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Ebola. Lorenzin in audizione alla Camera: “Non è più solo questione sanitaria ma soprattutto umanitaria. Necessari più fondi per i controlli”

Secondo i dati dell’Oms il picco del contagio del virus, prima che inizi ad arrestarsi, arriverà a 20 mila casi entro la fine dell’anno, per ora siamo a più di 7mila. Per questo, secondo Lorenzin, è importante che entri “nella consapevolezza delle istituzioni che il tema della salute riguarda anche la sicurezza globale”. La ministra ha riferito anche di aver chiesto che nella Legge di Stabilità ci siano più fondi da destinare ai controlli per la sicurezza.  

07 OTT - Fino ad oggi sono stati riportati dall’Oms 7470 casi probabili, confermati o sospetti di contagio da virus Ebola. E sempre l’Oms, si aspetta che il picco arrivi a 20mila casi entro la fine dell’anno. Per questo ha spiegato la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, nel corso di un’audizione davanti le Commissioni riunite Affari esteri e Affari sociali della Camera “la salute non è soltanto un tema che ha a che fare con la cura ma riguarda la sicurezza globale. Abbiamo avuto in questi anni Sars, Mers, problematiche derivanti dalla resistenza agli antibiotici, allerta sulla bio-sicurezza e il bioterrorismo”.
Nel corso dell’audizione dove ha riferito in relazione alle iniziative adottate a livello internazionale per contrastare la diffusione del virus Ebola, la ministra ha ricordato: “Oggi c’è un virus come Ebola, in più ci sono i conflitti e le guerre. Siamo in una fase di globalizzazione in cui le persone e le merci viaggiano e portano più facilmente la contaminazione. Abbiamo focolai di poliomielite in Siria, c’è la meningite in Est Europa, una serie di malattie che credevamo scomparse e che hanno delle recrudescenze. È dunque estremamente importante avere una sorveglianza epidemiologica a livello europeo e globale. Italia è tra i dieci paesi che fanno questo. Siamo leader per le vaccinazioni. Ed è evidente che il tema della vaccinazione di massa è importantissimo nel momento in cui ci sono recrudescenze di malattie che pensavamo non esserci più”.

 
Proprio per sostenere le misure di sicurezza Lorenzin ha fatto sapere di aver chiesto che “in legge di stabilità ci sia un aumento dei fondi destinati all’Usmaf e al controllo dei porti e degli aeroporti. Perché la situazione non può essere gestita come ordinaria ma straordinaria. Abbiamo svolto come ministero da aprile ad oggi quest’attività con i fondi che avevamo a disposizione è evidente che però avendo una serie di fronti aperti da un punto di vista della sicurezza che non è solo ebola abbiamo la necessità che ci sia un rafforzamento dei sistemi di controllo nei prossimi mesi”.
 
Questo, ha sottolineato Lorenzin, “non significa creare allarmismi nei confronti dei cittadini, anzi il contrario. Abbiamo però bisogno di procedure di sicurezza e di informazione che divengano ordinarie e che facciano parte della nostra vita. E questo non solo su ebola”.
Oggi “siamo sempre di più allertati su emergenze che sono epidemiologiche che riguardano l’attività dei singoli ministeri della salute dei paesi Ue e non solo ma anche i ministri degli esteri, di attività e sviluppo e i sistemi di difesa nazionale”.
 
Il coordinamento internazionale
“Dal mese di agosto – ha spiegato Lorenzin –, da quando è stato lanciato l’allarme, stiamo lavorando con un’azione di cooperazione e coordinamento tra il ministero della Salute, il ministero Affari Esteri e la Difesa. Questo perché ci troviamo ad affrontare una questione che non riguarda soltanto la sicurezza dei nostri cittadini all’interno del Paese, ma anche un coordinamento di azioni che sono extraterritoriali. Questo tipo di impostazione vige anche a livello internazionale. Sia in Europa che negli Stati Uniti che a livello di Nazioni Unite. Nell’incontro a livello di High Level Commission, che abbiamo avuto prima dell’incontro di Washington circa tre settimane fa, è stato attivato un coordinamento tra le commissioni competenti comprese quelle che trattano di cooperazioni e azioni umanitarie e difesa”.
 
Questione umanitaria
“Ebola per come si sita sviluppando non è più solo questione sanitaria ma soprattutto questione umanitaria con aspetti geopolitici estremamente importanti. In West Africa in questo momento il problema è ebola, ma si sta morendo anche perché non si è curati da altre malattie come la malaria, l’appendicite, una attacco cardiaco, perché si ha paura a toccare i pazienti e non c’è accesso al cibo né all’acqua. Esponenti dell’Oms denunciano che quelle popolazioni mangiano i pipistrelli, che sono agenti contaminanti, perché non c’è più cibo. Quindi la situazione è estremamene grave motivo per il quale è necessario un intervento coordinato ed estremamente rapido nei paesi interessati per impedire che l’epidemia possa viaggiare”.
 
