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Medici, sanità e rivendicazioni sindacali. Se si vogliono aprire vertenze in autunno attenzione a non ritrovarsi senza truppe

11 LUG - Gentile direttore,
ci si avvicina alla stagione autunnale ed è tempo che ci si interroghi sulle strategie e sul tipo di politica e di rivendicazione sindacale da mettere in campo.
Dopo un po' di tempo si riaffaccia anche la possibilità di riaprire una stagione contrattuale, ci sono piccole, ma pur sempre aperture, su aree di contrattazione, si discute di comma 566, di reparti a gestione infermieristica, di normative europee sui riposi... In un panorama politico asfittico, con un patto della salute praticamente già abortito, con un governo che non ha ancora aperto il capitolo della Sanità e con una regione che inizia a ripartire dopo vari mesi di stallo per campagna elettorale, motivi per riaprire una stagione, anche dura, di conflittualità sindacale, ce ne sarebbero a sufficienza.
 
Eppure,chi gira nei luoghi di lavoro e parla con gli operatori della salute, si rende conto che argomenti di questa portata, culturale e politica, non appassionano chi, giornalmente, mette in campo le proprie risorse per mantenere in piedi un SSN che, agli occhi dei più, sembra esistere solo sulla carta. Paradossalmente, parlare di disagio, in luoghi di lavoro dove il disagio è la norma, sembrerebbe non interessare nessuno.

 
È l'effetto, dannoso e disarmante, di anni di precarietà, di anni di lavoro in cui i diritti sembrerebbero un miraggio ed i doveri, giusto obbligo per chi vive e consente di vivere alla propria famiglia lavorando duramente negli ospedali, nelle cliniche, negli ambulatori professionali, i doveri debbono fare i conti con un sistema allo sbando, vittima anch'esso di una precarietà che dura da troppi anni.
 
È per questo che parlare degli argomenti citati, di non secondaria importanza, viene visto, in larga parte del paese, come un esercizio di retorica, come un argomento di valenza culturale, avulso dalla realtà che si vive tutti i giorni nei luoghi di lavoro.
 
È la fotografia di un paese diviso in due, dove, sostanzialmente, più che parlare di 22 servizi sanitari regionali diversi l'uno dall'altro, si farebbe più in fretta a parlare di aree geografiche, di regioni in piano di rientro, di differenze abissali di qualità percepita in termini di servizi, a seconda di dove si ha la necessità di vivere... E questo vale per chi dovesse avere la necessità di fruire di questi servizi ed anche per chi, istituzionalmente, questi servizi ha l'obbligo di erogare, o meglio, avrebbe l'obbligo di erogare.
 
Con una punta di amarezza, ma senza timore di sbagliare, si potrebbe affermare che l'unica costante che tiene unita la linea del Servizio Sanitario Nazionale, in questo paese lungo e stretto, è il fenomeno del malaffare. Magari si può declinare in modi diversi, si può passare dalla protervia della criminalità organizzata in alcune regioni, alla fine e cinica funzionalità di comitati di affari in altre regioni,ma sempre di malaffare si tratta... Ed i risultati sono, in fondo gli stessi e pesano allo stesso modo sulle tasche e sulle coscienze di tutto il paese.
 
L'analisi, magari dura ed impietosa, magari anche condivisibile o non condivisibile, espressa in queste mie righe, non vuole ci certo avere la pretesa di essere esaustiva di un fenomeno complesso e multifattoriale quale quello della offerta e della gestione della salute.
 
Altri, meglio di me, avrebbero fatto un’analisi più corretta, corredata da numeri, da algoritmi  e da dati prospettici... Diciamo che le mie sono considerazioni da uomo della strada, che, per anni e per lavoro si è dovuto calare in certi problemi e vivere e conoscere certe realtà sanitarie in tanta parte del paese.
 
Di una cosa però sono certo. Se si ha davvero l'intenzione di aprire, con la stagione autunnale, una vertenza sanità complessiva, che apra anche un contenzioso duro con governo e regioni, per troppi anni impegnati soltanto a far quadrare bilanci con l'accetta, senza una vera spending review, ma con l'unica costante di tagli lineari che hanno significato soltanto tagli di servizi, bisognerà ripartire anche da queste considerazioni semplici.
 
Troppo grande sarebbe il rischio di trovarsi a fare una guerra senza truppe. La moltitudine di colleghi che incontro sui luoghi di lavoro poche cose vogliono, ma cose semplici, che rendano migliori le loro condizioni di lavoro. Per fare in modo che possano seguirci in una battaglia che prevedo lunga e difficile, bisogna fare appello alle loro coscienze, ma soprattutto, intercettare le loro esigenze. 
 
Ovviamente, tutto questo potrebbe non bastare. Bisognerà aprirsi all'esterno, coinvolgere una pubblica opinione che, a volte, ci vede come parte del problema. Ed anche questo potrebbe non bastare. Coinvolgere parti politiche, associazioni di cittadini, categorie professionali che vivono la nostra stessa realtà professionale.
 
Anche questo potrebbe non bastare???  Beh...ne sono assolutamente certo...
 
Ma non provarci non sarebbe la soluzione.....
 
 
 
Giulio Liberatore
 
Segretario Generale Aggiunto COSMeD

11 luglio 2015
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