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14 AGOSTO 2022
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Un nuovo manuale di diritto sanitario di Ettore Jorio. Intervista all'autore

di Lucia Conti

Nel suo ultimo libro Diritto della Sanità e dell’assistenza Sociale, il professor Jorio punta il dito contro la Riforma del Titolo V che ha decretato la definitiva separazione tra i due sistemi assistenziali. “Solo una sanità integrata al sociale può realmente garantire il diritto alla salute”, spiega a Quotidiano Sanità

10 SET - Fino ad oggi sono stati tenuti inspiegabilmente separati, ma non sono stati in grado di garantire né la sostenibilità della spesa pubblica né la giusta tutela della salute degli italiani. Per invertire la rotta Ettore Jorio, professore di Diritto sanitario nonché Diritto civile della sanità e dell’assistenza sociale all’Università della Calabria, immagina un nuovo mondo dove sanità e sociale siano un’entità sola.

Le ragioni le spiega nel suo ultimo libro, Diritto della Sanità e dell’Assistenza Sociale (edito da Maggioli), e le sintetizza in questa intervista a Quotidiano Sanità.

Professore Jorio, perché la separazione tra sanità e sociale rappresenta per lei il “peccato originale” del legislatore?
Perché sono fermamente convinto che l’assistenza sociale sia un elemento fondamentale per il successo dell’assistenza sanitaria.
Con la riforma costituzionale del 2001, invece, la tutela della salute è diventata materia di potestà legislativa concorrente tra Stato e Regioni, mentre la potestà legislativa in materia sociale è stata affidata esclusivamente alle regioni. Separazione che persiste anche a livello di gestione finanziaria. Tutto questo ha portato alla netta divisione di principi fondamentali e comportamenti nella realizzazione dell’uno e dell’altro ambito assistenziale. Sono invece fermamente convinto che debbano convivere e camminare insieme. Il sociale, infatti, precede l’intervento sanitario agendo sulla prevenzione, ma anche gli succede, offrendo assistenza a quei pazienti che, conclusa la fase acuta della malattia, hanno bisogno di sostegno e riabilitazione per rientrare nella società civile.
Credo che non capire questo sia stato un grave errore del Legislatore. Che ha portato, peraltro, al raddoppiamento della spesa pubblica assistenziale, come conseguenza del peggioramento della salute dei cittadini e della duplicazione dei servizi.

Nel suo libro affronta anche lo scenario in regime di federalismo fiscale. È migliore o peggiore di quello attuale?
Il federalismo, così come è, ha la tendenza a dividere i due sistemi. Senza un intervento legislativo non potrà che accentuare le disuguaglianze. D’altra parte, con il federalismo fiscale i Comuni (ai quali è affidata l’assistenza sociale) sono finanziati attraverso il criterio del fabbisogno standard, mentre i servizi sociali, la sanità, così come la scuola e i servizi di trasporto pubblico, sono finanziati con i costi standard. Le difficoltà gestionali che ne conseguono sono evidenti, perché al costo di una prestazione non corrisponde la stessa disponibilità in tasca ai Comuni.

Cosa fare, allora?
Il federalismo ha bisogno che le prestazioni di assistenza sociale vengano inserite a pieno titolo nei Lea, cioè nei Livelli essenziali di assistenza.

Dei livelli essenziali di prestazioni sociali sono già stati pensati, e sono i Liveas…
Ma i Liveas erano (dico erano perché sembrano essere stati messi da parte) una cosa separata dai Livelli essenziali di assistenza sanitaria ed è lì il punto. Io credo che le prestazioni sociali debbano essere considerate a tutti gli effetti dei Lea e, in quanto tali, finanziate con i costi standard e garantite in ogni Comune di Italia, magari attraverso gestioni di area vasta.

Quale poteva essere la ratio del Legislatore quando ha deciso di separare questi ambiti?
Secondo me si è trattato di un errore di ipotesi. Si pensava di facilitare la gestione dei servizi e di razionalizzare la spesa locale, ma si è prodotto tutto il contrario. È peggiorata la salute degli italiani, è esplosa la spesa pubblica.
Sono passati 12 anni dal 2001 e 3 dalla legge 42. E’ tempo di un celere intervento di riforma.

