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Sciopero dei medici e dirigenti sanitari: le ragioni di una scelta

di Pierino Di Silverio

È una questione certo economica, ma anche di rispetto per categorie professionali che tengono in piedi un sistema sanitario pubblico che sembra vivere solo nelle parole, accolte da ipocriti applausi. Sciopereremo perché è il momento di rispondere con durezza, perché il senso di rabbia prevale, perché il tradimento che leggiamo nell’attacco alle nostre pensioni ci indigna. Perché non è servito morire di lavoro, ammalarsi di lavoro, cedere tempo di vita per il lavoro se la sanità è solo un costo su cui risparmiare

03 NOV -

Alla fine si arriverà allo sciopero. Dopo anni di sacrifici, promesse (non mantenute), confronti e discussioni, in questa finanziaria, come peraltro in quelle degli ultimi anni, per la sanità e per i suoi professionisti c’è poco. Quale è, allora, la differenza con il passato?

Non è il colore del governo, sarebbe semplicistico e non veritiero affermarlo. Di diverso c’è la condizione del Servizio sanitario nazionale che, a causa dei continui e lineari disinvestimenti operati negli anni, oggi è in stato terminale, anche perché il Covid ha accelerato il processo mettendo a nudo tutte le sue pecche. Di diverso c’è la condizione dei medici e dei dirigenti sanitari, provati non solo dai mesi della sindemia (limitarsi a questo sarebbe sbagliato), ma da una condizione che attiene al loro ruolo sociale, forse ancor prima che professionale, che con il tempo è andato peggiorando fino alla consunzione.

Arriviamo alla legge finanziaria dopo la firma della preintesa di un contratto che, se migliora le condizioni di lavoro, si rivela avaro dal punto di vista economico, essendo state stanziate, solo due anni fa, risorse insufficienti a valorizzare il lavoro all’interno della sanità pubblica, diventate poi irrisorie a causa dell’inflazione e dell’appartenenza alla pubblica amministrazione che ci impedisce di avere aumenti superiori a quelli concessi ad altri dipendenti. E meno male che durante il Covid è arrivato, in un sussulto di responsabilità politica e riconoscenza, l’aumento del 27% della indennità di esclusività direttamente in busta paga. Il miglioramento prima del decesso?


Alla finanziaria attuale chiedevamo un chiaro segnale economico, quale l’aumento o la detassazione di parte di una retribuzione che è fanalino di coda in Europa, gravata da una pressione fiscale che dà allo Stato il 50% del nostro stipendio prima ancora che arrivi nei conti correnti. Chiedevamo la possibilità di avere, finalmente, risorse congrue per il rinnovo di un contratto che segnasse un reale progresso delle retribuzioni e potesse discutersi non in ritardo di tre anni, dopo la scadenza, come avvenuto fino ad oggi.

Il risultato è stato nel complesso deludente. Sarà anche vero che i problemi della sanità non si risolvono solo con i fondi, ma è certo che senza finanziamenti congrui è impossibile farlo. L’incremento del FSN di 3,3 mld non tiene conto nemmeno del tasso inflattivo e va, in massima parte, al rinnovo del CCNL 2022-2024, per il quale sono stati stanziati 2,3 miliardi. Con i quali occorre finanziare, in percentuali ancora da definire, non solo il contratto della dirigenza medica e sanitaria, ma anche quelli sacrosanti dell’intero comparto sanità, a cominciare dagli infermieri, dei medici di medicina generale e degli specialisti ambulatoriali. Il che rende lo stanziamento per i medici e dirigenti sanitari di poco superiore a quello del contratto appena concluso e molto al di sotto (10%) del tasso inflattivo.

E, malgrado le promesse dello stesso Presidente del Consiglio, nessuna detassazione, né di voci stipendiali, come avviene nella sanità privata, nè del lavoro notturno e festivo, come concesso ad altri settori, tantomeno di quelle prestazioni aggiuntive necessarie al recupero delle liste di attesa per il quale si chiede ai medici, che già oggi lavorano più di 60 ore settimanali, ulteriore impegno orario, retribuito come previsto dal CCNL appena siglato.

Niente per le assunzioni, visto che il tetto di spesa rimane inchiodato al 2004.

In compenso, si foraggia la sanità privata con incrementi pluriennali in percentuale rispetto al PIL, rinforzando il ruolo dello Stato come suo miglior cliente.

In questo contesto già critico, mentre era ancora aperto un confronto con la politica per cercare risorse e sintesi, arriva il colpo di mannaia. Si cambiano in corso d’opera le regole pensionistiche, cosa che la vituperata Fornero non aveva fatto per il fondato sospetto di incostituzionalità, solo per una parte del pubblico impiego, tra cui medici e dirigenti sanitari. Una stangata che colpisce circa 50.000 di loro con un taglio dell’assegno previdenziale compreso tra il 5% e il 25% all’anno, da moltiplicare per l’aspettativa di vita. Colpevoli, forse, di avere scelto di restare, nonostante tutto, in un servizio sanitario nazionale che sembra non volerli più.

Una disposizione che finirà, ovviamente, per ripercuotersi sulle piante organiche alimentando la fuga, entro la fine dell’anno, di chi ha già maturato il diritto alla pensione, rendendo piu drammatica la gravissima carenza di specialisti alla base della lunghezza di liste di attesa che, a parole, si dice di volere ridurre.

Mentre cresce la crisi vocazionale per la mancanza di appetibilità del sistema di cure pubblico, con moltissimi posti lasciati deserti nelle scuole di specializzazione, specie di alcune, mentre esplode il fenomeno dei gettonisti, allargatosi dai PS alle sale operatorie, mentre cresce la marea di medici che in età non pensionabile fuggono dal sistema (4000 solo nel 2023), si colpiscono i medici e i dirigenti sanitari che nel sistema ci sono ancora e vorrebbero rimanere. Chi si è vantato di avere fermato l’esproprio dei conti correnti dei possibili evasori ha permesso l’esproprio delle pensioni dei professionisti della sanità pubblica.

È una questione certo economica, ma anche di rispetto per categorie professionali che tengono in piedi un sistema sanitario pubblico che sembra vivere solo nelle parole, accolte da ipocriti applausi, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Sciopereremo perché è il momento di rispondere con durezza, perché il senso di rabbia prevale, perché il tradimento che leggiamo nell’attacco alle nostre pensioni ci indigna. Perché non è servito morire di lavoro, ammalarsi di lavoro, cedere tempo di vita per il lavoro se, anche per questo Governo, la sanità è solo un costo su cui risparmiare.

Andremo avanti per ottenere più investimenti nella sanità pubblica, un maggiore finanziamento del nostro contratto di lavoro, il ritiro della norma anti-pensioni.

Confidiamo nella massima partecipazione dei professionisti e nella solidarietà dei cittadini, perché questa non è una guerra tra categorie, non è una guerra partitica, né tantomeno uno scontro generazionale, come strumentalmente qualcuno vorrebbe far credere, ma l’apertura di una vertenza per salvare il sistema sanitario pubblico e i suoi professionisti, o quel che ne resta.

Pierino Di Silverio
Segretario Nazionale Anaao Assomed



03 novembre 2023
© Riproduzione riservata

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