 
20 mila casi entro la fine dell’anno.
È questa, ha detto la ministra della Salute, la previsione fatta sia dall’Onu che dall’Oms “l’epidemia arriverà ad un picco di 20mila casi entro la fine dell’anno”. Ma come si è passati dai pochi casi che avevamo il 21 marzo scorso a questi? “Quello che è emerso nell’incontro di Washington sulla sicurezza globale è il fatto che c’è un problema strutturale nei paesi nel West Africa. Anche l’azione epidemiologica dell’Oms non è riuscita a frenare il diffondersi dell’epidemia per motivi strutturali, la mancanza di medici, siamo di fronte ad una situazione per cui c’è un medico ogni 100mila abitanti. Con tutto ciò che significa. Altra questione è che in certi villaggi, divisi tra fazioni, si crede che il virus sia diffuso dallo Stato e quindi ci sono stati linciaggi di operatori sanitari che andavano a spruzzare disinfettanti. Questo è uno dei motivi per cui ad esempio l’azione europea e in particolare italiana è estremamente importate. Noi abbiamo Ong che si trovano nei territori da 20/30 anni quindi sono accettate dalla popolazione”.
 
La situazione attuale
“C’è un problema di carattere umanitario ma che è anche politico perché parliamo di un’area che è fortemente destabilizzata con guerre civili e poi c’è un problema di sicurezza dell’area globale e quindi di sicurezza dei paesi europei. L’epidemia – ha ricordato Lorenzin – ha preso il vie nella “Regione delle Foreste” ai confini degli stati della Sierra Leone e della Liberia e ha coinvolto successivamente la capitale della Guinea, Conakry. Il primo caso in Liberia è stato notificato il 30 marzo e in Sierra Leone il 25 maggio. Dal dicembre del 2013, quando l’epidemia avrebbe avuto inizio, fino ad oggi sono stati riportati dall’Oms 7470 casi probabili, confermati o sospetti, inclusi 3431 decessi con un tasso di mortalità del 46% in Guinea, Liberia e Sierra Leone. In Nigeria dove il virus è stato introdotto a luglio dalla Liberia sono stati registrati 20 casi e 8 decessi. In Senegal un solo caso di importazione dalla Guinea. Sia in Nigeria che in Senegal è stato completata l’osservazione di 21 giorni senza evidenza di nuovi casi di malattia. I focolai in Congo con settanta casi di cui l’ultimo isolato il 25 settembre e 43 decessi è del tutto indipendente da quelli dei paesi dell’Africa Occidentale. Anche in Congo sono stati messi in atto misure di sorveglianza nei confronti dei soggetti che sono venuti in contatto con casi di malattia che hanno superato il periodo di osservazione di 21 giorni senza sviluppare sintomi sospetti. Difficile ad oggi dire quando potrà registrarsi una decelerazione dell’epidemia fino al suo arresto”.
 
Applicazione delle indicazioni epidemiologiche
Gli Stati Uniti ha riferito Lorenzin “sono intervenuti con 3mila persone dell’esercito che si stanno organizzando con ospedali da campo. Ma le difficoltà sono tante. A partire dalla corretta applicazione delle indicazioni epidemiologiche date dall’Oms. Ci troviamo in una situazione per cui la richiesta che è arrivata dalla riunione di Washington, su cui si sta lavorando da un anno, per una nuova prospettiva di sicurezza globale per i temi sanitari è quella di un intervento che divenga strutturale in questi paesi. Ma non è facile”.
Per quanto riguarda i rischi d’infezione nelle zone colpite per i turisti, “è da considerarsi molto basso se si seguono le precauzioni igieniche del tutto elementari. Evitare il contatto con i malati e i loro fluidi corporei, con i corpi e i fluidi dei pazienti deceduti. Evitare contatti stretti con animali selvatici vivi o morti evitare di consumare carni di animali selvatici, lavare e sbucciare la frutta e la verdura prima del consumo, lavarsi con frequenza le mani. Il rischio è invece più elevato per gli operatoti sanitari personale delle organizzazioni umanitarie che forniscono assistenza e cure mediche nelle zone colpite. A loro è consigliato di indossare indumenti protettivi, comprese maschere guanti e camici e presidi per gli occhi e di mettere in atto misure di prevenzione e controllo delle infezioni. I dati e i racconti che abbiamo avuto dagli operatori è che per un lungo periodo sono mancate anche queste elementari misure di protezione”.
 
Casi di contagio in occidente
È evidente che il contagio non riguarda solo le regioni del West Africa ma anche il mondo occidentale. Per quanto riguarda i casi fuori dall’Ue “gli Stati Uniti hanno registrato un caso di importazione, un cittadino liberiano che ha sviluppato sintomi compatibili con la malattia da virs ebola il 24 settembre, circa quattro giorni dopo essere giunto negli Usa. Il soggetto si è rivolto ad un pronto soccorso a Dallas ed è stato messo in isolamento”. Per quanto riguarda l’Europa “c’è un’infermiera che ha fatto registrare un caso di contagio e adesso si sta cercando di capire come sia avvenuto. C’è stato un decesso in Spagna, un contagio nel Regno Unito con condizioni stabili, due in Germania, un senegalese e un ugandese operanti rispettivamente per Oms ed Emergency con condizioni cliniche stabili, in Svizzera un operatore sanitario australiano della Federazione internazionale della Croce rossa considerato come persona da sottoporre ad indagine ma non è considerato un sospetto probabile. Il coordinamento delle misure sanitarie a livello Ue è sotto l’egida dell’Health Security Committee dell’Unione europea che oltre ad avvalersi della competenza tecnica del centro europea del controllo delle malattie, si basa sulle raccomandazioni fornite dall’Oms che al momento non consiglia restrizioni di viaggi o controlli all’ingresso”.
 
