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Infermieri. Guardiamo al futuro, senza illusioni, ma con la giusta determinazione

di Guglielmo Nappini

16 FEB - Gentile Direttore,
amici infermieri è arrivato il momento di uscire dall’isolamento per superare la crisi che porta via il nostro futuro, mi domando e chiedo: “Essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d'animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli” Ho intrapreso la professione cercando di tenere al centro dei pensieri l’essere umano guidato dalle parole di Jung: “L’importante è che io mi ponga dinanzi al paziente come un essere umano di fronte ad un altro essere umano”.  Il percorso formativo della mia generazione ha preso l’avvio in concomitanza con l’approvazione della L. 42/99, che apriva nuove frontiere alla professione e creava il clima stimolante che ci ha fatto sentire partecipi e responsabili del futuro della professione.
 
Tuttavia dopo la Laurea triennale il SSN in un’ottica di contrazione della spesa riduceva laddove è più semplice tagliando il comparto e bloccando il turnover, riducendo i concorsi pubblici. Per potermi permettere la continuità della formazione ed evitare di andare a ingrossare il 53% di infermieri che non lavorano – i dati parlano di 25.000 disoccupati a fronte del bisogno del SSN di 60.000 infermieri. Mi sono adattato alla maggiore flessibilità richiesta dal mercato cercando nuove possibilità di lavoro nella libera professione, nelle varie forme consentite: Singola, Studio Associato, Cooperativa Sociale, Società tra Professionisti, modalità che mi hanno permesso di raccogliere risorse per accedere a un Master in coordinamento e poi alla laurea specialistica, che sto faticosamente portando a termine cercando un difficile equilibrio tra lavoro e studio.
 
Gran parte dei miei colleghi ha abbandonato l’Italia per altri paesi d’Europa; gli Ospedali in Germania e in Inghilterra offrono prospettive di lavoro a professionalità formate per loro a costo zero. Ho pensato più volte di trasferirmi all’estero, ma ho pensato anche che significava dichiararmi sconfitto lasciando il paese in un momento di grave crisi, abbandonare la cultura di nascita, gli affetti, tagliare le radici più profonde.
Motivazioni e crescita professionale sono molto legate alle energie e agli entusiasmi della giovinezza; purtroppo alla mia generazione la crescita professionale (somma di stimoli ed esperienza) è impedita da una serie di problemi non gestiti: al giovane professionista sono richieste prestazioni frenetiche, spesso in automatico e così spersonalizzate da poter essere paragonate a quelle di una scimmia.
 
Il sistema della formazione continua, Ecm diventato obbligatorio nel 2002, ineccepibile dal punto di vista del principio, rappresenta per gli infermieri che operano nel privato un ulteriore costo (oltre gli oneri, previdenziali, assicurativi), non aiuta a trovare sbocchi lavorativi e non implementa qualitativamente la crescita professionale. Mi chiedo dove andrà a collocarsi il professionista formato quando ormai nelle scrivanie si accumulano pile di curricula di infermieri, che sperano in un posto di lavoro a 9,50 € netti (in talune Cooperative) l’ora. La dura realtà sottintende: o mangi questa minestra o resti a casa. E’ richiesto uno sforzo economico e intellettuale da parte del professionista per un continuo aggiornamento dei saperi a fronte di una sanità privata regolata da dinamiche quasi esclusivamente economico-centriche.
 
La realtà di un presente regolato esclusivamente dall’efficientismo economico (ricordo che siamo la generazione perduta) mi ha insegnato a essere realista, ad avere uno sguardo attento e vigile verso la sostenibilità del sistema. Ma i miei giovani anni vorrebbero che il mio orecchio potesse sentire, qualche volta, parole pervase da un maggior respiro ideale: fantasia, speranza, audacia, unione. Quando muore la speranza nelle giovani generazione significa che un paese è fiaccato moralmente, non c’è dinamismo e non si costruisce il futuro.
L’articolo 36 della nostra Costituzione collega la retribuzione “alla quantità e alla qualità” del lavoro (Luca Benci); a una determinata competenza deriva un corrispettivo economico; quale organo è deputato a farsene garante? chi ci rappresenta: il collegio, i sindacati? perché una totale deregulation in un settore delicato come quello della sanità.
 
