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Coronavirus. Il ruolo, dimenticato, della epidemiologia

di Claudio Maria Maffei

03 FEB - Gentile Direttore,
negli ultimi giorni su QS sono comparsi una serie di autorevoli contributi provenienti dal mondo della epidemiologia italiana. Prima una lettera sulla importanza di migliorare “i numeri” del Covid dove accanto ad alcune riflessioni generali sul sistema di analisi e comunicazione dei dati sulla pandemia si poneva un particolare accento sulla importanza di una diversa qualità dell’analisi dei dati di mortalità.
 
Poi una lettera del Presidente della Associazione Italiana di Epidemiologia Salvatore Scondotto sull’opportunità di ricorrere all’indice RDt nella classificazione per fasce di rischio delle Regioni. E infine ieri una lettera di Rodolfo Saracci sulla opportunità con tanto di esempi di introdurre nei sistemi di monitoraggio indicatori “precoci” dell’incremento della circolazione del virus.
 
Questi importanti contributi, assieme ad altri ricavabili dai ricchi materiali messi a disposizione dalla Associazione Italiana di Epidemiologia (come il numero monografico della sua rivista Epidemiologia e Prevenzione dedicato alla pandemia) forniscono un importante stimolo alla evoluzione del sistema di monitoraggio del Covid-19 in Italia, attualmente ancora fermo al sistema dei 21 indicatori (che come ho già avuto modo di dire 21 non sono) e anche ad una ulteriore riflessione sulla organizzazione della rete epidemiologica nel Servizio Sanitario Nazionale alla luce del nuovo Piano Pandemico influenzale 2021-2023.
 
Sul sistema di indicatori di monitoraggio le lettere dal mondo epidemiologico soprarichiamate si concentrano soprattutto sugli indicatori che nel sistema di monitoraggio del Ministero/Istituto Superiore di Sanità (vedi qui l’ultimo Report) vengono definiti “indicatori di stabilità di trasmissione”. Vorrei invece richiamare l’attenzione sugli altri indicatori e cioè quelli di “capacità di monitoraggio”, “impatto sui servizi sanitari e assistenziali” e “capacità di accertamento diagnostico, indagine e di gestione dei contatti”.
 
C’è un forte bisogno di migliorare anche questa tipologia di indicatori procedendo anche nel loro caso a selezionarli, ridurli e qualificarli così come si sta cercando di fare con quelli sulla trasmissione del virus. Anche su questi indicatori va portato il rigore del metodo epidemiologico visto che ad esempio ad una lettura anche solo appena più attenta i dati sul sovraccarico delle terapie intensive risultano evidentemente “addomesticati” con l’inclusione al denominatore del relativo indice di posti letto non operativi.
 
Come pure altri indicatori  “fondamentali” come quelli relativi alla efficienza del sistema di contact tracing sono di fatto vuoti dal punto di vista informativo come testimoniato dal fatto che dei sistemi di tracciamento saltati  si parla sempre, ma di quali siano gli equivalenti in termini di valore dei corrispondenti indicatori mai.
 
La lettura integrata delle varie tipologie di indicatori e quindi il miglioramento complessivo del sistema di monitoraggio risulta essenziale per una migliore interpretazione dei dati sulla pandemia che attualmente vengono letti quasi solo esclusivamente ai fini di una stima del rischio (e conseguente assegnazione del “codice colore”) e non nella dimensione della capacità di risposta organizzativa e clinica. Per ottenere questo miglioramento è fondamentale accettare la proposta di collaborazione con gli organi centrali dell’Associazione di Epidemiologia, cui mi sento di suggerire un ulteriore investimento in termini di elaborazione e ricerca anche sulle altre tipologie di indicatori oltre a quelli di trasmissione.
 
Certo una collaborazione che potrebbe essere anche un po’ scomoda (ma proprio per questo particolarmente utile) a vedere le elaborazioni riportate nella lettera di Scondotto  in cui all’indice Rt si è sostituito l’indice RDt, sostituzione che avrebbe reso più difficile quella sorta di 18 politico dato a tante Regioni con le  ultime “ordinanze colore”.
 
Collaborazione che andrebbe anche estesa anche ad altri aspetti collegati al sistema di monitoraggio come le strategie di comunicazione del rischio e la organizzazione della rete epidemiologica nazionale.
 
Di tutta questa esigenza di “qualificazione epidemiologica” nei sistemi di monitoraggio degli eventi epidemici non c’è traccia nell’ultima bozza del Piano Pandemico Influenzale e questo non è davvero un buon segnale.
 
Claudio Maria Maffei
Coordinatore scientifico Chronic-on
 
 

03 febbraio 2021
© Riproduzione riservata

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