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Sul suicidio assistito troppi attacchi ingiustificati alla Fnomceo

di Ornella Mancin

04 OTT - Gentile direttore,
ho seguito con attenzione e interesse l'ampio dibattito che si è svolto su QS dopo la sentenza della Corte Costituzionale sul suicidio assistito, che rende ragione di una variabilità di opinioni diverse e divergenti piuttosto ovvia su un tema così delicato.
Quello che invece mi ha molto stupito è stato il semplicismo, la linearità, la schematicità, di coloro che per affermare le loro legittime convinzioni, non hanno esitato a trattare la Fnomceo, il suo presidente e tutti noi medici, come degli ottusi, dei retrivi, o ancora peggio dei semplici esecutori programmati dalla natura per obbedire a dei semplici input.

Ringrazio il mio presidente Giovanni Leoni, vicepresidente Fnomceo, per aver risposto già in maniera più che adeguata; mi permetto di aggiungere qualche modesta considerazione.

Come ho già detto, ho trovato alcuni interventi piuttosto “arroganti” nei confronti della comunità dei medici, trattata come se fosse un branco di replicanti.
 
I medici, come chiunque altro, hanno il diritto e il dovere di pensare, di interrogarsi, di avere una coscienza, di avere una opinione, e di scegliere; di “scegliere” assumendosi tutte le responsabilità del caso. Questo vale sia, davanti ad un ammalato, che davanti alla sentenza della corte costituzionale. I medici per riprendere una espressione che ci ha insegnato il prof Cavicchi non sono trivial machine in nessun caso.
Coloro che pensano che, siccome abbiamo una sentenza che depenalizza il suicidio assistito, allora “necessariamente” dobbiamo avere una certa deontologia, non hanno capito nulla delle complessità in gioco.

Il suicidio assistito non può essere un tema che si può affrontare a cuor leggero. Non si tratta di decidere come organizzare un ambulatorio, chi può prescrivere cosa o quale sia l'intervento chirurgico più appropriato in una determinata situazione( cose tutte che comunque richiedono una scelta adeguata). Qui si parla di temi altamente sensibili (vita e morte), si tratta di aiutare a mettere fine a una vita che per quanto piena di sofferenza e dolore è pur sempre la vita di una persona che noi medici siamo sempre stati chiamati a tutelare con tutte le nostre possibilità; si tratta di operare un ripensamento che va alla radice del nostro essere medico , formati per la vita non per la morte.

Trovo pertanto inaccettabili (con tutto il rispetto per l'eminente giurista) le argomentazioni del dottor Benci (QS 29 settembre): noi medici, prima di tutti per bocca del nostro presidente abbiamo dichiarato il massimo rispetto per la sentenza della corte ribadendo il principio della coerenza tra deontologia e principi costituzionali, in ragione di ciò non è vero come lui sostiene che ci rifiutiamo di aggiornare il codice, al contrario rivendichiamo il diritto/dovere di scegliere come aggiornarlo.

La Fnomceo ha una commissione deontologica. Non trova il dottor Benci che sia necessario convocarla e di investirla del problema? Non ritiene che sia un diritto discutere tra di noi? Ma a parte il diritto non pensa che la materia sia degna di una riflessione? O pensa che la discussione sia inutile perché la questione è scontata? Ma crede davvero che sia scontata? Ma se è scontata mi spiega perché fino ad ora tale questione non lo è stata? O pensa che il giorno dopo la sentenza della Corte Costituzionale tutti i medici automaticamente passino dal proteggere la vita a dare la morte?

Vi rendete conto che qualsiasi decisione in tema di suicidio assistito avrà implicazioni non solo deontologiche, ma anche sul rapporto tra scienza e morale, tra professione e cittadino, tra norma legislativa e norma deontologica?

Mi sono riletta l'articolo del prof. Cavicchi sulle problematiche del suicidio assistito (QS 30 aprile 2019) e ho trovato illuminante il modo in cui ha tentato di esaminare delle possibili modalità per ripensare la deontologia alla luce della legalità del suicidio assistito, tentando di mediare i principi deontologici per noi irrinunciabili con il principio di legalità. A un certo punto introduce, il discorso della compossibilità chiedendosi: come è possibile che tra il principio deontologico del valore della vita e quello normativo del valore della morte non vi siano contraddizioni? Cioè come è possibile far coesistere questi principi? La sua ricerca lo porta a scoprire il valore della pietà e il valore dell’eccezione. Quindi la pietà e l’eccezione diventano le modalità attraverso le quali la deontologia dialoga con i principi costituzionali.

In questo caso il prof Cavicchi sceglie di applicare la sentenza della corte in un certo modo, ma giammai accetta di applicarla meccanicamente e automaticamente perchè conoscendo il mondo medico sa che sarebbe non solo impossibile ma anche pericoloso. Per cui credo assolutamente necessario e doveroso che i medici facciano partire un'ampia riflessione sull'argomento per decidere le modalità più giuste per applicare la sentenza della corte.