La paura di perdere il lavoro è il ricatto psicologico a cui sono sottoposti i giovani professionisti, i quali per altro sono grati, da un lato per avere un lavoro, dall’altro sanno di essere sfruttati e non valorizzati come professionisti. Tutti ripetono che in questo momento storico dobbiamo essere flessibili; ma dove arriva questa flessibilità? Fino alla “Pronazione” del professionista?
 
Ho 28 anni, sono nel pieno delle forze, ho un futuro da costruire e non ho paura di lavorare, cambiare lavoro, cambiare mansione, ma ho bisogno di qualche certezza per costruire una famiglia, accedere a un mutuo, continuare a studiare, mettere le basi per una pensione e mantenere alto il mio profilo professionale. Mi chiedo anche come vivono gli infermieri che hanno 50 anni e lavorano nel privato, come fanno, riescono davvero a stare al passo con un mondo in continuo divenire?
 
Mi chiedo quanto il progetto formativo, cui ho aderito, trovi riscontro nella prassi. Nella pratica di tutti i giorni riscontro, infatti, un divario enorme tra quello che potremmo e sapremmo fare – come stabilito dalla legge, nonché dalla formazione universitaria – e il lavoro quotidianamente svolto, che consiste in compiti e funzioni di pura ausiliarietà, com’era un tempo.
Sono consapevole di non avere l’autorità, la competenza e l’esperienza per esprimermi sull’operato dei dirigenti che gestiscono la complessità del sistema sanitario, tuttavia noto una mancanza di respiro e una forte difficoltà a fornire una visione globale; risposte parziali, spesso contraddittorie che incistano e peggiorano una sorta di nevrosi del sistema, mentre l’incapacità di indicare soluzioni chiare penalizza i lavoratori che operano dentro il sistema e che ogni giorno ne fronteggiano le molte contraddizioni.
 
Senza apparire eccessivo, giusto come formula di alleggerimento, mi dico come il simpatico Bucowski: “Ero alla bancarotta, il governo era alla bancarotta, il mondo era alla bancarotta. Ma chi cazzo li aveva i fottuti soldi”.  Inutile nascondere che sento tradito pesantemente il mio progetto professionale e di vita; il mio futuro e quello dei miei giovani colleghi è in un vicolo cieco, pesantemente condizionato dalla precarizzazione e dalla flessibilità che esige l’attuale mercato del lavoro.
 
Identità, crescita, qualità del servizio, concertazione, tutto è stato spazzato via per effetto dei provvedimenti legati alla spending review, di fatto la riduzione della spesa sembra ricadere quasi integralmente sul costo del lavoro e la qualità del servizio, una scelta miope e grossolana che si dimostrerà perdente nei tempi lunghi.
I manager della sanità per conseguire i pareggi di bilancio potano le risorse destinate al costo e all’assunzione del personale, e noi giovani siamo una generazione bloccata dal punto di vista della crescita professionale. I lavoratori e l’opinione pubblica si domandano perché il pareggio di bilancio non sia raggiungibile attraverso politiche dirette a conseguire maggiore efficienza, risparmio, miglioramento delle competenze e crescita di fruttuose sinergie professionali, educazione alla salute e gestione consapevole dei limiti finanziari di spesa.
 
Il SSN è un patrimonio che illustra la civiltà del nostro paese, patrimonio dei cittadini e degli operatori, patrimonio dell’umanità in quanto si occupa della salute del corpo dei cittadini, e se vogliamo estendere il concetto, la salute del corpo è anche la salute dello spirito.
 
Anestetizzati dal bisogno, le professioni sanitarie soffrono, ma il fuoco cova sotto la cenere, un’energia che scaturisce dalla vicinanza dei pazienti e dalla condivisione dei loro bisogni, che rende questi professionisti il cuore pulsante del SSN. Occorre ri-animare il cuore degli infermieri nella prospettiva che indicava il percorso formativo e predisporre la condizioni per procedere a un processo integrato di valorizzazione.
 
E’ necessario, colleghi infermieri, fare un punto sul nostro futuro, guardare con realismo i problemi e tentare di diradare il clima fosco.
 
