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Professioni sanitarie. Proia: "L’implementazione delle competenze è una priorità del Ssn"

Le due intese raggiunte su infermieri e tecnici sanitari di radiologia medica costituiscono un evento positivo, se non storico, che può costituire  il presupposto sul quale realizzare un nuovo rapporto tra medici, infermieri e le altre professioni sanitarie. Il 14 febbraio se ne parla a Roma in un convegno con tutte le professioni sanitarie

11 FEB - I Responsabili salute dei partiti ed il Ministro alla Salute, prof. Renato Balduzzi, incontrano le Professioni Sanitarie per un confronto sull’agenda sanità della prossima legislatura all’interno della Camera dei Deputati,  il prossimo 14 febbraio dalle ore 9.30, nella Sala della Colonne di Palazzo Marini di Montecitorio in Via Poli n.18; l’evento è promosso dalla Confederazione Nazionale dei Tecnici Sanitari di Laboratorio Biomedico ed ha già registrato la partecipazione di rappresentanti delle altre professioni sanitarie, della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici ed Odontoiatri e del maggiore sindacato della dirigenza sanitaria, lo SNABI-SDS, e di altre organizzazioni.
 
Ma quali sono le questioni maggiori che, a mio giudizio, sono al centro delle attenzioni e delle attese di professionisti della salute e con essi delle lavoratrici e dei lavoratori del Servizio Sanitario Nazionale e per le quali si attendono risposte dalla Politica?
 
 
La nuova organizzazione del lavoro in sanità: un patto tra pari per attuarla.
E’ cresciuta, anche se non in maniera omogenea, all’interno delle forze politiche la consapevolezza che la sanità sia un comparto complesso e complicato, costituto nella stragrande maggioranza da oltre trenta tipologie di laureati professionisti (dal medico all’infermiere), con un proprio specifico ed autonomo ambito professionale, quindi una sanità plurale nella quale non vi è una centralità esclusiva di una professione ed un ruolo ancillare di un’altra, bensì l’interdipendenza funzionale di una dall’altra e viceversa.

 
Per questo va dato atto al Ministero della Salute ed alle Regioni di essersi fatto carico del problema, di averlo esaminato attivando il confronto e la partecipazione delle rappresentanze professionali, scientifiche e sindacali delle professioni sanitarie interessate, compresa quella medica, dando vita al “Tavolo tecnico per l’implementazione delle competenze delle professioni sanitarie e per l’introduzione delle specializzazioni”: questo Tavolo tecnico ha prodotto, sinora, due proposte di intese fra loro complementari ed innovative che si fondano sul principio che l’evoluzione scientifica, tecnologica, formativa ed ordinamentale in atto all’interno del SSN  fa sì che le attuali competenze delle professioni sanitarie infermieristiche, ostetrica, tecniche, della riabilitazione e della prevenzione possano essere arricchite di competenze, anche di quelle che oggi vengono svolte dalle altre professioni sanitarie, in primis quelle mediche, senza che venga meno per quest’ultime la loro titolarità.
 
E’ una posizione ormai condivisa dai più che se attuata avvia la modifica dell’organizzazione del lavoro sanitario, in molte realtà ferma a modelli della legge Mariotti addirittura antecedenti alla legge 833/78, dando giustizia ed onore alle sperimentazioni in tal senso avviate positivamente da alcune Regioni.
 
E’ evidente che motore principe di quest’innovazione è l’evoluzione dell’ospedale non più come strumento primo e principale per la tutela della salute ma che avvii e concluda la sua trasformazione interna nel modello per intensità di cure, come indicato nelle scelte ministeriali per gli standards ospedalieri,  di alcune Regioni e nel programma elettorale di alcuni partiti.
 
E’ una scelta contenuta anche nelle proposte di Accordo Stato - Regioni per l’implementazione delle competenze delle professioni sanitarie: nel merito questi due accordi va precisato innanzitutto che speriamo che il primo quello delle professioni infermieristiche possa essere approvato nell’ultima Conferenza Stato Regioni utile di questa legislatura ed il secondo, quello della professione di tecnico sanitario di radiologia medica nella prima utile: sarebbe una bella fine di questa legislatura ed un ottimo inizio della nuova per poter avviare la riforma in modalità  consensuale, condivisa e concertata, dell’organizzazione del lavoro in sanità  per mantenere, consolidare ed estendere il nostro SSN equo, solidale ed universale.
 
