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Ma dove va a parare la proposta di riforma del presidente Enpam?

Per il presidente dell’Enpam Alberto Oliveti, per risolvere le criticità della sanità, si tratta di contro-riformare il sistema pubblico quindi di rinegoziarne i valori dell’universalismo e dell’equità, per renderli compatibili con i limiti economici assunti come inevitabili. Per me è esattamente il contrario i valori non si rinegoziano e per risolvere le criticità si deve riformare il sistema per eliminare le sue contraddizioni e le sue diseconomie così rendere compossibili valori e realtà

27 DIC - Prima di Natale su questo giornale è uscito un articolo (QS 20 dicembre 2017) a firma del presidente della fondazione Enpam, Alberto Oliveti che ci dice due cose:
· per i medici è arrivato il tempo di cambiare,
· il cambiamento che serve è il sistema multi-pilastro.
 
Le sue tesi, come si può vedere, non hanno nessuna particolare originalità e le sue analisi, un po’ superficiali e sbrigative sulle “criticità”, non aggiungono nulla all’annoso senso comune sulla fine che deve fare la sanità universalistica.
 
Aderire ad un trend cioè adun orientamento significa esseretrendy ma nulla di più.
 
Essenziale, possibile, rispondente
Per Oliveti le tre parole chiave sono:
· essenziale quale traduzione del vecchio adagio neo liberista  “non si può dare tutto a tutti”.
· “possibile” una sorta di sottomissione passiva al concetto di limite,

· rispondenza vale a dire adattarsi  a tutto quello che capita per essere compatibili con tutto quello che capita.
 
Sono, a meglio vedere, le tre parole che alla fine tutti attingono, dalla vera ed unica acquasantiera di tutti gli anti-universalisti dell’ultima ora, vale a dire il libro bianco di Sacconi: “la vita buona nella società attiva": approvato dal governo Berlusconi il 6 maggio 2009.
 
Ovviamente l’autore della “questione medica” e della “quarta riforma” neanche sforzandosi per simpatia personale verso l’amico Alberto, può essere d’accordo con queste tesi, per la semplice ragione che, a parte il fatto che la minestra ormai la stiamo riscaldando da un sacco di anni (sempre quella), il presupposto di partenza è davvero diverso
 
Diverse idee di limite diverse strategie
Per Oliveti, per risolvere le criticità, si tratta di contro-riformare il sistema pubblico quindi di rinegoziarne i valori dell’universalismo e dell’equità, per renderli compatibili con i limiti economici assunti come inevitabili.
 
Per me è esattamente il contrario i valori non si rinegoziano e per risolvere le criticità si deve riformare il sistema per eliminare le sue contraddizioni e le sue diseconomie così rendere compossibili valori e realtà. Cioè per me i limiti non vanno subiti ma trasformati in possibilità.
 
Tra i limiti intesi come incontrovertibili e i limiti intesi come possibilità passa la stessa differenza che c’è tra la negazione o il ridimensionamento della sanità pubblica e la sua riaffermazione e, parlando di medici, tra:
· un medico invariante aggiogato ad una fraintesa idea di sostenibilità, messo a mercato in un sistema diseguale e regolato da tariffe e standard e linee guida quindi reso ancor più dipendente di quello che è,
· un medico altro che in un sistema universale mantiene la natura ippocratica della sua professione ma che nei contesti che cambiano cambia il suo modo di essere e di fare producendo ricchezza quale salute e quindi  emancipandosi da una idea sbagliata di sostenibilità. Il mio amato autore.
 
I significati politici dell’articolo di Oliveti
Ma per quale motivo l’articolo di Oliveti nonostante non dica nulla di originale non può essere ignorato?
 
Per due ragioni “politiche”:
· chi lo scrive non è uno qualunque, ma è la pietra che tiene su la  volta di un sistema che si basa sugli intrecci tra sindacati ordini e fondazione,
· si tratta di un articolo che “la butta là”  tanto per rompere il ghiaccio ma con una evidente funzione retroattiva  nei confronti del sistema sindacale  e ordinistico inteso nel suo complesso.
 
Oliveti alla fine parla da presidente Enpam per sé, per tutti, ma soprattutto, sarà un caso, dice un po’ meglio le stesse cose che dice il suo vero azionista di maggioranza, la Fimmg e… attenzione …. alla vigilia di un cambio di direzione alla Fnomceo che avverrà, come tutti sanno, sotto il brand Fimmg.
 
Quindi DF3 un discorso tre volte Fimmg.
 
Per un medico multi-in-tasking
La Fimmg, il sindacato del presidente Oliveti, si trova alla fine di un lungo periplo congressuale:
· che inizia nel 2001 con una idea di rifondazione della medicina generale di medicina,
· e che si conclude ma riconfermandone l’invarianza storica  salvo qualche adeguamento lessicale (Congresso 2017).
 
Il medico di medicina generale che sogna la Fimmg di Oliveti lo definirei con una battuta scherzosa multi-in-tasking per dire che egli nella sua invarianza:
· è un giocatore  al quale accordare  indifferentemente la possibilità di giocare in più campi di gioco,
· è una specie di “matta” nel senso  che “intasca” il valore che più  conviene al momento e alla situazione.
 
Per Oliveti, quindi, non si tratta di cambiare il sistema perché le cose vanno male, o perché la domanda di salute è cambiata o perché scopriamo improvvisamente la complessità della medicina, ma perché nella sanità depauperata si deve mettere in condizione il medico di medicina generale di restare quello che è e che è sempre stato, scegliendo per lui il sistema che a lui in particolare conviene di più.
 
