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Sarebbe il caso di provare a trovare nuove soluzioni organizzative anche per i Dipartimenti di salute mentale

di Mario Sellini

12 LUG -

Gentile Direttore,
ha ripreso vigore ed interesse il dibattito sul ruolo della psicologia e degli psicologi nell’ambito dei servizi pubblici, così come delineato dai LEA, ed il rapporto delle discipline di psicologia e psicoterapia con ed all’interno dei Dipartimenti di Salute Mentale.

Quale modello o modelli operativi assumere, quali ipotesi e proposte operative implementare? Molti, forse troppo soggetti, più o meno interessati, discettano di ruoli e funzioni della psicologia nel Servizio sanitario. Per la prima volta la comunità professionale insieme alle strutture del Ministero della Salute, dell’ISS, dell’Agenas e delle Regioni, hanno elaborato un documento che costituisce, senza ombra di dubbio, un punto di riferimento importante.

L’elaborazione del documento ha richiesto mediazioni significative alle quali la componente professionale non si è sottratta. Il documento dovrebbe diventare la base per un confronto costruttivo con tutte le altre componenti organizzative e professionali del Servizio sanitario.

Nessuno dei principi fondanti l’assistenza sanitaria è stato disatteso. L’interdisciplinarietà, la multiprofessionalità, l’integrazione, la centralità del paziente/utente sono patrimonio comune e condiviso dalla comunità professionale degli psicologi.

Dei tanti temi oggetto del dibattito odierno, mi fa piacere soffermarmi su uno solo, definito ‘specificità organizzative’ e riferito alla Funzione aziendale di psicologia così come definita dall’articolo 20 della L. 18 dicembre 2020 n. 176.

Si è voluto rappresentare questa norma come se potesse diventare il grimaldello da utilizzare per demolire i concetti ed i principi fondanti la Salute Mentale e, per qualcuno, addirittura, la riforma basagliana.

Francamente e nonostante tutti gli sforzi possibili, non riesco a cogliere alcuna contrapposizione funzionale, strutturale, organizzativa tra la Funzione aziendale di psicologia ed il funzionamento dei Dipartimenti di salute mentale.

Gli psicologi sono ben consapevoli delle difficoltà in cui versano i DSM. Il depauperamento del personale, di tutte le figure professionali in esso presenti sta mettendo a rischio la capacità dei servizi di rispondere alla domanda di salute delle fasce di popolazione che si rivolgono a questi servizi. Una popolazione particolarmente fragile e che richiede interventi che richiedono una indispensabile capacità di integrazione multiprofessionale e multidisciplinare.

A me sembra che la Funzione aziendale di psicologia debba invece diventare stimolo ed occasione per aprire una discussione ed un confronto ampio sui nuovi bisogni di salute così come emersi a seguito della pandemia. Non possiamo far finta che la pandemia non ci abbia insegnato nulla.

Perché non cogliere l’occasione che ci fornisce la previsione della Funzione aziendale di psicologia e far fare, anche alle strutture deputate alla salvaguardia della salute mentale, quel passo in avanti che gli effetti della pandemia hanno dimostrato assolutamente indispensabili oltre che richiesti dai cittadini?

Perché non cogliere l’occasione per superare schemi e rigidità strutturali ed organizzative quando queste si dimostrano poco inclusive ed in molti casi e per intere fasce di popolazione, addirittura escludenti?

Ecco, forse sarebbe il caso di provare a trovare nuove soluzioni organizzative anche per i Dipartimenti di salute mentale. Sempre se condivise e ritenute necessarie.

Ed invece ci troviamo di fronte ad una chiusura preconcetta. Preconcetta ed immotivata, oltre che anacronistica.

Preconcetta ed anacronistica perché parte dal presupposto che la Funzione aziendale risponda a bisogni corporativi della professione. Niente di più sbagliato. Niente di più lontano dalla realtà.

Immotivata perché la storia dell’evoluzione organizzativa in sanità negli ultimi 30 anni dimostra esattamente il contrario.

I modelli organizzativi che, innovativamente, negli ultimi 30 anni sono stati, via via, implementati per neuropsichiatri infantili, infermieri, tecnici delle professioni sanitarie, ostetriche, assistenti sociali, hanno portato una ventata di aria nuova ed hanno senz’altro migliorato la funzionalità dei servizi.

Gli stessi Dipartimenti di salute mentale si sono dovuti confrontare con questi nuovi modelli organizzativi e non sembra che ci siano state difficoltà con le figure professionali degli infermieri, tecnici o assistenti sociali. Nessuno sembra aver messo in discussione il lavoro di equipe o la multiprofessionalità nell’erogazione degli interventi.

Quando sono stati attivati i nuovi modelli organizzati, nessun infermiere, nessun tecnico, nessun assistente sociale è mai ‘scappato’ dai Dipartimenti di salute mentale. Perché dovrebbero farlo gli oltre 2.000 psicologi che lavora attualmente nella salute mentale? Ed i cittadini ne hanno senz’altro ricavato effetti benefici.

Eppure l’attivazione della Funzione aziendale di psicologia suscita reazione e paure, pur non avendo nulla di diverso dalle strutture organizzative attivate a livello aziendale, di cui sopra. C’è chi, pur di ostacolarne l’attivazione, attribuisce alla stessa il potere di mettere in discussione il modello di assistenza sul quale si basa l’organizzazione dei Dipartimenti di salute mentale paventando disastri.

Perché questi timori vengono fuori oggi e non negli ultimi 30 anni quando sono state attivate le strutture aziendali per le professioni su citate?

Anche per questi motivi non comprendo le critiche ed in qualche caso l’aperta ostilità nei confronti della Funzione aziendale di psicologia, quando al contrario sarebbe utile sedersi interno ad un tavolo e discutere su come ‘far parlare’ i Dipartimenti di salute mentale con la Funzione aziendale, avendo come unico fine la salute dei cittadini.

Mario Sellini

Presidente Società Scientifica Form-AUPI
Componente Tavolo della Psicologia



12 luglio 2023
© Riproduzione riservata

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