La situazione in Italia
“In Italia – ha riferito Lorenzin – le segnalazioni di casi sospetti pervenute fino ad oggi sono state oggetto di indagine epidemiologica. Abbiamo avuto molte segnalazioni ma si sono rivelati dei falsi allarmi. Ma va bene così, vuol dire che c’è un sistema di alert molto attento. Il ministero della Salute al pari di altre organizzazioni mondiali segue l’evolversi della situazione in Africa Occidentale e ha adottato misure in linea con quanto suggerito dall’Oms. Il ministro, dal mese di aprile, ha disposto direttive dettagliate per il rafforzamento delle misure di sorveglianza all’ingresso internazionali di porti ed aeroporti.
Sono state date indicazioni perché il rilascio della libera pratica sanitaria alle navi, che nei 21 giorni precedenti abbiamo toccato dei porti dei paesi colpiti, avvenga solo dopo verifica da parte dell’Usmaf della situazione sanitaria a bordo. Per quanto concerne gli aerei è stata richiamata la necessità dell’immediata segnalazione di casi sospetti a bordo per consentire il dirottamento degli aerei su aeroporti sanitari designati. Malpensa e Fiumicino sono aeroporti sanitari e l’Usmaf ha emanato direttive disciplinari sanitarie in caso di segnalazioni di casi sospetti di malattie infettive”.
Operazione Mare nostrum
“La partecipazione del ministero della Salute con i medici a bordo delle navi della marina militare è volta a consentire, quando ancora i migranti sono a bordo, i controlli sanitari per accertare la presenza e i sintomi di sospetti di malattie infettive. In caso di mancanza del medico a bordo i controlli vengono effettuati a terra prima dello smistamento dei migranti verso i centri di accoglienza. La durata del viaggio è tale da rendere estremamente improbabile l’arrivo di casi di persone con il virus ebola la cui incubazione è di circa 7/10 giorni”. In più ha aggiunto la ministra della Salute “pochi paesi dell’Unione Europea possono contare su due centri nazionali con laboratori di massima sicurezza come lo Spallanzani di Roma e il Sacco di Milano”.
 
L’evacuazione degli operatori
L’evacuazione dei cooperatori e dei medici che stanno prestando opera qualora si infettassero può rappresentare una criticità. Un’altra criticità, sempre secondo Lorenzin, può essere data dai “viaggiatori europei, anche non infetti, che provengono dai paesi e che circolano liberamente per i nostri territori. Criticità perchè c’è assoluta necessità che gli operatori, quando si muovono, diano informazione del loro movimento anche se stanno bene per avere una tracciabilità degli spostamenti all’interno dell’Ue”.
“In Europa quasi nessun paese ha aerei attrezzati per fare evacuazione ad alto contenimento biologico. Siamo in pochissimi a farlo. Quasi tutti i paesi europei possono gestire i pazienti in alto contenimento biologico ma non l’evacuazione. L’Italia ha gli aerei della difesa che sono attrezzati. Riusciamo a garantire l’intera filiera: dal prelevamento dell’eventuale medico malato, e ci auguriamo di non averne, fino al ricovero allo Spallanzani o al Sacco. Per noi adesso l’allarme più importante è il controllo dei passeggeri che spesso sono europei, operatori medici e non solo. Noi riteniamo importante agire sul campo, creare strutture in grado di accogliere sia i malati africani che europei lì, dove il contagio avviene. Dobbiamo cercare di immaginare delle strutture che rimarranno sul posto per la cura dei pazienti”.
 
Lorenzin poi ha riferito di aver chiesto “come presidente di turno dell’Ue un censimento a livello europeo dei posti letto negli ospedali e dei sistemi di evacuazione per avere un coordinamento delle nostre azioni in Africa. In più in Sierra Leone abbiamo stanziato come Ue cinque milioni per la cooperazione e lo sviluppo e stiamo realizzando 90 posti letti in isolamento con le Ong”.
 
Infine il ministro della Salute ha ricordato che “la trasmissione del virus ebola è molto complessa, non avviene in modo semplice in un paese ad alto livello di igiene prevede un contatto fisico con i malati ad alto livello di infetto quanto la malattia è attiva. La guardia però deve essere tenuta alta e dobbiamo fermare l’epidemia in Africa anche se aspettiamo il picco. Questo ci deve far riflettere su come agire nei confronti del continente Africano perché quello che accade dall’altra parte del confine non ci può lasciare indifferenti”. 

07 ottobre 2014
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