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La (mezza) rivincita del Fertility Day

di Fabrizio Gianfrate

Il record di denatalità appena attestato dall’ISTAT è sì rivincita del Fertility Day, ma solo a metà. Serve invece più welfare. Oltre al ritorno ad una diversa redistribuzione diretta e indiretta tra salari e profitto, urgono servizi pubblici per dare (anche) alle coppie respiro economico ma anche e soprattutto solido senso di appartenenza ovvero fiducia, il migliore dei “fertilizzanti”.

24 OTT - Il Fertility Day, spernacchiato per la goffa campagna pavoliniana, si è preso la sua rivincita coi dati presentati venerdì dall’ISTAT: 14.000 nati in meno nel primo semestre dell’anno, -6%, il triplo di un anno fa, 1,35 figli per donna, record mondiale d’infertilità.
 
Di converso, la mortalità è invece, nel 2015, salita del 9% (una strage, dicono per l’influenza, il freddo e il caldo…): la speranza di vita non calava dal 1945. Denatalità giù e mortalità su: un combinato disposto da allarme rosso. Che giustifica i presupposti di cento Fertility Day.
 
Se nascere di meno e morire di più sono quindi ottime ragioni per procreare, a sconsigliarlo è invece quello che succede nell’intermezzo. C’illuminano i più recenti dati sul Belpaese:
 
Ne basta e avanza per tifare il “villain” di “Inferno” di Dan Brown (no spoiler). Sei nei panni (pannolini) di un italico neonato: al primo vagito devi 38.000 euro allo Stato (2,2 trilioni di debito pubblico), ti aspetta una vita da precario sottopagato (se papà non è iscritto alla loggia giusta), o ciondolerai con la mancetta di nonno fino alla canizie, se donna allo spirare dell’età fertile (la clessidra).
 
Se non analfabeta funzionale come la metà dei tuoi connazionali, ma tra i pochi laureati (altro record negativo EU), puoi aspirare a un call-center albanese (loro assumono, i nostri chiudono) Unica gioia (!): essere una delle decine di migliaia di follower social di Corona o Vacchi…
Lo capisci da te che è per il tuo interesse se i tuoi genitori esitano a generarti. Pure perché loro stessi sono a voucher e tenerti in grembo per i prossimi 35 e più anni è un tantino scoraggiante.
 
Allora, è giusto il presupposto del Fertility Day, sbagliate le soluzioni comunicate: altro che clessidre ansiogene o “buone abitudini” da surfisti suprematisti bianchi e “negri” e “rasta” poco puliti e promiscui con scambio di psicotropi e liquidi organici, infertili “compagni da abbandonare” (i comunisti, si sa, i bambini non li fanno, li mangiano).
 
Insomma il record di denatalità appena attestato dall’ISTAT è sì rivincita del Fertility Day, ma solo a metà: sì alla sua spinta all’educazione sanitaria e alla prevenzione (siamo il fanalino EU pure lì), ma tutto fuori tema quel posizionamento e il suo messaggio (manca lo “Stop-Onanism Day”, sponsor la Società di Oftalmologia?).
 
Serve invece più welfare. Churchill lo volle per la sua nazione prostrata dalla guerra, si è diluito poi omeopaticamente da Reagan e la Thatcher fino a Blair, Schroeder e ai nostri epigoni da liberismo a dispense. La lista di dati ISTAT, Eurostat e INPS di cui sopra non è forse da Paese post bellico?
 
Oltre al ritorno ad una diversa redistribuzione diretta e indiretta tra salari e profitto, urgono servizi pubblici per dare (anche) alle coppie respiro economico ma anche e soprattutto solido senso di appartenenza ovvero fiducia, il migliore dei “fertilizzanti”. Per recuperare quel civismo in gran parte perso nel loop insano di paure e individualismi alla base del nostro accresciuto egoismo decadente.
 
In tal senso la sanità, può avere un ruolo centrale integrandosi col sociale, per trasformare esponenzialmente la loro sommatoria nel loro prodotto. Integrazione sociosanitaria istituzionale, gestionale, professionale. Un Sacro Graal che, come l’originale, tutti vogliono ma in fondo solo in pochi cercano davvero convinti.
 
La sanità mano nella mano col sociale anche per non far vincere il messaggio che per procreare bisogna essere come i suddetti giovani ben pettinati del volantino del Fertility Day del “vivere così col sole in fronte” in spiagge Vip (a Capracotta tra coatti, fagottari e laziali notoriamente non si fertilizza).
 
Buffo, però: i figli non li fanno proprio più proprio quelli come quei testimonial patinati dal sorriso smaltato che c’impartiscono lezioni di vita. A farli sono invece proprio gli altri, quelli scuri da “abbandonare”. Magari quando sono sui barconi, in quel mediterraneo diventato il più grosso cimitero abusivo del mondo ("is a dead niggers storage here?!?" dice J. Dimmick-Q. Tarantino nel suo cinico ma didascalico monologo cult di Pulp Fiction).
 
Riproducendosi con una loro dinamica che la dice assai lunga sul tema: solo cinque anni fa l’indice di fertilità degli immigrati in Italia era di 2,5 figli per donna, quasi il doppio di noi autoctoni (1,35). Ora sono già scesi a 1,9. Pure loro, vedendo l’aria che tira dalle nostre parti, stanno ripensandoci.
 
Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria 


24 ottobre 2016
© Riproduzione riservata


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