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Come uscire dalla logica del cahier de dóleances

di Salvo Calì

31 LUG - Gentile direttore,
ho letto le sempre interessanti riflessioni e anche le dure critiche di Ivan Cavicchi al programma di governo del neo ministro della Salute, Giulia Grillo, quindi le osservazioni, che condivido ampiamente, di Luciano Fassari sulle eventuali coperture economiche e sul rapporto tra il dicastero di Lungotevere Ripa e il MEF, nonché sul governo giallo-verde e le “attese dei (suoi) fan”.
 
Faccio due doverose premesse. La prima riguarda il mio ruolo. Mi rivolgo in questa sede a Ivan, con il quale abbiamo condiviso nel passato spazi di confronto, e lo faccio esponendo il mio punto di vista, politico, che, pur figlio di una storia condivisa, è oggi strettamente personale, visto che da mesi non ricopro volontariamente alcuna carica nel sindacato (lo Smi, ndr.) di cui sono stato segretario generale e presidente e di cui sono ora un semplice iscritto.
 
La seconda nel merito delle questioni sollevate sempre da Cavicchi, ma anche dai molti interventi che si susseguono su Qs in queste settimane. È vero che questo governo è figlio di una forte richiesta di cambiamento, ma è altrettanto vero che questa spinta è stata accompagnata in questi anni solo da una aggressiva  pars destruens e da una altrettanto evidente assenza di una proposta organica e complessiva di riforma, di un respiro prospettico che possa iscriversi all'interno di una cultura riformista occidentale.
 
Fatte queste premesse è la pars destruens, appunto, il limite del neo ministro, l'asfittico recinto del contingente:  una lunga e interminabile lista della spesa di cose che non funzionano, di problemi da risolvere.
 
Un elenco, spesso confuso, di problemi, ampiamente noti, la cui soluzione è inquadrata nella prospettiva del...contingente.
Cioè priva di una visione di insieme all'interno della quale le criticità, pur rilevate, trovino una ipotesi di soluzione in una idea di cambiamento sistemico che, opportunamente, Ivan Cavicchi definisce 'quarta riforma".
 
Insomma, qualunque programma, anche quello di chi si auto definisce del “governo del cambiamento”, sarà un nulla di fatto, sarà retorica e propaganda, se non si mette mano alla parte normativa e alla governance, alimentando nel paese un grande e necessario dibattito sulla 'necessità' di adeguare il SSN alle nuove sfide della modernità, ai nuovi e per molti versi inediti scenari posti da una diversa domanda di salute.
 
Sarà l’ennesima “opera incompiuta” se la 'cassetta degli attrezzi' è ancora ferma alle norme del 1978, con le variabili organizzative introdotte nel 1992/93 di carattere prevalentemente economicistico, se i rapporti di lavoro restano ancora disciplinati da anacronistici  e inadeguati strumenti quali il contatto della dirigenza e le convenzioni.
 
Sarà una enorme presa in giro per gli stessi medici se la professione continua ad essere declinata nel recinto dell'autoreferenzialità a nostalgica e consolatoria difesa di uno status che non c'è più.
 
Sarà un inganno ai cittadini se la deriva del 'regionismo' continuerà a corrodere dall'interno i principi della equità e della solidarietà, ispiratori della riforma del 1978, e se le prestazioni, i prodotti declinati nel linguaggio economico,  non saranno, come in parte già sono, più omogeneamente esigibili ed equi.
 
Infine, sarà una truffa culturale se non si ha piena contezza che il declino del SSN si iscrive all'interno di un più complessivo declino delle politiche di welfare e, ancor più, che la legge di riforma sanitaria è figlia di una  stagione politica, certo contraddittoria, ma francamente  'riformatrice', che quella cultura della universalità, della solidarietà, dell'equità, del libero acceso alle cure e alla tutela della salute, affrancato dagli affanni del  bisogno economico, rappresenta una conquista di civiltà che prescinde dalle appartenenze 'politiche', ma che anzi rappresenta un patrimonio collettivo da salvaguardare, difendere e appunto 'riformare'.
 
