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Decreto vaccinazioni. È autoritarismo sanitario

Il passaggio parlamentare ha senza dubbio migliorato il testo del Governo con particolare riferimento all’attenuazione del sistema sanzionatorio, alla non previsione delle misure drastiche sulla potestà/responsabilità genitoriale, alla previsione di vaccini monocomponenti, alla strutturazione dell’anagrafe vaccinale. I vizi di fondo della normazione legislativa sono però rimasti tutti

29 LUG - La conversione in legge del decreto vaccinazioni – DL 7 giugno 2017, n. 73 “Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale” -  induce a una serie di riflessioni.
 
Il passaggio parlamentare ha senza dubbio migliorato il testo del Governo – non ci voleva molto per la verità! -  con particolare riferimento all’attenuazione del sistema sanzionatorio, alla non previsione delle misure drastiche sulla potestà/responsabilità genitoriale, alla previsione di vaccini monocomponenti, alla strutturazione dell’anagrafe vaccinale.
 
I vizi di fondo della normazione legislativa sono però rimasti tutti. Per la prima volta un testo di legge impositivo di trattamenti sanitari viene approvato con la decretazione d’urgenza in assenza proprio dei presupposti di urgenza.
 
Dieci trattamenti sanitari obbligatori, ancorché non coercitivi, sono stati approvati prendendo come scusa l’epidemia di morbillo. Nessuno ha spiegato alla popolazione la reale misura deterrente di una epidemia che vede, come “mediana”  dei casi  i 27 anni di età, i colpiti dall’epidemia stessa. Le misure adottate nel decreto non hanno alcun carattere d’urgenza che sono state prese in casi consimili (esempio il DL 103/2003 relativo alla Sars). Sul decreto, inoltre, in sede di conversione è stata addirittura posta la fiducia legando la vita del Governo alla vita del decreto impositivo dei trattamenti sanitari.

 
I provvedimenti presi avranno effetti a medio e lungo termine. Sempre dai dati ufficiali risultano più operatori sanitari coinvolti di quanti siano i bambini sotto l’anno di età eppure sugli operatori sanitari non sono state prese misure.
 
Il decreto vaccinazioni è stata dunque un’operazione più di politica generale che di politica sanitaria. Quello che ha stupito è il clima che si è creato: si è rivendicato il diritto di restringere il dibattito tra tecnici e politici la più importante decisione di trattamenti sanitari obbligatori di sempre. La sottrazione al dibattito pubblico preventivo è stata elevata e giustificata alla massima potenza. Di “scienza devono parlare gli scienziati” e la “scienza non è democratica” lo abbiamo sentito spesso – e autorevolmente – ripetere. Sono affermazioni che ci fanno tornare indietro in tema di diritti.
 
Già anni fa Stefano Rodotà ebbe modo di osservare:
“Non è sostenibile che vi siano questioni di vita che, con l’argomento della loro complessità tecnica siano precluse al giudizio dei cittadini e debbano essere riservate a specialisti e politici. Per esse al contrario, è ormai sempre più necessario un coinvolgimento, in varie forme, dell’opinione pubblica, prima dell’intervento parlamentare” (La vita e le regole, Feltrinelli, 2009, p. 144).
 
Le questioni di vita e di salute non possono essere appannaggio di pochi – oggi addirittura rivendicate – e sottratte al controllo dei cittadini. Le politiche sanitarie devono essere dibattute, accettate e interiorizzate dalla popolazione e dalla pubblica opinione che è stata esautorata dalla decisione governativa e messa solo nelle condizioni di accettare o protestare nelle piazze.
 
I momenti partecipativi si sono drasticamente azzerati confermati addirittura dall’assenza di audizioni alla Camera in sede di conversione del decreto.
La partecipazione alle questioni di salute non è secondaria visto che abbiamo sottoscritto anche obblighi internazionali come la Convenzione di Oviedo sulla biomedicina in cui, all’articolo 28 ci impegnavamo, a sviluppare un “dibattito pubblico” sulle questioni delle biologia e della medicina con particolare riferimento alle “implicazioni di ordine medico, sociale, economico, etico e giuridico” e i relativi “appropriati confronti” (legge 145/2001, articolo 28).
 
Anche le istituzioni non hanno dato grande prova di sé reagendo con fastidio alle richieste di dibattito e confronto e abbiamo assistito al ripetuto intervento di “esperti” che non si sono messi al servizio del dibattito pubblico preferendo ritagliarsi il più ridotto  ruolo di “consiglieri del principe” (sempre Stefano Rodotà in tempi non sospetti) e riducendo a scienza ciò che è scelta politica.
 
Inaccettabile la riduzione machiettistica tra gli illuminati a favore del decreto e gli oscurantisti contro il decreto: una contrapposizione non rispettosa della complessità del problema e delle posizioni in campo.
 
Violiamo normative interne – spacciando per urgente ciò che urgente non è – e internazionali approvando una normativa che può essere incasellata in un autoritarismo sanitario sconosciuto fino ad oggi e che volutamente prescinde da ogni forma non solo di consenso ma anche del tentativo di acquisirlo.
 
La precondizione di acquisire il consenso, come è noto, è la corretta informazione e la relativa formazione. Sul punto il decreto dedica risorse limitatissime, circoscritte a poco più di 5000 insegnanti  - a fronte di una platea interessata di circa 500.000 unità – che a loro volta dovranno sensibilizzare i colleghi, gli “alunni e le alunne” e le “studentesse e gli studenti”. Un compito immane da svolgersi gratuitamente fuori dall’orario di lavoro. L’analisi è del Servizio di bilancio del Senato che conclude specificando che le risorse stanziate non sono “idonee a garantire l’effettiva realizzazione del programma formativo” stabilito dalla norma.
 
Per la popolazione – i genitori in particolare - solo spot televisivi del tipo “pubblicità progresso” che non hanno mai dato grandi risultati. Non viene previsto alcun confronto con i genitori, responsabili dei minori destinatari dei dieci trattamenti sanitari obbligatori, e tantomeno, alcun intervento formativo e informativo da parte del Servizio sanitario nazionale.
 
Non si è inoltre previsto il potenziamento dei servizi vaccinali e dei consultori che, avevamo notato, essere in sofferenza dalle politiche di taglio di spesa.
 
Resta in piedi anche la questione della costituzionalità di alcune norme quanto meno sotto il principio della proporzionalità dei provvedimenti presi e soprattutto, resta in piedi, il ricorso della Regione Veneto alla Suprema Corte.
 
Il decreto vaccinazioni è un provvedimento divisivo che acuisce la distanza tra gli scettici dell’efficacia delle cure impositive e le istituzioni che si pongono con trattamenti sanzionatori e che dovranno escludere da alcuni servizi educativi bambini non vaccinati. Grave resta il presupposto della “decadenza dall’iscrizione” a tutti i servizi per l’infanzia pubblici e privati. Le politiche dell’esclusione hanno da sempre un forte carattere regressivo e reazionario che portano pericolosamente indietro le lancette dell’orologio della civiltà.
Il decreto apre subdolamente la strada anche a nuove obbligatorietà future: tale si può leggere l’approvazione del comma 3 bis dell’articolo 2 che prevede un’autocertificazione della propria situazione vaccinale a carico di tutti gli operatori scolastici, sanitari e socio sanitari.
 
Si rinuncia alla “partecipazione consapevole” – espressione che ritroviamo in numerosi codici deontologici delle professioni della salute – a favore di interventi di autoritarismo sanitario.
Non penso si possa certo definirla una bella pagina della legislazione sanitaria italiana.
 
Luca Benci
Giurista

29 luglio 2017
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