Analoga obiezione mi permetto di rivolgerla al prof Mori (QS 30 settembre) che come il dottor Benci ritiene che le sentenze siano a senso unico. Quando il presidente Anelli sostiene che non è detto che il suicidio assistito debba avvenire per forza nel servizio pubblico non dice una assurdità ma si riferisce a due realtà: ai paesi europei nei quali il suicidio assistito può avvenire anche a casa del malato e alla decisione ancora molto diffusa almeno dalle mie parti, di morire a casa e non in ospedale (portatelo a casa perchè non c’è più niente da fare).

Perchè escludere la possibilità di una morte nel proprio letto? Perchè istituzionalizzare il suicidio assistito ad ogni costo? E’ del tutto inevitabile che se esso viene istituzionalizzato esso viene automaticamente medicalizzato, ma perchè si deve per forza medicalizzare il suicidio di una persona? Perchè dobbiamo applicare al suicidio l’aggettivo di “assistito”? Cioè perché dobbiamo usare le parole per la vita per definire la morte?

Al prof Mori voglio solo dire, con sincerità, che a tutte queste domande io non so rispondere, ma ritengo che nessuno può impedirmi di pormele. Cioè nessuno mi può obbligare a banalizzare la questione e a trasformare il suicidio assistito in un atto medico “qualsiasi “ come può essere togliere una appendice o trattare una polmonite, perchè a mio avviso non potrà mai essere un atto qualsiasi, non potrà mai essere un atto ordinario.

Per cui anche la sua strumentalizzazione sulle frasi del presidente Anelli circa il significato di “assoluto” mi lascia perplessa, proprio perché mi fa capire che se la filosofia si riduce ad essere un dizionario qualcosa non va. Ha ragione “assoluto” nella lingua italiana significa quello che lei ha detto ma nella pratica medica “assoluto” diventa buon senso, ragionevolezza, mediazione, compossibilità, perchè riprendendo le parole di Leoni (QS 30 settembre): “Resta comunque difficile per un medico rassegnarsi all’idea della morte, perché la sua natura lo porta a cercare di curare il malato. Un paziente che manifesta al medico la volontà di morire pone quest’ultimo in una difficile condizione, compito del medico è infatti assistere l’ammalato -anche ed in particolare in situazioni estreme - nelle sue ultime fasi della vita, combattendo la sofferenza ed il dolore.“

Pertanto condivido appieno il pensiero del presidente Anelli quando dice che il medico assiste il malato fino alla fine ma lo assiste come un morente che è ancora un vivente, quando il vivente decide di morire, non si tratta più di assisterlo ma solo di assecondare una volontà con i valori della solidarietà della pietà e della complicità.
 
A questo punto mi sia consentito di introdurre una considerazione molto personale. Oggi la professione medica volge al femminile: le donne medico sono più degli uomini. Molte di queste donne come me sono madri oltre che medici.

Essere madri e medici, credetemi, rende tutto più difficile. Non voglio citare le mie esperienze come medico perché ho pudore a dire del mio travaglio professionale. Vorrei però rammentare le testimonianze sullo strazio lacerante che può provare una madre nel consentire al suicidio del proprio figlio. Per una madre perdere un figlio è quanto di più doloroso possa esistere; accettare che ponga fine alla sua vita può diventare atto di coraggio sovrumano, che può accettare solo in una logica di amore infinito, spinta da pietà e compassione.

Questo mi fa dire ai nostri critici implacabili che nei loro discorsi vedo poco amore e tanta razionalità, vedo molta enfasi sui principi ma poca attenzione per la tragedia umana reale. Vedo tanto rigorismo e poca ragionevolezza.

Per noi medici i principi naturalmente hanno un valore e quello della vita in particolare, ma l’uomo che soffre, viene prima. I nostri critici credono che i principi debbano essere universali, uguali per tutti, noi medici sappiamo che i principi si scontrano ogni giorno con le specifiche singolarità. Ed è li che nasce il problema.

Io penso che esiste uno spazio in cui il principio si confronta con la realtà è in questo spazio che noi medici lavoriamo sempre in “scienza e coscienza”. Un criterio anche questo vecchio come l’ippocratismo, che il dottor Benci insiste nel ritenere incostituzionale, ma che potrebbe tornare comodo anche per il suicidio assistito.

Per concludere vorrei richiamare il lavoro della Fnomceo sulle 100 tesi che ci stanno portando verso gli stati generali: esse sono state scritte per definire un medico nuovo quindi è del tutto logico che ad un medico nuovo corrisponda anche una nuova deontologia e che una nuova deontologia si faccia carico di tutte le problematiche del nostro tempo. Sono certa quindi che da questo lavoro uscirà una deontologia all’altezza delle sfide del nostro tempo, compresa quella delle dat, del consenso informato, del suicidio assistito.

Ornella Mancin
Presidente Fondazione Ars Medica
OMCeO Venezia


04 ottobre 2019
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