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Concorsi per primari. Trasparenza disperatamente cercasi

04 AGO - Gentile direttore,
certo che siamo un popolo strano noi italiani! Non facciamo altro che riempirci la bocca di parole pesanti come legalità, trasparenza, meritocrazia. Ma nessuno ha la voglia o meglio trova la il modo di dare un senso compiuto a questi termini.

Recentemente Raffaele Cantone presidente dell’Anaca nella relazione annuale dell’Autorità si è soffermato sulla sanità che continua a destare “particolare preoccupazione”: appalti, concorsi, accreditamento sono “le aree più vulnerabili” per le quali ha chiesto di adottare soluzioni ad hoc.
Ed allora, prendendo spunto da quanto affermato dal presidente Cantone, mi preme osservare ciò che accade in uno dei campi più sensibili. E lo dico per aver ascoltato l’esperienza diretta di tanti colleghi interessati: la gestione degli avvisi pubblici per direttore di struttura complessa, che una volta venivano chiamati concorsi per primario.

Ripercorrendo le tappe che attualmente contraddistinguono la carriera medica, viene in mente la trasparenza (talvolta fine a se stessa e non sempre finalizzata ad ottenere in futuro un buon professionista) con cui si organizzano le prove di ammissione alla facoltà di medicina (quiz a risposte multiple non discrezionali), oppure le stesse prove a quiz utilizzate per il concorso di ammissione alla scuola di specializzazione; in entrambi i casi, pur ammettendo qualche variazione sul tema, è chiaro che lo scopo dell’esaminatore è quello di stabilire la preparazione dell’esaminando al fine di stilare una graduatoria (quasi sempre) di merito nella maniera più trasparente possibile.


Perché, invece, per attribuire un incarico apicale di direttore di Struttura complessa, che costituisce l’ambizione più elevata per un medico ospedaliero, si procede con dei criteri totalmente diversi?

E’ possibile, dunque, che parole come legalità, trasparenza e meritocrazia non significhino più nulla e vengano mortificate sull’altare di una valutazione discrezionale, molto spesso distorta, di una prova orale che vale fino al 60% dei punti totali (talvolta anche oltre) o di una valutazione di un curriculum formativo-professionale (anch’esso di parte e quasi inappellabile quanto a errori grossolani fatti dalla commissione esaminatrice)? Ed i titoli di carriera?
Ricapitolando i punti cardine della valutazione del candidato primario c’è da dire che i titoli sono costituiti essenzialmente da quelli di carriera, da quelli accademici e di studio e dalle “pubblicazioni e dai titoli scientifici.

In linea di massima questi punteggi, calcolati secondo quanto dettato dai bandi concorsuali, sono quelli quasi sicuri nell’ambito dei quali è quasi impossibile barare. Sono i titoli che costituiscono il tesoro di ogni singolo candidato, il frutto dell’impegno professionale, scientifico e didattico di 20-30 anni di lavoro. A questi punti “quasi sicuri” si vanno ad aggiungere i punti per la valutazione del “curriculum formativo e professionale” che viene ad essere un’attribuzione quasi specifica della commissione, presentando ampi margini di discrezionalità e di parzialità ed i punti (di gran lunga i più numerosi) della “prova orale” che rappresenta l’apoteosi della discrezionalità, il libero arbitrio più totale e, per questo, basti considerare che i 10-15 minuti della prova d’esame valgono complessivamente, come punteggio, più di tutti i titoli accumulati nel corso di un trentennio.

Almeno due considerazioni sulla prova orale vanno fatte a questo punto:
- la prima è che si tratta di una prova “senza rete” ma anche “senza regole”. Le commissioni, infatti, possono decidere di giudicare i candidati sulle stesse domande (sorteggiate di solito a partire da un numero fisso delle stesse) o di giudicarli a partire da domande diverse (di solito sorteggiate estemporaneamente al momento);
- la seconda è che non possiamo non considerare mortificante che le modalità di selezione della figura apicale, la scelta illuminata della commissione d’esame (e della direzione strategica che la sottende) debbano per forza passare dalla adeguata risposta ad un paio di domande. Né più e né meno come nella prima e grande prova d’esame della nostra vita, quella della licenza elementare.

Succedono allora cose stranissime: succede allora che il candidato più fortunato e preparato!? possa scalare posizioni proprio con la prova orale e ritrovarsi primo e vittorioso anche se i titoli di una vita (carriera + accademici + di studio + pubblicazioni + scientifici + curriculum) lo vedevano soccombente, magari quinto o sesto in graduatoria.

Succede allora che il primo in graduatoria, prima della prova orale, possa diventare “secondo e sfortunato e, ancor prima di iniziare a discutere la propria tesina, abbia le stesse possibilità di vittoria dell’improvvido avventore che si cimenta nel “gioco delle tre carte” in prossimità della Stazione centrale di Napoli.

