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Nature stronca il modello svedese? Perché quello studio non convince

di Alberto Donzelli

19 APR -

Gentile Direttore,
su QS il 13 aprile è comparso un articolo che sintetizza una pubblicazione di Humanities & Social Sciences Communications di dura critica al “modello svedese” di gestione della pandemia.

L’articolo riporta accuse al Governo e all’Agenzia di Salute Pubblica svedese di “approccio moralmente, eticamente e scientificamente discutibile”, in effetti presenti nel testo originale. Tra le varie accuse, si stigmatizzano ritardi nel raccomandare l’uso di mascherine in ospedali e case di cura, addirittura “attivamente scoraggiato” nella popolazione generale, nelle scuole e in altri ambienti. E in generale non aver adottato alcuna misura per il contrasto della diffusione del virus nelle scuole: “l’Agenzia della Salute Pubblica ha negato o declassato il fatto che i bambini potessero essere infettivi, sviluppare malattie gravi o diffondere l’infezione nella popolazione”.

Non intendo assumere le difese del modello svedese, di cui non ho approfondito né posso certo escludere criticità, ma mi limito a poche considerazioni sui risultati, a partire da quello più definitivo, la mortalità, basato sui dati di Eurostat che lo stesso QS ha da poco diffuso, in coerenza con altre fonti qualificate.

Quando si parla di mortalità è opportuno fare riferimento anzitutto alla mortalità totale, che incorpora gli effetti diretti e indiretti della pandemia, inclusi i benefici o i danni derivanti dalle strategie di contrasto adottate. In proposito si condivide il metodo riconosciuto attendibile dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: calcolare l’eccesso di mortalità rispetto ai 4 o 5 anni precedenti il 2020, metodo adottato anche dall’ISTAT nel nostro paese (mortalità media nel quinquennio di riferimento 2015-19) o da Eurostat (riferimento 2016-19).

Il citato articolo critico del modello svedese esordisce dicendo che “nel corso del 2020 la Svezia arrivò a registrare tassi di mortalità superiore di ben “dieci volte" rispetto alla vicina Norvegia”, ma il confronto è forzato e iniquo per tre motivi:

- nell’intero biennio 2020-21 e nel primo bimestre 2022 le differenze tra i due paesi non sono così marcate;
- la scelta della Norvegia come confronto è tendenziosa, trattandosi dell’unico paese europeo che nel 2020 ha migliorato l’aspettativa di vita della propria popolazione rispetto all’anno precedente;
- è anche un confronto con minori possibili ricadute operative per quanto può interessare agli italiani, cui potrebbe offrire maggiori insegnamenti un confronto proprio con l’Italia.

Riassumo dunque il confronto (dati Eurostat) in termini di eccesso mensile percentuale di mortalità (rispetto alla media 2016-2019) negli anni 2020-’21 e nel primo bimestre 2022 tra Svezia, Norvegia e Italia:

Come si vede, in tutto il 2021 (salvo gennaio) e nei primi mesi 2022 la Svezia ha presentato eccessi di mortalità minori dell’Italia, e spesso anche della Norvegia. Per sei mesi 2021 ha avuto una mortalità inferiore al quadriennio di riferimento 2016-‘19.

Quanto alle restrizioni adottate, lo Stringency Index è una misura composita di nove misure di risposta alla pandemia: chiusura scuole, di luoghi di lavoro, di trasporti pubblici, cancellazione eventi pubblici, restrizioni su riunioni pubbliche, mobilità interna, controllo viaggi internazionali, richiesta di stare a casa, campagne informative pubbliche. La misura va da 0 a 100 (massimo di restrizioni). L’indice attuale dell’Italia è quasi 54, simile a quello degli USA (per confronto quello della Cina è 75), quello del Regno Unito 13 e 11 quello di Svezia e altri Paesi Nordici.

Basando i confronti su dati, dunque, sembra ingenerosa la stroncatura della gestione pandemica svedese contenuta nei testi prima citati: pur applicando restrizioni minime a livello mondiale, che hanno salvaguardato economia ed equità sociale, la Svezia non ha avuto cattivi risultati rispetto all’indicatore più definitivo: la mortalità da ogni causa. Anche nel 2020 ha limitato la perdita di aspettativa di vita, dove partiva nel 2019 poco sotto all’Italia, arrivando però a scavalcare chiaramente il nostro paese nel 2020, pur pagando un prezzo minimo alla perdita di qualità di vita.

A questo proposito, la mappa dei paesi più felici al mondo (Happiest Countries in the World) mantiene la Svezia nel 2021 saldamente al 7° posto con 7,363 punti su un massimo di 10 (la Norvegia è al 6° posto, con 7,392 punti). La performance svedese è stata simile nel 2020: 7,353 punti, mentre nel 2018, anno d’esordio di questa speciale classifica, era al 9° posto. Anche rispetto a questo indice, che tiene conto di fattori come prodotto interno lordo procapite, supporto sociale, speranza di vita in buona salute, libertà di fare scelte di vita, generosità, percezione di corruzione, e di valutazioni sintetiche del campione rappresentativo di popolazione intervistata, l’Italia esce peggio: 6.483 punti e 28° posizione nel 2021, con punteggio un po’ minore nel 2020.

Per finire, l’articolo di critica conclude: “La risposta svedese alla pandemia è stata… caratterizzata da un approccio… mai discusso tra tutte le parti rilevanti… Le autorità coinvolte non sono state autocritiche e non si sono impegnate in alcun dialogo ufficiale e aperto… Un piccolo gruppo di cosiddetti esperti con focus disciplinare ristretto ha ricevuto un potere sproporzionato e indiscusso nel dibattito a livello nazionale e internazionale”.

A prescindere dai risultati (complessivamente buoni nel caso della Svezia), un metodo come quello descritto è di certo criticabile, ed è auspicabile che il nostro paese lo eviti. Per questo ci aspettiamo che anche voci critiche della comunità scientifica trovino spazio nella pubblica discussione, per arrivare al confronto scientifico costruttivo che chiediamo con le istituzioni sanitarie nazionali.

Dott. Alberto Donzelli
Specialista in Igiene e Medicina Preventiva, Comitato scientifico Fondazione Allineare Sanità e Salute e membro della Commissione Medico-Scientifica indipendente



19 aprile 2022
© Riproduzione riservata

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