Di fatto, se non si aggiorna l'analisi del contesto in una visione complessiva e, per quanto possibile, condivisa, non saranno certo gli aspiranti  'consiglieri del principe' in una malintesa concezione medioevale della politica a suggerire le soluzioni. Questi, nella migliore delle ipotesi, quando non ispirati da mere logiche di 'sopravvivenza' personale, potranno al più  suggerire i pannicelli caldi del dejà vu, arrabattandosi a tentare di risolvere i cronici problemi di una sistema il cui lento declino può essere arrestato solo da un vigoroso colpo d'ala che gli restituisca centralità pur in una fase di difficoltà a reperire risorse, anzi ancora più  necessario proprio per queste ragioni.
 
Assistiamo invece  alla frammentazione dei tavoli di trattativa, convenzioni e contratti, agli stalli nella contrattazione, ai soliti noti che si riciclano accreditandosi come rivoluzionari del cambiamento con il governo di turno, dopo aver sostenuto, più o meno acriticamente, tutti i governi dal dopoguerra ad oggi.
 
Consentitemi un esempio, molto attuale: le aggressioni contro i medici si ripetono con una cadenza  vergognosa e preoccupante, senza una risposta anche simbolica delle istituzioni, a partire dal massimo responsabile e titolare dell’ordine pubblico, il ministro Salvini che, invece, tace (pur parlando di tutto lo scibile umano).
 
Tuttavia, la soluzione proposta dal ministro Grillo, cioè quella dei medici come veri e propri pubblici ufficiali, peraltro reclamata da tempo anche dai sindacati, rischia di essere solo una cortina di fumo. Lo sostengono anche molti avvocati penalisti. Non solo: nel Pronto Soccorso in piena e completa emergenza strutturale, e con poco personale, dove i medici sono costretti a lavorare in condizioni oscene, in città dove esistono fenomeni chiari di criminalità ed è forte il disagio sociale, pensate che questo provvedimento, se approvato, sia un deterrente efficace?
 
Sia chiaro, credo che sia giusto fare questo intervento, è necessario ma non è sufficiente. Il nodo vero è più complessivo, parte dall’esigibilità della prestazione da parte del cittadino e coinvolge il principio dell’universalità delle cure, dall’accesso ai servizi al rapporto con il territorio, all'emergenza, alla continuità dell’assistenza h24, alla medicina generale e alla specialistica, ma anche dallo stato dell’arte delle strutture e dalle modalità dell’accoglienza, tutti fattori che reclamano una nuova visione della sanità pubblica, una urgente (ma non emergenziale) e complessiva riforma del Ssn, a margine della quale riscrivere e aggiornare i percorsi di accesso e formativi dei professionisti.
 
Partendo anche dalle coperture dell’attuale stato sociale, dalla nuova domanda di salute e dalla nuova e, forse, strutturale, situazione economica del mondo occidentale, non più una semplice crisi congiunturale.
 
Temi sui quali serve una elaborazione collettiva e autonoma, senza collateralismi   compiacenti con nessun governo e partito, che veda i sindacati, rinnovati e gli ordini riformati, tutti uniti, per quanto possibile, capaci di costruire e imporre, una agenda politica all’attuale Esecutivo. Non elemosinare uno spazio o un poco di attenzione.
 
Un movimento di medici, di forze sociali e di cittadini capace di rimettere in discussione le vecchie e superate certezze di un passato che non ritornerà  (quello del medico “rispettato e riverito”), in grado di fare rete e di costruire un nuovo soggetto riformatore. A questa sfida è chiamato il paese, a questa sfida è chiamato il neo ministro, Giulia Grillo. Capisco la pur necessaria lista della spesa, capisco il cahier de dóleances, ma la sola lista della spesa senza un respiro strategico finirà inevitabilmente per alimentare ulteriormente il cahier de dóleances.
 
Salvo Calì
Dirigente medico

31 luglio 2018
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