Cito un solo esempio di ciò che avviene di regola nei tanti concorsi della nostra Regione e riporto l’estratto di una delibera di un concorso a “primario”:
“dato atto dunque che la competente Commissione, conclusa l'attività di valutazione comparativa dei curricula, dei titoli e delle competenze possedute dai partecipanti, anche in aderenza al profilo professionale richiesto, ed espletato il relativo colloquio nei confronti dei candidati presenti alla prova concorsuale, ha formulato la seguente terna dei candidati idonei al conferimento dell'incarico de quo predisposto sulla base dei migliori punteggi attribuiti in ordine decrescente da presentare al Direttore generale per l'individuazione del candidato da nominare”:
 
N. Nominativo Titoli di carriera Titoli accademici e di studio Pubblicazioni e titoli scientifici Curriculum formativo e professionale Prova colloquio Punteggio totale
1 --- 22,400 3,000 0.020 8,000 39,000 72,460
2 --- 35,00 6,500 0.130 4,500 24,000 70,130



Ebbene, indipendentemente dai colleghi entrambi stimabili, è chiaro che la strategia utilizzata (e che si verifica per il 90 % dei concorsi) è l’annullamento più completo dei titoli di carriera ed accademici rispetto alla prova orale (che in questo caso finisce 39 a 24) ed al curriculum (che in questo caso finisce 8 a 4,5). Eppure si era partiti invece da 25,420 a 41,630 (valutazione dei titoli di carriera, accademici e scientifici).

Ed anche le recentissime “Linee guida per il conferimento degli incarichi di direzione di struttura complessa” emanate dalla nostra Regione qualche mese fa, dopo richiesta della Cimo-Fesmed del 7 dicembre del 2016 e dell’Intersindacale della Dirigenza medica, veterinaria ed Spta del 16 marzo 2017, volte ad eliminare queste storture, ratificano invece purtroppo la sconfitta della macroarea curriculum (oggettiva) rispetto alla macroarea colloquio (soggettiva ed ampiamente discrezionale).
 
Difatti a pag. 8 è detto: l’Azienda… assicura in ogni caso che la valutazione del colloquio assuma carattere prevalente rispetto alla macro area del C.V. e consenta l’assegnazione di punteggi in misura corrispondente). Eppure, sui concorsi a primario leggiamo: “valorizzare il merito, dare spazio a chi ha i titoli per ambire alla direzione di una Uoc è il modo più giusto per rilanciare ancora più la nostra offerta sanitaria” (Ciro Verdoliva D. G. Cardarelli quotidiano Roma 5 maggio 2017); “garantire una sanità di eccellenza valorizzando il merito” (On.le Raffaele Topo Presidente Commissione Sanità, Il Quotidiano del Sud 5 maggio 2017). 
 
Siamo tutti d’accordo. Ma di quale merito si parla? Quello oratorio, quello professionale o cosa? Questa è la realtà. E allora che fare? Bisogna iniziare a pensare a dei correttivi. Questo è tanto vero che l’Autorità nazionale anticorruzione ha più volte sottolineato che la gestione dei concorsi nella Sanità rappresenta un ambito particolarmente vulnerabile per eventi corruttivi per la messa in atto di condotte elusive delle ordinarie procedure di selezione. Allora, se questo è sacrosanto, non si può averne la consapevolezza e non suggerire delle soluzioni fattive ed operative che, quantomeno, tentino di ridurre l’ampiezza del problema. Allora quali correttivi potrebbero essere prospettati?

Nell’attesa di correttivi condivisi, perché non dare più valore alla “carriera” rispetto al colloquio impedendo oltretutto che ogni Azienda faccia di testa sua (difatti nella stessa regione ci sono Aziende che attribuiscono su 100 punti, 60 punti al colloquio, altre 50, altre 40). Perché non trovare nella stessa regione un unico comune denominatore, teso a premiare veramente il merito professionale conquistato sul campo e negli anni? Si badi bene che quando vi erano ancora i “concorsi a Primario” al colloquio erano assegnati soltanto10 punti su 100.

Certo non si può far finta di nulla e, anche senza voler arrivare ad assegnare questo peso del 10% al colloquio (10 punti su 100), bisogna pensarci, perché la sanità è ancora una cosa seria e perché la scelta più giusta, libera ed opportuna di un “primario” ospedaliero può condizionare l’aspettativa di salute di una popolazione tutta oltre che contribuire all’interno della Uoc alla creazione di quel “benessere organizzativo” che passa anche attraverso il riconoscimento da parte dei collaboratori che effettivamente il collega scelto è “il più bravo e il più preparato”.

E’ per questo che ci auguriamo che altre forze sindacali, le forze politiche e sociali e le rappresentanze dei cittadini prendano a cuore questo problema che noi stiamo segnalando da tempo.
 
Dott. Antonio de Falco
Segretario regionale Cimo

04 agosto 2017
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