Infatti le due intese raggiunte per le professioni infermieristiche e per quella di tecnico sanitario di radiologia medica, fra l’altro complementari e non antitetiche, costituiscono certamente un evento positivo, se non storico, che può costituire  il presupposto sul quale realizzare un nuovo  rapporto, più avanzato ed adeguato all’evoluzione scientifica, tecnologica, formativa ed ordinamentale in corso in sanità, tra medici  e gli infermieri e le altre professioni sanitarie e che quando saranno realizzate in ogni azienda sanitaria locale o ospedaliera  porranno di nuovo come centrale per uscire dall’attuale crisi del SSN il fattore e la risorsa umana e professionale come il protagonista centrale ed indispensabile.
Se è vero come è vero che la nostra Costituzione afferma che siamo una Repubblica fondata sul lavoro a maggior ragione l’attuazione dell’articolo 32 della medesima legge fondante le nostre Istituzioni al fine dir realizzare il diritto alla salute, si basa essenzialmente sul sapere e l’agire delle lavoratrici e dei lavoratori che in sanità operano e dei quali medici, infermieri e le altre professioni sanitarie costituiscono la stragrande maggioranza degli operatori.
L’intesa realizzata sulle professioni infermieristiche può costituire il metodo, generalizzabile salvaguardando con i necessari adattamenti le specificità di ogni professione sanitaria,  con il quale possono essere individuate le nuove competenze  di norma delle professione medica  attribuibili nello specifico anche alle professioni infermieristiche; metodo che ha come conditio sine qua non che le due professioni interessate, per il tramite delle loro rappresentanze professionali, scientifiche  e sindacali,  realizzino l’intesa per individuare, concordandole, quali funzioni possano  implementare le competenze e con quali protocolli e percorsi formativi, ovviamente rispondenti alle scelte di programmazione sanitaria e sociosanitaria.
 
Una scelta così radicale tale da  operare un’inversione di tendenza  con preesistenti logiche di competenze non può che attuarsi per il tramite del convincimento, della condivisone e della concertazione tra le due professioni interessate;  è affidato  alla politica ed all’amministrazione il compito non solo di dare gli indirizzi e le scelte programmatiche ma l’adozione degli atti conseguenti per la concretizzazione ed attuazione dell’intesa tra  le professioni.
L’intesa realizzata sulla professione di tecnico sanitario di radiologia medica, invece, costituisce il metodo, sempre con le tre C, con cui dar vita al professionista specialista che l’articolo 6 della legge 43/06 ha individuato quale necessaria evoluzione ordinamentale che non sia solo gestionale ma che esalti l’aumento di competenze cioè l’alta professionalità.
Le aree di specializzazione individuate per ogni professione possono,  con il concorso attivo dei soggetti interessati (rappresentanze professionali, scientifiche e sindacali, Regioni, Ministero della Salute e Ministero dell’Università), essere riempite sia di contenuti professionali  per l’individuazione delle nuove competenze avanzate e specialistiche da attribuire e di quali master, indicando ordinamenti didattici omogenei a livello nazionale, sono necessari per  accedere alla nuova posizione di professionista specialista prevedendo il riconoscimento dei crediti formativi per i corsi regionali ed aziendali già svolti e per l’esperienza realizzata nel settore.
 
L’intesa sulle professioni infermieristiche prefigura la costituzione di un Osservatorio Nazionale presso il Ministero della Salute che avrà il compito di promuovere le buone pratiche al fine di promuovere in forma omogenea sul territorio nazionale  l’innovazione sulla nuova organizzazione del lavoro che, recita l’accordo, avrà come prioritaria l’adesione di modelli organizzativi, sia ospedalieri che territoriali, ad iniziare dall’organizzazione dei presidi ospedalieri per intensità di cure e dai modelli per complessità assistenziale: potrebbe evolversi in quella Consulta  delle Professioni mediche, sanitarie e sociali, presente in alcune Regioni, istituita con decreto dal Ministro Turco nel secondo Governo Prodi e non più attuata nel successivo, che può divenire l’ambito istituzionale nel quale il SSN si avvale del protagonismo positivo e del sapere delle professioni, tutte nessuna esclusa.
Le professioni sanitarie si attendono,  ora che i presupposti sono stati posti nella forma e nella sostanza in modalità condivise, che i due primi accordi possano essere velocemente avviati all’approvazione della Conferenza Stato – Regioni per poter esplicare al più presto e al massimo le loro potenzialità innovative e contemporaneamente  possano attivarsi gli altri gruppi di lavoro, sempre del tavolo tecnico Ministero Salute – Regioni, per l’elaborazione delle proposte di implementazione delle competenze ed attivazione delle specializzazioni delle altre professioni sanitarie ad iniziare dal cronoprogramma già concordato (ostetriche, tecnici sanitari di laboratorio biomedico fisioterapisti, audiometrista ed audioprotesista etc).
E’ evidente che tutto ciò ha come conseguenza una rivisitazione, non in peius,  anzi, del ruolo e della professione medica, la cui presenza attiva nel SSN sarà per effetto della curva pensionistica, contratta di migliaia di professionisti; in siffatta riorganizzazione il medico potrà meglio organizzare il  suo tempo di lavoro impegnalo maggiormente sulla clinica, quindi nell’essenza propria della sua professione; non a caso è stato avviato all’interno del sindacalismo medico un vivace dibattito per ripensare l’impianto contrattuale e la stessa carriera all’interno del SSN.
 