Secondo lei ci sono le condizioni per riunire il mondo sanitario e quello sociale?
Si può e si deve fare. Bisogna anzitutto riportare l’assistenza sociale nella potestà legislativa concorrente, affidando allo Stato i principi fondamentali e alle Regioni le norme di dettaglio. Ma occorre soprattutto individuare una nuova tipologia di norma di ambito salutare, che significa legiferare sanità e sociale insieme, affinché non si separino mai più.
Poi bisognerà intervenire a livello amministrativo, ma la riforma legislativa è il primo tassello di questo cambiamento.

Il suo libro intende tracciare la strada di questo cambiamento?
Il mio libro è rivolto principalmente a tre categorie. Ai legislatori, anzitutto, per sensibilizzarli sulla necessità di una riforma costituzionale in questa direzione. Intende poi creare una nuova classe dirigente. È poi rivolto agli studenti, perché è la cultura di base che deve cambiare e non possiamo dimenticare che gli studenti di oggi saranno i dirigenti e i legislatori di domani.
L’obiettivo, in sintesi, è quello di creare una coscienza sanitaria-sociale e lanciare una rincorsa seria all’efficienza.

Uno dei problemi di fondo resta la mancanza di risorse, nel sociale ancora più che nella sanità.
Sono convinto che sia possibile risparmiare e rendere più efficienti i servizi. Si potrebbe anche arrivare a una riforma della previdenza non contributiva, in cui l’accompagnamento per esempio non consista in un versamento in denaro, ma in una prestazione concreta da erogare pubblicamente. In questo modo il soggetto debole sarà realmente il destinatario del benefit, cosa che oggi non sempre accade. Troppi nipoti oggi vivono con la pensione del nonno.

Dove altro si potrebbe intervenire per risparmiare?
I risparmi sono nel sistema integrato. Due cose fatte insieme costano meno di due cose fatte separatamente. Questo, in ambito sanitario e sociale, vale sia per la condivisione di spazi, personale e servizi, che per i benefici sulla salute derivanti da un efficiente sistema di prevenzione.
Un altro ambito di risparmio consisterebbe, secondo me, nell’Agenzificazione della salute, termine orrendo ma che fa da contro alla famosa e chiaramente fallita Aziendalizzazione. L’Aziendalizzazione in sanità va definitivamente dichiarata morta, perché invece di garantire un prodotto di qualità e utili “all’imprenditore” (il SSN), ha accumulato debiti e offerto un’assistenza penosa. Al suo posto propongo un’Agenzia nazionale, con 21 agenzie regionali dirette da dirigenti selezionati per concorso. Meno costi, più garanzie, più accertamenti delle responsabilità, ma soprattutto espulsione della politica dalla gestione delle scelte.

Nessuna Spending Review in stile Monti?
La Spending Reviewservirebbe se fosse attuata e realizzata unitamente ad una riforma strutturale del sistema. Monti ha fatto poco o nulla in tal senso: l’ha solo concepita. Dunque non c’è  Spending Review senza una riforma strutturale. L’integrazione tra sanità e sociale è la riforma strutturale.

Come si inseriscono i professionisti della sanità territoriale, penso in particolare ai medici di medicina generale e alle farmacie, in questo nuovo mondo sanitario-sociale?
Il loro è un ruolo fondamentale. La risposta alla prima istanza e la continuità assistenziale dipendono dal loro lavorare in rete. Rete di cui si parla da anni, ma rimasta per lo più uno slogan. Credo che la sua realizzazione dipenda in primis dalla volontà dei professionisti stessi, che con poco sforzo e a costo zero possono realizzare una collaborazione in grado di fare davvero la differenza in termini di assistenza resa al cittadino.

Quanto alla sanità privata?
Va ripensata, ma è un elemento essenziale del sistema, al quale non dobbiamo rinunciare sia per i servizi che offre che per lo stimolo sfidante che rappresenta per la sanità pubblica. Però il sistema di accreditamento va revisionato, garantendo la serietà delle strutture accreditate e cancellando dalla carta geografica italiana quelle che non sono all’altezza di garantire alti livelli di assistenza ed efficienza.

Che ruolo avranno invece i cittadini in questo nuovo sistema?
Ai cittadini spetta senz’altro il compito di comportamenti responsabili per la loro salute e di uso appropriato delle prestazioni offerte, ma compito dei cittadini sarà anche quello di utilizzare il voto per premiare gli amministratori che sapranno realmente garantire il diritto alla salute e punire severamente gli incapaci.
 
Lucia Conti

10 settembre 2013
© Riproduzione riservata


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