Riassumendo: le cose vanno male e andranno sempre peggio per cui è meglio abbandonare la nave prima che sia troppo tardi, perché alla medicina generale questa situazione potrebbe costare non tanto il rinnovo della convenzione quanto la ridiscussione della sua autonomia.
 
White economy
Che Oliveti nel suo articolo usi più volte l’espressione “white economy” non è un caso. Egli intende collocare la sanità e/o la medicina generale nel settore dell’offerta privata dei servizi sanitari e di cura rivolti alle persone prendendo così posto, come medicina generale in un cluster produttivo dalle molteplici articolazioni e che va dall’industria farmaceutica e biomedicale fino alle badanti.
 
Ma siamo sicuri che la white economy vada bene a tutti i medici? Siamo sicuri che essa sia la cosa migliore per i nostri malati? Siamo sicuri che questa sia la strada per restare medici ippocratici?
 
Personalmente:
· credo molto difficile che quello che va bene alla Fimmg possa andar bene al resto della sanità,
· non sono sicuro che quello che propone Oliveti sia la cosa più conveniente per la Fimmg anzi  resto convinto che si possano tutelare i propri interessi in  altri modi,
· sono strasicuro che con la white economy ci guadagnano tutti ma non i malati.
 
Oliveti invocando la white economy mostra di credere che tutti problemi della professione siano risolvibili con i soldi e con il mercato. Purtroppo i soldi sono indubbiamente necessari ma non risolvono tutto. So che l’espressione “questione medica” a molti non piace (troppo impegnativa e compromettente) ma essa esiste e sia io che Oliveti non possiamo farci niente. Essa esiste anche per il presidente Enpam e per il futuro presidente Fnomceo, è inutile negarlo.
 
La proletarizzazione della professione
Oliveti parla di proletarizzazione della professione”, una espressione che non amo proprio perché appiattisce tutto a soldi.
 
E’ vero che ai medici non rinnovano il contratto da una vita ed è vero che essi sono sempre meno i detentori del loro capitale professionale, (quindi in questo senso sarebbe giusto definirli dei proletari), ma è, altrettanto vero, che la “questione medica” è prima di ogni altra cosa questione ontologica quindi identitaria e profondamente politica perché si riverbera sui diritti dei cittadini e sulla natura stessa della professione e della medicina.
 
I medici tendono ad essere medici senza più essere medici perché a forza di essere amministrati rischiano di diventare a loro volta algoritmi che camminano.
 
La “questione medica” ridotta all’osso è tutta qui. Che ad amministrare i medici sia il servizio sanitario nazionale o le mutue o le assicurazioni dal punto di vista del paradigma professionale non fa nessuna differenza.
 
Vedete, la “questione medica” sta alla crisi del sistema sanitario esattamente come la crisi del sistema sanitario sta alla questione medica. Il bastone è sempre lo stesso si tratta di capire da che parte prenderlo e impugnarlo.
 
Sa, Oliveti, perché, per risolvere la questione medica o la crisi del sistema pubblico, serve fare una vera riforma?
 
Le crisi co-emergono dal molteplice e dal molteplice devono venire le loro soluzioni ma per intervenire sul molteplice per forza di cose ci vuole un progetto riformatore che lo coordini.
 
Questo progetto non può essere la white economy.
 
Marchette e professione
Penso caro Alberto che prima di parlare di white economy dovremmo discutere come affrontiamo la questione medica.
 
Credo che sia una illusione l’invarianza del medico di medicina generale anche per lui vale il famoso “effetto regressione” cioè di quel medico che per restare fermo mentre tutto cambia è come se perdesse la sua natura di medico.
 
Già oggi i medici di medicina generale sono abbastanza snaturati dalla burocrazia, dai paletti loro imposti sui consumi sanitari, dalla costante de-professionalizzazione, dai vincoli sulla fantomatica appropriatezza.
 
Ma non pensate che nellawhite economy sarà diverso, al contrario si tratta di un sistema che per essere a mercato, si basa sulle “marchette” cioè su un sistema di prestazioni pagate a tariffa e che in quanto tale decide al posto del medico, chi curare e come curare.
 
Tra pagare la cura secondo tariffa e pagare la cura secondo diritti c’è una grande differenza.
 
Previdenza e  imprevidenza
Caro Alberto temo che non sarà il medico multi-in-tasking a risolvere il problema della proletarizzazione della professione ma sarà un altro genere di medico quello che grazie a un pensiero riformatore   tornerà ad essere in un sistema pubblico sostenibile il detentore quindi il proprietario del proprio capitale professionale.
 
Detentore significa:
· colui che possiede la propria professione,
· che la usa in modo ippocratico quindi al servizio degli altri,
· in un sistema basato sui diritti con delle regole circa la propria sostenibilità  economica,
· e che viene retribuito quale capitale professionale sulla base dei risultati.
 
Se il medico non sarà detentore o autore o shareholder della propria professione, per la professione, sia che ci sia la white economy o che ci sia una sanità pubblica definanziata, è finita, nel senso che la professione sarà altro da quella che avrebbe dovuto essere.
 
Per chi dirige una professione la previdenza non è solo un problema di pensioni cioè solo di soldi, ma è la capacità di programmare il cambiamento che serve per far fronte alle necessità professionali del futuro. Quali queste necessità?
 
E’ imprevidente anche se formalmente si definisce previdente colui che non sa rispondere in modo esaustivo a questa domanda
 
Ivan Cavicchi

27 dicembre 2017
© Riproduzione riservata


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