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Il commento. La guerra (sbagliata) al generico

Dopo farmacie e parafarmacie, la protesta contro il decreto sulle liberalizzazioni coinvolge anche medici e Farmindustria che, per motivi diversi, osteggiano fortemente le norme che spingono a prescrivere gli equivalenti al posto dei “vecchi” branded

25 GEN - Passate in secondo piano (per il momento) le proteste "bipolari" di parafarmacie e farmacie contro le liberalizzazioni, si sta facendo avanti un altro fronte di critica alle misure previste dal decreto appena pubblicato in Gazzetta.

Stavolta la rivolta, che vede uniti medici (anche se non tutti) e industria del farmaco, ha come protagonista il farmaco equivalente.
Cosa è successo? E’ successo che nell’ultima versione del decreto il Governo ha voluto dare una netta spinta alle prescrizioni di farmaci equivalenti a discapito di quelli branded con brevetto scaduto, ma ancora presenti sul mercato con i loro nomi di marca risalenti alla molecola originale poi “replicata” dalle aziende produttrici di farmaci generici.

Le motivazioni di medici e aziende di Farmindustria sono ovviamente diverse. Gli uni stigmatizzano una sorta di “prescrizione di Stato”, che porterebbe il medico ad un quasi obbligo di prescrizione del generico a meno di prendersi la responsabilità di apporre la dicitura “non sostituibile” sulla ricetta ma solo in presenza (e qui c’è l’assunzione di responsabilità) di “specifiche motivazioni cliniche contrarie”.

Gli altri, le aziende, sottolineano che si innescherà “un’inaccettabile distorsione della concorrenza a danno del prodotto con marchio”.
Onestamente mi lasciano alquanto perplesso ambedue le ragioni della protesta. Prima di dire perché va però fatta una premessa. Il farmaco equivalente esiste da anni in tutto il mondo. Non è un prodotto di serie B e in moltissimi Paesi europei, confrontabili con i nostri standard sanitari, ha una presenza diffusa in percentuali ben maggiori della nostra senza che ciò abbia comportato danni alla salute, né ai fatturati, né alla dignità e autonomia prescrittiva dei medici.

E’ vero che, soprattutto in Italia, permane una sorta di diffidenza strisciante verso i no-branded che però non ha mai avuto un riscontro scientifico né istituzionale. Anche il generico, infatti, prima di essere immesso in commercio deve seguire le procedure di registrazione che ne certificano sicurezza ed efficacia. Procedure ormai acquisite a livello europeo con meccanismi di mutuo riconoscimento che fanno sì che la garanzia su quei prodotti ha il marchio della Commissione Europea.
Vogliamo sostenere che in tutta Europa sono degli incoscienti che, pur di risparmiare, autorizzano farmaci poco sicuri o poco efficaci? Anche solo adombrare una tesi del genere è francamente senza senso e infatti né medici né aziende lo fanno.

E quindi, tornando al perché trovo poco convincenti le ragioni dei protestatari, penso che i medici italiani possano sentirsi tranquilli di curare i propri pazienti con il generico salvo, per l’appunto, vi siano evidenti motivazioni cliniche contrarie che li convincano a continuare a prescrivere il branded. Senza contare che la norma non vieta (né potrebbe farlo) di prescrivere i branded e tenendo rpesente che si lascia comunque al cittadino l’ultima parola se accettare o meno il generico al posto del “suo” farmaco d’elezione.

D’altra parte, e penso alle proteste di Farmindustria, le pur comprensibili preoccupazioni sull’andamento del mercato dei branded a brevetto scaduto appaiono molto deboli. Leggo che sul tema vi sarà un’Assemblea straordinaria dell’associazione. Va bene, mi sembra un’ottima idea, ma al suo interno penso che ci si dovrebbe interrogare più sul come rilanciare l’innovazione e quindi l’immissione in commercio di nuovi farmaci sui quali trarre il giusto profitto, piuttosto che arroccarsi a difesa di un mercato “vecchio” che, in quanto tale, è destinato per forza a perdere redditività. Monti o non Monti.

Cesare Fassari
c.fassari@hcom.it

25 gennaio 2012
© Riproduzione riservata


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