Più sicurezza per i cittadini e più sicurezza per gli operatori
Su proposta del Ministro alla Salute, prof. Renato Balduzzi, la Conferenza Stato – Regioni ha approvato un importante provvedimento con il quale si ribadisce e si conferma che le attività di diagnosi, cura, assistenza, riabilitazione e prevenzioni in campo sanitario sono attività di competenza e riservate alle professioni sanitarie.
Questo provvedimento si è reso necessario a seguito dell’entrata in vigore della legge 22 del 26 gennaio 2013 con la quale si dettano norme per il riconoscimento delle professioni non organizzate; la norma stessa esclude dal campi di sua competenza le attività riservate per legge alle professioni sanitarie.
La complessità del campo di intervento delle 28 professioni laureate vigilate  dal Salute ( dal medico al tecnico della prevenzione), peraltro oggetto e soggetto di una continua evoluzione scientifica, tecnologica, formativa ed ordinamentale, rende necessario un approfondimento tecnico e giuridico delle attività proprie delle professioni sanitarie attraverso una preliminare ricognizione delle funzioni di diagnosi, cura, assistenza, riabilitazione e prevenzione riservate alle professioni sanitarie che con tale Accordo Stato-Regioni viene affidato alla competenza del Consiglio Superiore di Sanità.
Sarà, successivamente, un successivo Accordo Stato- Regioni ha declinare le singole attività riservate alle professioni sanitarie nelle singole fasi della diagnosi, cura, assistenza, riabilitazione e prevenzione.
Con questi provvedimenti  si è voluto dare la corretta informazione ai cittadini in materia di competenza professionale in sanità e allo stesso tempo dare sicurezza e tranquillità ai professionisti della salute nella certezza che non vi possa essere invasione di campo di altri operatori che non abbiano il medesimo accreditamento formativo e professionale richiesto dall’attuale normativa, peraltro ribadita da norme dell’Unione Europea, alle professioni sanitarie.
 
L’attuazione della legge 251/00: una necessità prioritaria per il sistema
Una così profonda riorganizzazione del lavoro in sanità presuppone come strategica ed indispensabile l’attuazione piena se non estensiva della potenzialità contenuta nella legge 251/00,  ad iniziare dalla forte affermazione concreta che le aree di competenza delle professioni sanitarie infermieristiche, di ostetrica, tecniche, della riabilitazione e della prevenzione nonché delle funzioni ad esse connesse, sono affidate alla diretta gestione delle professioni stesse anche attraverso l’istituzione di specifici servizi configurati quali unità organizzative autonome dirigenziali sotto la responsabilità di dirigenti espressione diretta di tale professioni, così come previsto anche dal vigente contratto nazionale della dirigenza sanitaria.
Quindi la valorizzazione del protagonismo di queste professioni non in contrapposizione con le altre professioni, ad iniziare da quella medica, ma in stretta integrazione funzionale nel rispetto reciproco delle diverse competenze e dei diversi ambiti operativi tra loro interdipendenti: un altro tassello del patto tra pari per il rilancio del SSN.
Questa giusta scelta del legislatore che ha adeguato la nostra organizzazione sanitaria ai modelli più avanzati degli altri Stati dell’Unione Europea, ha, a tredici anni dalla sua approvazione, una realizzazione difforme sul territorio regionale, perlopiù diffusa nell’area infermieristica - ostetrica; addirittura in alcune Regioni, ad esempio il Lazio, che nel 2006 registrò l’attuazione più estesa, anche grazie ad un accordo con tutti i sindacati della dirigenza medica e sanitaria, è stata successivamente smantellata non indicendo mai i concorsi pubblici per i dirigenti e non rinnovando in molti casi gli incarichi dirigenziali a termine.
Questo è avvenuto per la palese incapacità nel comprendere che invece la responsabilizzazione nella diretta gestione da parte delle professioni sanitarie sarebbe stato uno degli elementi principali per la gestione del piano di rientro; intuizione che, invece, ha avuto la nuova direzione del Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma che ha invertito la tendenza assumendo recentemente  un dirigente infermiere a tempo indeterminato e prevedendo altre dodici assunzioni di dirigenti delle professioni sia infermieristiche che delle altre aree, proprio nella fase di ristrutturazione dello stesso Ospedale.
Se è vero che ciò è strategico e fondamentale per la difesa ed il rilancio del SSN, l’attuazione completa della legge 251/00 dovrebbe rientrare nelle priorità dell’agenda sanità di ogni formazione politica che si ponga al governo delle regioni e dello stato e lo stato dovrebbe riappropriarsi del potere che la stessa 251 dava ad esso e cioè l’emanazione di linee guida nazionali, d’intesa con la Conferenza stato regioni,  che dettino norme per l’attuazione dei servizi autonomi delle professioni sanitarie e di assistente sociale.
Il secondo Governo Prodi, con la felice scelta del Comitato nazionale delle scienze infermieristiche e delle scienze ostetriche, aveva con il consenso e la partecipazione delle regioni, delle professioni e dei sindacati, elaborato una proposta di linee guida nazionali sia per la realizzazione dei servizi delle professioni sanitarie che per la stipula dei protocolli tra Regioni ed Università per la formazione delle professioni stesse; purtroppo il successivo Esecutivo non dette seguito a tale proposta.
Sarebbe, invece, quanto mai opportuno che il Ministero della Salute si riappropri della funzione di indirizzo e programmazione nell’attuazione della legge 251/00 che la stessa legge solennemente gli conferisce, ripartendo, è augurabile, dall’elaborazioni prodotte dal Comitato nazionale delle scienze infermieristiche e delle scienze ostetriche, con i necessari adattamenti.
           
