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Le patologie non si combattono con la burocrazia, ma con il metodo scientifico

di Francesca Bianchi e Chiara Rivetti

23 APR - Gentile Direttore,
morire soli. Consapevoli e soli. Questa è una delle grandi paure insite in ognuno di noi. Questo è il destino cui sono andate incontro tante persone che non hanno più parole per dirlo. Anziani e meno anziani, cittadini e chi li curava. Morti inevitabili? Tutte? Nelle epidemie un fattore determinante della letalità è la capacità di risposta del Sistema Sanitario.
 
Le curve che abbiamo imparato a conoscere, ci indicano che dove la capacità del Sistema Sanitario si satura aumenta la letalità. In realtà questo è vero sempre, anche in contesti non epidemici: nei Paesi con un buon Sistema Sanitario in situazioni ordinarie si cerca di equilibrare le risorse disponibili in base alle necessità “ordinarie” di salute della popolazione e questo è frutto di pianificazione.
 
Un Sistema sovradimensionato reggerà meglio l’impatto di una epidemia, un Sistema sottodimensionato reggerà peggio. Poi ci sono le risorse umane; le capacità e l’impegno degli operatori possono dare un po’ di elasticità al Sistema. Tuttavia anche impegno e competenze non possono compensare difetti strutturali e organizzativi oltre una certa misura. Tanto meno in una situazione eccezionale. Per le situazioni eccezionali servono i piani di emergenza. I medici sono le “sentinelle”, quelli che per primi si accorgono se ci sono situazioni che si discostano dall’ordinario e che individuano le criticità.
 
La nostra generazione di medici è cresciuta con l’insegnamento che con i problemi bisognava portare le soluzioni. Questo abbiamo fatto fin dall’inizio; non avevamo soluzioni in tasca ma utili suggerimenti che derivavano dallo studio e dall’esperienza sul campo. Ma ci è stato detto: ci pensiamo noi. Chi lo ha detto sono coloro che da troppi anni gestiscono la Sanità con la burocrazia. Burocrazia che ha preso una deriva autoreferenziale e sempre più lontana dai contenuti, direi kafkiana e che in genere il medico solerte deve affrontare come una corsa ad ostacoli per poter arrivare all’obiettivo primario di cura dei pazienti.
 
Di fronte all’emergenza ognuno ha fatto più del solito: medici e operatori sanitari si sono gettati a mani nude ad affrontare la malattia come potevano e i burocrati hanno moltiplicato la produzione di documenti che hanno intasato il sistema bloccando le attività che da subito sono apparse essenziali: individuazione e isolamento dei contagiati, protezione degli operatori. Ci è stato risposto che queste cose non erano così facili perché mancavano tamponi reagenti dispositivi di protezione e reti territoriali. Perché mancavano? Forse non c’era un piano pandemico? Forse non era stata segnalata emergenza il 31 gennaio? Quali documenti sono stati prodotti per sopperire alle mancanze?
 
A tutti i livelli, sono stati in fretta e furia prodotti documenti per sostenere che le protezioni non servono, che i tamponi non servono (fino a marzo in molte Asl si richiedevano sintomi e contatti con la Cina per un test diagnostico). Con la burocrazia si è cercato di sommergere la voce dei professionisti e degli scienziati, ma la biologia e la patologia non si fermano con una carta bollata: le malattie si combattono con il metodo scientifico. Se non impareremo nemmeno ora ad ascoltare i professionisti non ci saranno fasi 2, 3 ma solo 2-3 picchi.
 
Dott.ssa Francesca Bianchi
Segreteria Regionale Anaao Assomed Piemonte

 
Dott.ssa Chiara Rivetti
Segretaria Regionale Anaao Assomed Piemonte


23 aprile 2020
© Riproduzione riservata

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