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Coronavirus: tra analisi genetica ed epidemiologia. Le prime ipotesi in due nuovi studi su Lancet

di Camilla de Fazio

Quasi ogni ora vengono trasmesse notizie sulla diffusione, la mortalità e la gestione del coronavirus, 2019-nCoV. Disponiamo però di poche informazioni riguardo l’origine del patogeno, l’epidemiologia dell’infezione e le sue manifestazioni cliniche. Due studi pubblicati il 30 gennaio sulla rivista The Lancet, fanno un po’ di luce su questi aspetti fondamentali per comprendere il virus.

31 GEN - Quali sono le origini del coronavirus 2019-nCoV? A quali patogeni noti si avvicina di più? Per scoprirlo i ricercatori del Chinese Center for Disease Control and Prevention ne hanno analizzato il genoma, a partire dai campioni prelevati in seguito al lavaggio broncoalveolare di nove pazienti.
 
In un articolo, pubblicato sulla rivista The Lancet, essi riportano che si tratta di un nuovo betacoronavirus del sottogenere sarbecovirus. Il patogeno fa parte della stessa famiglia di altri due virus ben noti, responsabili di due forme atipiche di polmonite nell’uomo, SARS-CoV e MERS-CoV, tuttavia i ricercatori hanno osservato che 2019-nCoV è geneticamente più vicino ad altri due patogeni (bat-SL-CoVZC45 e bat-SL-CoVZXC21) che infettano i pipistrelli e che sono stati identificati nel 2018 nella Cina orientale.
 
I pipistrelli potrebbero quindi essere gli ospiti originali del nuovo coronavirus, tuttavia, secondo i ricercatori, un altro animale (probabilmente presente al mercato ittico di Wuhan, dove venivano venduti non solo pesci, ma anche altri animali, come uccelli e conigli) ha agito da ospite intermediario tra pipistrelli e umani.
 
Gli uomini anziani maggiormente colpiti dal virus
La seconda ricerca
, pubblicata sempre da Lancet, condotta dal Chinese Center for Disease Control and Prevention, sull’epidemiologia della polmonite, suggerisce che 2019-nCoV, possa colpire maggiormente gli uomini anziani che presentano delle comorbidità.

Nello studio retrospettivo sono stati analizzati tutti i casi confermati di 2019-nCoV nell'ospedale di Wuhan Jinyintan dall’1 al 20 gennaio 2020, per un totale di 99 pazienti. La metà di questi lavorava o viveva intorno al mercato di Huanan, e la maggior parte (67) era composta da uomini. L’età media dei pazienti era 55 anni e il 51% era affetto da malattie croniche.
 
Le manifestazioni cliniche più comuni in questi casi sono state febbre (nell’83% dei pazienti) e tosse (nell’82% dei pazienti). Altri sintomi sono il respiro corto (31% dei casi), dolore muscolare (11%), confusione (9%), mal di testa (8%). Più rari il mal di gola (5%), la rinorrea (4%), il dolore toracico (2%), la diarrea (2%), nausea e vomito (1%).

I ricercatori hanno osservato una riduzione del numero di linfociti nella maggior parte dei pazienti. Il virus potrebbe quindi agire attaccando i linfociti T, proprio come SARS CoV e questo, riflettono gli autori, “potrebbe essere un fattore importante che porta a esacerbazioni nei pazienti”. In alcuni si sono verificati rapidamente sindrome da distress respiratorio acuto e shock settico, seguito da insufficienza multipla di organi.

La mortalità tra i pazienti analizzati in questo studio è stata dell’11% ed è stata associata a fattori come l’età avanzata, l’obesità e la presenza di comorbidità. In generale, le caratteristiche dei pazienti deceduti erano in linea con il modello di allerta precoce per predire la mortalità nella polmonite virale, usato dagli scienziati in uno studio precedente. Si tratta del punteggio MuLBSTA, che prende in considerazione sei fattori: infiltrazione multilobolare, linfopenia, coinfezione batterica, storia di fumo, ipertensione ed età.
 
Naturalmente si tratta di uno studio limitato, condotto su 99 pazienti, che però ha permesso una prima valutazione delle caratteristiche epidemiologiche e cliniche della polmonite. 
 
Camilla de Fazio

31 gennaio 2020
© Riproduzione riservata

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