Rilanciare il ruolo dello Stato nelle professioni sanitarie
Collegato alla funzione dello Stato nell’attuazione della legge 251/00, l’esperienza insegna che si dovrebbe rivedere le procedure previste dalla legge 43/06  in materia di individuazione ed attuazione di nuovi profili professionali sia quelli ascrivibili alle professioni sanitarie che quelli di interesse sanitario e sociosanitario: vi sono profili proposti dal Ministero della Salute, come l’ottico optometrista e l’odontotecnico, sin da quando era Ministro il prof. Veronesi e puntualmente riproposti dai suoi successori, che non possono vedere la luce per la contrarietà di una o due Regioni o Provincia autonoma.
Altrettanto negativa è l’esperienza attuale dei profili d’interesse sanitario, quali l’assistente di studio odontoiatrico e l’autista soccorritore, proposti dal Ministero della Salute con la condivisione convinta  di tutte le rappresentanze professionali e sindacali dell’area odontoiatrica come di quella dell’emergenza, che da anni sono all’esame delle Regioni.
E’ evidente che una modalità siffatta non regge più e va studiata e proposta una nuova che, come sancisce la Corte Costituzionale, dia il giusto peso allo Stato e nel caso specifico al Ministero della Salute nell’individuare e proporre nuovi profili in sanità ( o rivedendo gli attuali ) ricercando obbligatoriamente il consenso delle Regioni a larga maggioranza, ma non obbligatoriamente all’unanimità, attraverso un processo amministrativo e politico che abbia tempi certi, se, come è vero, che siano rispondenti alla riforma ed all’evoluzione dell’organizzazione del lavoro in sanità.
                
La questione ordinistica: l’eterna incompiuta non più rinviabile
La questione ordinistica nell’attuazione delle riforma delle professioni sanitarie rimane, colpevolmente, l’eterna incompiuta nonostante i grandi progressi formativi ed ordinamentali conquistati e realizzati.
Il Ministero della Salute aveva proposto in sede di approvazione dell’allora A.S. 2935 una proposta di  emendamento cha, a mio giudizio, da lì si debba ripartire per le seguenti considerazioni positive:
È un atto complessivo che riguarda tutte le 26 professioni sanitarie previste dal Testo Unico, dal medico al tecnico della prevenzione, nonché le new entry, psicologi e biologi: per la prima volta si archivia la legislazione speciale per gli infermieri e le altre professioni e si normano unitariamente con medici, farmacisti, veterinari ed odontoiatri;
Si elevano, finalmente e tardivamente, i collegi in ordini, nell’immaginario collettivo il collegio è per i diplomati, l’ordine è per i laureati;
Non si creano altri ordini, bensì si istituiscono gli albi per le 17 professioni attualmente sprovviste di tutela ordinistica, che saranno tenuti dal nuovo Ordine dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (comprendendo anche l’albo degli assistenti sanitari.
Al posto di tanti ordini, più o meno piccoli, si creerebbe un nuovo soggetto professionale plurale, con le garanzie interne per ogni professione, in grado non solo di semplificare il quadro ordinistico ma di arricchirlo con un nuovo soggetto che possa realmente essere autorevole e rappresentativo.
Queste, in estrema sintesi, sono alcune delle questioni per le quali dalle  professioni sanitarie  sono attese risposte dalla politica e ci auguriamo che vengano.
 
 
Saverio Proia

11 febbraio 2013
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