Mi chiedo: forse governare è far credere? Esaminare i problemi con realismo mostra come gli obiettivi dati per raggiunti, nella realtà, non ci sono; siamo stati abbagliati dall’apparenza, molte sono state le illusioni coltivate, per questo dobbiamo effettuare una puntuale analisi del futuro che ci aspetta a monte del comma 566 della legge di stabilità che, in modo subdolo, decostruisce il profilo professionale e riattiva la mansione attraverso la categoria delle competenze specialistiche (competenze avanzate, atti complessi).
 
Questa mossa ambigua consentirà alle Regioni la redistribuzione di atti o mansioni tra le figure del medico e dell’infermiere, allo scopo di ottenere quella flessibilità che permetterà di contenere le spese attraverso il gioco del mansionamento della categoria che costa meno, e il demansionamento della categoria che costa di più.
Inoltre, come ha ben individuato il prof. Cavicchi, si aprirà il fronte della discriminazione tra infermieri comuni, rimansionati e specialisti. L’importanza attribuita alle tecniche impoverisce il discorso sull’assistenza che nella L. 42/99 costituiva la base identitaria della professione. Tra mansione, compito, competenze l’identità dell’infermiere sembra diventata un elastico, la triste verità è che le Regioni usano la categoria come “tappabuchi” secondo la calzante espressione di Cavicchi.
Cito ancora Cavicchi che lucidamente mette in luce i problemi legati alla post-ausiliarietà o de-mansionamento:
 
- deontologico perché è snaturamento della professione,
- sindacale perché è sfruttamento della professione,
- giuslavoristico perché lede i diritti di chi lavora e di chi non lavora o è precario.
 
Avvilente la ruggine abilmente incrementata tra le categorie dei medici e degli infermieri sulla questione del mansionamento/demansionamento, collegi e sindacati non hanno fornito spunti e indicazioni per definire realisticamente l’identità dei due soggetti nella sanità, del futuro nei termini delle competenze, e dei costi.
 
Amici infermieri, dobbiamo riconoscere che abbiamo dei problemi, dobbiamo tornare a incontrarci per costruire cultura e identità nella nostra professione. Prima di tutto non dimentichiamo che senza etica non c’è scienza e, con questa consapevolezza, dobbiamo corrispondere alle esigenze della società in cui viviamo, dove guadagna sempre più spazio la visione olistica del paziente, in cui l’essere umano è posto al centro e la malattia è letta come interdipendenza e interazione di più aspetti in relazione tra loro. Dobbiamo lavorare e affinare la nostra identità e il nostro profilo per essere pronti a cogliere la sfida degli anni a venire, e poter così dare un contributo forte nella direzione della riumanizzazione della medicina che indica come ragionevole e anche vantaggioso riportare al centro la partecipazione del paziente, del cittadino e degli operatori della sanità.
 
Tra gli infermieri esiste una grande voglia di imparare e una forte capacità di relazione con i pazienti che dà dignità alla professione della cura e di conseguenza alla propria vita. Il rapporto di scambio con il paziente storicamente costituisce la nostra identità più forte, un aspetto che dà ampio respiro alla professione infermieristica, la più penalizzata dall’attuale crisi della sanità.
 
Noi dobbiamo, come scrisse Cosmacini…”guardare al futuro indirizzando… la medicina… non solo ad accrescere i legami che la stringono alla tecnica… ma anche a riallacciare i legami che la stringevano alla filosofia, con sempre maggior comprensione dell’uomo stesso e del suo mondo…”.
 
Perché questo progetto ideale possa attuarsi, dobbiamo con urgenza discutere concretamente dei punti posti lucidamente sempre da Cavicchi:
- post-ausiliarietà: in soldoni l’infermiere può esercitare una professione autonoma dal punto di vista intellettuale ma, nella realtà, continua a operare come ausiliario; la contraddizione è il prodotto della carente elaborazione e stallo della spinta riformatrice prodotto dall’inefficienza di una classe dirigente che non riesce a stare al passo con la complessità del presente;
decapitalizzazione: la brutale svalutazione da un punto di vista retributivo del valore del lavoro causata dal blocco dei contratti e dal principio del costo zero;
precarizzazione e restrizioni programmate del mercato del lavoro: la continua perdita di posti del lavoro unita a una crescita della flessibilità nell’impiego e allocazione degli infermieri, amplifica le contraddizioni legate alla post-ausiliarietà, al doppio demansionamento e alla decapitalizzazione.
 
Guglielmo Nappini

16 febbraio 2015
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