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I tagli probabili, e sbagliati, alla sanità nel decreto Irpef

Nonostante il ministro Lorenzin sia disposta a “metterci la mano sul fuoco”, il decreto “Irpef”, dall’altro ieri in Gazzetta, rischia di tagliare eccome la sanità. Dei 700 milioni a carico delle regioni è molto probabile che una buona fetta diventino proprio di beni e servizi sanitari

27 APR - La metafora del secchio bucato dell’economista nippo-americano Okun ben si confà alla nostra sanità e alle sue risorse: ridurre il flusso di acqua nel secchio bucato può solo peggiorare il lavoro del giardiniere. Abbiamo la spesa sanitaria pro capite più bassa tra i principali Paesi EU, solo un pugno di regioni chiudono i bilanci in pareggio, la metà nell’emergenza dei piani di rientro, più di qualcuna commissariata e sub commissariata, qualità ed equità balbettano per l’inefficienza dei servizi alimentando la spesa privata che cresce.
 
Impossibile allora non essere con la Lorenzin quando dichiara di mettere le mani sul fuoco nell’evitare i tagli della spesa sanitaria nel decreto IRPEF. Però le mani del Ministro sono legate da diversi legacci, a cominciare dal Titolo V, che lascia piena libertà in merito alle Regioni. Nel decreto IRPEF non appare infatti alcun impedimento verso la sanità nel come, da oggi alla fine dell’anno, le regioni dovranno tagliare quei 700 milioni nell’acquisto di beni e servizi (non inganni l’incremento di 770 milioni negli anticipi dallo Stato per pagare i fornitori: sono “cassa” e non “competenza” e poi si rischia che lo stesso fornitore si veda da una mano della regione pagato dei beni o servizi resi da tempo e dall’altra ridurre i suoi contratti in essere).

 
La spesa SSN, 110 miliardi circa, pesa il 20% di tutta la spesa pubblica corrente, 500 miliardi al netto degli interessi sul debito e delle pensioni vere (che sono retribuzione differita): arduo confidare di ridurre contabilmente la spesa pubblica senza intaccarne la parte principale, un quinto. Insomma è come nella nota storiella del contadino che doveva traghettare il lupo, la capra e un cespo di cavoli con una barchetta parecchio piccola in cui poteva portarne solo uno per volta.
 
È dura salvare capra e cavoli, a fare in modo che le regioni taglino, fino alla fine dell’anno, 700 milioni di spese per beni e servizi (per l’anno prossimo si vedrà, ma i milioni da tagliare dovrebbero essere 1666) senza intaccare gli acquisti di beni e servizi sanitari.
La sanità assorbe l’80% in media dei budget regionali, sarà pressoché impossibile che i Governatori non peschino dagli acquisti di beni e servizi anche sanitari. Poniamo allora che raschino dal fondo del loro barile sanitario 600 dei 700 milioni dovuti. 600 milioni non sarebbero contabilmente una grande cifra, circa lo 0,6% della spesa SSN di 110 miliardi, meno dell’1% della parte destinata all’acquisto di beni e servizi (farmaci, apparecchiature, beni di consumo, sanità convenzionata, servizi non sanitari come pulizie, lavanderia, pasti, manutenzioni, ecc.).
 
Se i conti delle regioni non fossero mediamente così disastrati qualunque manager di sufficiente preparazione sarebbe in grado di limare quell’1% dai costi dei propri acquisti. Tra l’altro il decreto stesso offre gli strumenti normativi per intervenire contrattualmente. In questo caso con i suoi 600 milioni, la sanità, che appunto pesa il 20% della spesa pubblica corrente, contribuirebbe per l’8% alla copertura dei 6,9 miliardi del decreto. Il 20% contribuirebbe con l’8%; tagli non lineari, come voluto.
 
Ma, per i “caveat” di cui sopra (spesa inferiore alla media EU, Regioni in dissesto, qualità ed equità difforme, ecc., ecc.), sarebbe comunque sbagliato. Perché la contabilità deve cedere il passo. Bisogna finalmente iniziare a pensare in modo diverso. Innanzitutto affidando poteri di supplenza delle (troppe) regioni inefficienti, per dolo o per colpa, a un soggetto “terzo” davvero competente che chiuda finalmente i buchi di quel secchio, anziché continuare ad affidarsi ancora a chi spesso ne ha generato il deficit o comunque finora non è stato capace, per colpa o dolo, di risanarlo.
 
Per poi riflettere su una “visione” nuova sulla sanità che non sia guidata dalla mera leva finanziaria (tagli, piani di rientro o simili) in cui il pur necessario risultato di bilancio, qui sta il punto centrale, sia una naturale virtuosa conseguenza finale della buona gestione, non un obiettivo di partenza sul quale disegnare il processo (a tale proposito andrebbe finalmente avviata una riflessione sull’attuale adeguatezza della L. 502/92). Dove l’economia sia declinata nella propria accezione più nobile, come scienza sociale e non come algida contabilità.
 
Non la “scienza triste” di Carlyle ma al contrario l’arma buona per generare benessere, per utilizzare al meglio le risorse di e per tutti. Un’arma, però, da mettere nelle mani giuste. Sarebbe rivoluzionario se il prossimo imminente Patto per la Salute ne tenesse conto.
 
Fabrizio Gianfrate
Economista sanitario

27 aprile 2014
© Riproduzione riservata


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