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Il Covid e la favola del “miglior Ssn del Mondo”

di Ornella Mancin

11 GEN - Gentile Direttore,
a circa un anno dall’inizio della pandemia vorrei tentare qualche riflessione su come è stata condotta la battaglia contro il virus. L’arrivo del Coronavirus in Italia come nel resto del mondo ci ha trovato impreparati. Da tempo veniva segnalato il rischio concreto di una pandemia: ne aveva parlato Barak Obama nel 2014 “Dovremmo prepararci a una epidemia globale che si diffonde per via aerea”; a lui fece seguito nel 2015 Bill Gates che affermò che “Ciò che nei prossimi decenni ucciderà oltre 10 milioni di persone sarà molto probabilmente un virus altamente contagioso”. La stessa OMS nel 2018 affermò che “una grave epidemia internazionale potrebbe essere causata da un patogeno che attualmente non è noto per causare malattie negli esseri umani” (OMS 2018).
 
Si può quindi affermare che pur essendo stati allertati per tempo ben poco si è fatto per arrivare preparati ad affrontare adeguatamente la pandemia. In Italia in particolare pare che l’ultimo piano pandemico risalga al 2006, piano che veniva regolarmente rinnovato (ultimo rinnovo nel 2017)senza essere rivisto.
 
Presi alla sprovvista quando è esplosa la pandemia gran parte delle risorse disponibili sono andate a potenziare il sistema ospedaliero e le terapie intensive, come se scopo fondamentale del nostro agire fosse garantire un posto in terapia intensiva anziché evitare di arrivarci.
A un certo punto è parso chiaro che questo non era sufficiente e che bisognava agire sul territorio. Si è quindi iniziato a parlare di “potenziamento del territorio” , ma in realtà questo è rimasto poco più che uno slogan incapace di tradursi in azioni concrete significative.
 
Sono state messe in atto nel territorio una serie di azioni confuse e disarticolate tra loro dimostrando di non avere chiarezza di ciò che è necessario fare primariamente per combattere una pandemia.
 
Tutti i piani pandemici anche se obsoleti evidenziano l’importanza del sistema di sorveglianza epidemiologica, il primo in realtà che da noi è saltato per mancanza di mezzi e personale; ma anziché pensare di rafforzarlo si è pensato di “potenziarlo” mettendo i medici di famiglia( buoni per tutte le situazioni) a sostituire i medici igienisti e a fare quella sorveglianza attiva per la quale non hanno alcuna competenza. Il tutto senza neanche creare un coordinamento con i dipartimenti di igiene (i pochi esistenti).
 
In mancanza di idee, il potenziamento del territorio è diventato sovraccarico di lavoro per i medici di famiglia costretti (pena la revoca della convenzione) a fare i tamponi, i tracciamenti, gli isolamenti e a prescrivere le contumace e prima ancora a fare i test antigienici al personale della scuola risultati del tutto inutili. Sono state attivate le USCA (unità speciali di continuità assistenziale) per seguire i casi sintomatici di Covid nel territorio in accordo con i medici di famiglia, ma anziché potenziarle si è cercato di limitarne l’attività per paura che “rubassero” ruoli o funzioni ai medici di medicina generale (vedi il recente ricorso al Tar di alcune regioni e della stessa Fimmg contro la sentenza che stabiliva che spettava alle Usca di visitare i malati di Covid) il tutto senza tener conto dei rischi connessi al mescolamento di attività Covid e non-Covid sugli operatori e sulla popolazione e in assenza di qualsiasi corso preparatorio (per esempio su vestizione e svestizione, sull’esecuzione di tamponi, su come condurre una indagine epidemiologica).
 
Evidentemente il potenziamento del territorio tanto reclamato si è realizzato trasformando in Superman con il dono dell’ubiquità i medici di famiglia chiamati a fare qualsiasi cosa in qualsiasi luogo anche se sprovvisti di alcuna tutela (ai Superman non serve).
Caricati di compiti inutili( test sierologici per gli insegnati), costretti a mansioni inadeguate( tamponi) e sovraccaricati di competenze incongrue( da igienisti ) i medici di famiglia si trovano costretti a distogliere tempo ed energie alle cure di tutti gli altri assistiti con patologie croniche che si stanno trovando in forte difficoltà anche per il mancato o ridotto accesso agli specialisti, anche loro costretti a mettere il loro sapere a disposizione dei malati di Covid.
 
Forse in una gestione più oculata si sarebbero dovuti indirizzare gli sforzi maggiori per ricostruire il sistema di sorveglianza e l’operatività dei dipartimenti di sanità pubblica reclutando primariamente medici igienisti da far lavorare in coordinamento con i medici di famiglia e le USCA sotto una direzione in grado di avere un visone epidemiologica complessiva . Ora invece ognuno vede il suo pezzetto di “storia” e non l’insieme, ma il virus non conosce confini familiari o territoriali come ben sappiamo. La mancanza di un rete di collegamento e di un riferimento organizzativo hanno di fatto reso inefficacie il lavoro del territorio.
 
A una gestione poco accorta si aggiungono i limiti di un depauperamento del nostro SSN iniziato ormai molti anni fa e che ha portato allo smantellamento di interi ospedali a cui non ha fa fatto seguito il tanto declamato potenziamento del territorio: l’assistenza domiciliare è a macchia di leopardo, gli ospedali di comunità sono spesso una chimera e il sistema delle cure palliative in alcune regioni è ancora sulla carta.
A ciò si aggiunge il continuo trasferimento di risorse verso il privato e il profitto che in questi anni ha contribuito a rendere il nostro SSN sempre più fragile.
 
La divisone del nostro SSN in 21 regioni sta inoltre evidenziando come la sanità attualmente non stia offrendo tutela della salute a tutti in egual modo come la nostra Costituzione dovrebbe garantire.
Forse dovremmo smetterla di raccontarci di avere “la sanità migliore del mondo” e rimboccarci le mani per ricostruire il nostro SSN che idealmente esso sì è uno dei migliori esistenti se solo non lo avessimo saccheggiato.
 
Ornella Mancin
Medico di famiglia


11 gennaio 2021
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