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“La farmaceutica è un elemento trainante della nostra economia. E noi ci siamo”. Intervista a Lucia Aleotti della Menarini

di Ester Maragò

Il più grande gruppo farmaceutico a capitale italiano ha puntato sul nostro Paese per costruire il suo nuovo stabilimento da 40mila mq, con un investimento da 150 milioni di euro che darà lavoro a 250 persone dirette e ad altrettante nell’indotto. Una scelta di campo maturata nei giorni del lockdown, ha spiegato l’azionista e componente del Board di Menarini, per dare una spinta alla rinascita della nostra economia

08 GIU - Ci sono scelte che si fanno con la testa e altre con “la pancia”. E quella della farmaceutica Menarini di voler costruire in Italia nell’ex area Longinotti di Sesto Fiorentino (Firenze) un nuovo sito produttivo hi-tech da 150 milioni di euro, il più moderno e uno dei più grandi del gruppo, è stata dettata, seguendo la seconda opzione.
 
Poteva infatti prevalere l'ipotesi di un Paese estero, soprattutto considerando che, nel 2019, il 77% dei ricavi del più grande gruppo farmaceutico a capitale italiano, arrivano dall’export e che poche settimane è stata lanciato un’Opa per l’azienda oncologica statunitense Stemline Therapeutics che consentirebbe di allargare agli Stati Uniti la già vasta presenza internazionale del Gruppo.
 
Ma come ha spiegato in questa intervista a Quotidiano Sanità, Lucia Aleotti azionista e componente del Board di Menarini, quella di investire in Italia è stata una scelta “maturata” dopo aver assistito al dramma sociale ed economico provocato dalla pandemia, nella speranza di “dare una spinta alla rinascita del nostro Paese”. Anche perché, come ha sottolineato “la farmaceutica è l’elemento trainante della nostra economia”.
 
Dottoressa Aleotti al contrario di quanto si sarebbe potuto presumere vista la capacità del Gruppo a radicarsi anche fuori confine, avete puntato sull’Italia. Era una scelta già in cantiere?
Tutt’altro, nonostante avessimo acquistato il terreno industriale a Firenze già nel 2018, non era un’ipotesi prevista. Anzi, considerando che la nostra crescita arriva sostanzialmente dal mercato estero, la cosa più logica era proprio quella di localizzare il nuovo stabilimento in altri Paesi. Ed effettivamente stavamo valutando tutte le varie opportunità in campo internazionale. Alcune anche molto allettanti: ci sono Paesi, in particolare nell’Europa dell’Est, che avrebbero fatto ponti d’oro per ospitarci nel loro territorio, mettendo sul piatto anche solidi investimenti. Ma poi è arrivato il Sars CoV 2.

E tutto è cambiato…
Completamente. Davanti allo scenario di sconforto che abbiamo vissuto assistendo al dramma delle persone che si sono ammalate, hanno perduto i propri cari, sono rimaste senza lavoro o sono dovute ricorrere alla cassa integrazione - cosa che la nostra Azienda ha scongiurato continuando a lavorare a pieno ritmo e convertendo anche una parte del nostro stabilimento di Firenze per la produzione di gel disinfettante donato gratuitamente alla protezione civile – abbiamo detto basta. Con mio fratello Alberto, con il quale siano sempre in piena sintonia, abbiamo deciso di chiudere in un cassetto tutti i dossier di ricerca di una localizzazione internazionale e puntare senza esitazione sull’Italia. Anche il board è stato concorde con questa scelta. Abbiamo quindi aperto un primo confronto con le istituzioni ricevendo una risposta immediata ed entusiasta, tant’è che è stata data un’accelerazione al primo protocollo d’intesa. Devo quindi ringraziare le istituzioni, ed anche il nostro team che sta lavorando senza sosta per portare avanti il progetto.

Questa operazione chiama in causa la Regione, oltre che il Comune e la città metropolitana. Considerando che a settembre ci saranno le elezioni vi preoccupa un eventuale nuovo assetto?
Non ce n’è motivo. L’arrivo di nuovi investimenti e la crescita di un territorio sono un valore per chiunque e credo che saranno apprezzati qualunque sia l’esito delle elezioni. Di certo non cambierà il nostro impegno.

Qual è il valore aggiunto della farmaceutica nel nostro Paese?
Credo che la farmaceutica abbia dimostrato di essere l’elemento trainante della nostra economia. E ancora di più in questo momento di crisi, dove al contrario altri comparti hanno, purtroppo, subito un pesante rallentamento che speriamo finisca quanto prima. Ma al di là di questo momento contingente, ritengo che dobbiamo entrare in una nuova vision e considerare la farmaceutica come un concentrato di scienza e tecnologia. È una sorta di organismo vivente che racchiude in sé ricerca, produzione, informazione scientifica; produce Pil e occupazione consentendo di diventare competitivi a livello internazionale. Va quindi guardato nella sua globalità, perché ha un indotto enorme e di livello elevatissimo.
Ma ha bisogno di attenzione da parte delle istituzioni. Soprattutto necessita di stabilità, come tutto il comparto. Ecco perché credo sia indispensabile porre una grande attenzione ai rapporti tra Stato e Regioni: se non c’è una visone unica si rischia di compromettere il lavoro a livello regionale e viceversa. Bisogna remare tutti nella stessa direzione se si vuole rendere il nostro Paese sempre più competitivo e propositivo.

Torniamo al futuro stabilimento, avete annunciato che saranno i nostri dipendenti a scegliere il nome, perché questa scelta?
In realtà dovremmo partire da un’altra domanda: perché dare un nome. Vede, questo stabilimento è per noi un atto d’amore. È come un bambino e come tale ha bisogno di un nome. Abbiamo deciso che siano i nostri dipendenti a sceglierlo perché, alla fine, sono loro i protagonisti della crescita di questa azienda, sia in Italia sia a livello internazionale.

Che tempi vi siete dati per la “posa della prima pietra”?
Sulle tempistiche siamo chiaramente legati al percorso autorizzativo e ci sono termini di legge non derogabili. Ci vorrà qualche mese, ma una cosa è certa: ci stiamo lavorando giorno e notte.
 
Ester Maragò

08 giugno 2020
© Riproduzione riservata

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