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Morti improvvise nello sport. Studio su 22mila bambini, condizioni a rischio per lo 0,3%


Dallo studio, guidato da ricercatori dell’Università di Padova e dell’Ulss 2 Marca Trevigiana, è emerso che ben il 74% delle patologie cardiovascolari che presentano tale rischio sono state diagnosticate in bambini e ragazzi con meno di 16 anni. “Grazie al modello di screening ‘italiano’, sono state potenzialmente salvate le vite di 69 giovani atleti”, commenta Patrizio Sarto, direttore della Medicina dello Sport dell’Ulss 2. LO STUDIO

21 FEB - Le morti improvvise nello sport sono rare, ma avvengono. Per capire quale rischio corrono i ragazzi e i bambini che praticano sport, ricercatori dell’Università di Padova e l’Ulss 2 Marca Trevigiana, con la collaborazione dell’University of Washington hanno condotto uno studio su oltre 22.000 giovani atleti (7 e 18 anni), pubblicato su European Heart Journal, anche allo scopo di valutare l’impatto dello screening medico sportivo nella prevenzione delle “morti improvvise”. Ne è emerso che lo 0,3% dei giovani che pratica sport ha una condizione cardiovascolare che lo espone a rischio di grave evento cardiaco, che si traduce in 69 giovani atleti a rischio di evento fatale salvati grazie allo screening.

A guidare lo studio Patrizio Sarto, direttore della Medicina dello Sport dell’Ulss 2, in collaborazione con i professori Domenico Corrado, direttore dell’UOSD Centro genetico per le cardiomiopatie aritmiche e Cardiologia dello sport, e Alessandro Zorzi, entrambi del Dipartimento di Scienze toraco-vascolari e Sanità pubblica dell’Università di Padova.

“Alla base dello studio ci sono i dati scientifici raccolti su 22.324 atleti trevigiani tra i 7 e 18 anni, che sono stati sottoposti nel corso degli anni a 65.397 valutazioni mediche – spiega Sarto –. La nostra modalità di screening differisce da quella proposta in altri Paesi come il Regno Unito, dove i giovani calciatori vengono sottoposti a un’unica valutazione cardiovascolare all’età di 16 anni: i nostri atleti vengono presi in carico in giovanissima età e ripetono la valutazione ogni anno. Ciò può consentire l’identificazione molto precoce delle malattie cardiovascolari a rischio di morte improvvisa durante l’attività sportiva e, quando la prima valutazione non è in grado di evidenziare la patologia, risultano fondamentali i controlli successivi”.

In particolare, lo screening ha individuato patologie del muscolo e del sistema elettrico del cuore, forme aritmiche ventricolari gravi e cardiopatie congenite nei soggetti a rischio di “morte improvvisa”.

Un dato molto importante emerso dallo studio è che ben il 74% delle patologie cardiovascolari che presentano tale rischio sono state diagnosticate in bambini e ragazzi con meno di 16 anni: “Grazie al modello di screening ‘italiano’, sono state potenzialmente salvate le vite di 69 giovani atleti”, spiega la nota dell’Ulss2 e dell’Università di Padova che riassuma quanto emerso dallo studio. Su 22.324 sportivi valutati, uno soltanto è stato colpito da arresto cardiaco durante l’attività sportiva, ed è sopravvissuto grazie alla rianimazione cardiopolmonare con l'uso del defibrillatore. “Questo è un caso molto complesso perché nonostante i tanti esami eseguiti non è stato ancora possibile individuare la causa dell’arresto cardiaco” commenta Sarto.

Altro valore aggiunto dell’attività svolta presso il Centro della Marca, riportato anche nello studio, è che “dopo la diagnosi, i giovani sportivi cardiopatici già da diversi anni non vengono ‘abbandonati’ ma grazie al programma ‘Il secondo tempo di Julian Ross’, continuano a essere seguiti dell’équipe di specialisti, che offre loro l’opportunità di avere tutte le informazioni necessarie per continuare in sicurezza l’attività fisico-sportiva più indicata alla loro nuova condizione clinica”, sottolinea il direttore della Medicina dello Sport dell’Ulss 2.

“Un dato che emerge dallo studio - aggiunge Alessandro Zorzi - è il ruolo fondamentale della prova da sforzo nella valutazione medico-sportiva. In Italia, la prova da sforzo viene eseguita sempre durante la visita medico-sportiva mentre all'estero di solito ci si ferma all'ECG a riposo. Nel nostro studio si dimostra che la prova da sforzo, particolarmente per la valutazione delle aritmie, ha consentito di sospettare una patologia cardiaca in diversi giovani sportivi con ECG di base normale e che sarebbero altrimenti sfuggiti. Questo dato sottolinea ulteriormente come il modello italiano di screening non sia secondo a nessuno”, conclude Zorzi.

“Nel 2006 – aggiunge Domenico Corrado - è stato pubblicato dall’Università di Padova uno studio di cui sono il primo autore sulla prestigiosa rivista JAMA, che ha dimostrato come nella regione Veneto l’incidenza di morte improvvisa dell’atleta sia calata quasi del 90% in seguito all’introduzione dello screening medico-sportivo. Quello studio ha avuto un impatto molto rilevante a livello internazionale contribuendo ad esportare il modello italiano di prevenzione della morte improvvisa nell’atleta all’estero. Rimanevano però alcuni punti da chiarire, che puntualmente venivano sollevati nei dibattiti tra esperti, come l’utilità di ripetere periodicamente lo screening. Questo studio aiuta a chiarire questi aspetti. Siamo certi che i risultati di questo lavoro contribuiranno a cambiare il ruolo dello screening medico sportivo a livello internazionale”.

21 febbraio 2023
© Riproduzione riservata

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