lunghe liste d’attesa.

La violenza contro gli operatori sanitari è una problematica di salute pubblica ed occupazionale di crescente interesse, spesso sottostimata a causa delle mancate segnalazioni da parte degli operatori stessi, che in alcuni casi vedono la violenza addirittura come rischio/parte integrante del loro lavoro. Sono state evidenziate delle conseguenze molto severe alla violenza sugli operatori sanitari, tra cui diminuzione della dedizione e della soddisfazione lavorative, qualità della vita peggiore, aumentata incidenza di stress e burnout.

Una revisione sistematica appena pubblicata su Public Health, condotta da un gruppo di ricerca di sanità pubblica ha evidenziato che la prevalenza di violenza sugli operatori sanitari in tutto il mondo è riportata nella maggior parte degli studi addirittura tra il 50 ed il 75% (riferito alla prevalenza di violenza generica e violenza verbale), mentre la violenza fisica e quella sessuale hanno una prevalenza inferiore al 25%.

Le categorie più a rischio risultano essere infermieri e specializzandi. Per gli specializzandi più frequente è la violenza di tipo sessuale, per cui è riportata una prevalenza superiore (36.2%).

Pochi studi di letteratura scientifica utilizzano dati provenienti da singoli Paesi evidenziando la necessità di condurre studi e revisioni di carattere Europeo e Nazionale.

Inoltre, gli studi sono molto eterogenei per quanto riguarda la valutazione del tipo di violenza: molti indagano la violenza intesa come fisica, altri sia fisica che verbale, mentre alcuni si soffermano su tipi meno comuni di violenza (sessuale, mobbing, minacce, bullismo, calunnie, etc.). I metodi usati per valutare la violenza sono molteplici e diversi tra loro, sottolineando la necessità di sviluppare uno strumento condiviso per le indagini inerenti alla violenza occupazionale.

In conclusione, il fenomeno della violenza sul lavoro riguarda gli operatori sanitari in numero molto maggiore rispetto alla popolazione generale, con almeno un operatore sanitario su due vittima di questo fenomeno. Pe quanto riguarda il dimensionamento esatto del fenomeno, è necessario un sistema condiviso di raccolta dati che permetta un’accurata sorveglianza epidemiologica nazionale ed internazionale, per indirizzare l’implementazione di misure di prevenzione e di contrasto.

Ma andando oltre ai numeri allarmanti, l’urgenza è mettere questa tematica di tutela degli operatori sanitari, così preziosi nel ruolo di persone al servizio del paziente/cittadino, tra le priorità delle agende politiche e di sanità pubblica di tutti i Paesi.

Maria Rosaria Gualano
Professore associato di Igiene presso Unicamillus, Università Medica Internazionale di Roma

Umberto Moscato
Professore associato di Medicina del Lavoro presso Università Cattolica del Sacro Cuore sede di Roma

11 luglio 2023
© Riproduzione riservata

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