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Dopo quasi due anni di pandemia i dati sulle terapie intensive sono ancora largamente inaffidabili

di Claudio Maria Maffei

15 NOV - Gentile Direttore,
il monitoraggio dell’andamento della pandemia dopo quasi due anni continua a presentare falle in più indicatori. La falla più inquietante, a mio parere,  è quella sul tasso di occupazione dei posti letto di terapia intensiva e quindi sul numero di posti letto di terapia intensiva disponibili in ciascuna Regione. Inquietante per due ordini di motivi: perché il suo criterio di calcolo non dovrebbe essere difficile e disomogeneo trattandosi di una variabile strutturale (il posto letto appunto) e perché questo indicatore influisce pesantemente sulla attribuzione della fascia di rischio alla Regione e sulla percezione della gravità della situazione pandemica da parte della popolazione che vi risiede.
 
La situazione delle Marche è esemplare, ma certamente non è molto diversa da quella di altre Regioni. Alla rilevazione quotidiana Agenas dei posti letto di terapia intensiva e di quelli occupati da pazienti COVID ieri alle Marche erano attribuiti 238 posti letto di terapia intensiva più altri 56 attivabili. Di questi posti letto 24 sono stati aggiunti pochi giorni fa quando il tasso di occupazione dei posti letto di terapia intensiva nelle Marche erano arrivati a superare il 10%.
 
Ovviamente l’incremento dei posti letto intensivi e l’abbassamento della loro percentuale di occupazione da parte dei pazienti Covid sono stati segnalati dall’Assessore come un successo con un comunicato stampa ufficiale della Regione. Il comunicato nel sito della regione l’hanno letto in pochi, ma gli articoli rassicuranti di giornale li hanno letti in tanti. Ecco qui uno dei tanti esempi.
 
Questi nuovi posti letto non hanno certamente personale assegnato (le Marche hanno notevolissime carenze di rianimatori e di infermieri e i circa 18 rianimatori in più e i 72 infermieri in più per quei posto letto non era possibile trovarli), ma hanno arricchito il numero di quelli strutturalmente disponibili in spazi idonei e con tecnologie adeguate e collaudate (almeno si spera). Certo non possono funzionare se non bloccando o riducendo altre attività.
 
Spero non sfugga che quello di cui stiamo parlando non è un fenomeno secondario, visto che la pressione sulle terapie intensive sul piano statistico serve ad attribuire la fascia di rischio, ma sul piano della organizzazione ospedaliera serve a identificare le situazioni in cui la pressione della  pandemia incide sulle altre attività dell’ospedale a partire da quelle programmate di tipo chirurgico. Una omogeneità dei criteri di calcolo e una validità dei dati dovrebbero dunque essere garantite e monitorate.
 
Purtroppo il disciplinare tecnico di questa rilevazione non aiuta. Lo troviamo nel  DECRETO-LEGGE 23 luglio 2021 , n. 105, in cui si dice che “il tasso di occupazione dei posti letto in terapia intensiva per pazienti affetti da COVID-19 va calcolato sui posti letto comunicati alla Cabina di regia di cui al decreto del Ministro della salute 30 aprile 2020, entro cinque giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto. La comunicazione può essere aggiornata con cadenza mensile sulla base di posti letto aggiuntivi, che non incidano su quelli già esistenti e destinati ad altre attività.”
 
Il buon senso e la lettura del Decreto dicono che dovevano essere comunicati e poi aggiornati i posti letto per il cui funzionamento non si incide sulle altre attività. E quindi che dispongono di proprie risorse. Solo così ha senso calcolare come prima soglia di rischio il 10% dei posti letto di terapia intensiva occupati da pazienti Covid, soglia superata la quale diventa probabile la riduzione delle sedute operatorie programmate. Ma i posti letto in molte Regioni non sono stati contati così.
 
L’andamento dei dati Agenas su posti letto e ricoverati nelle terapie intensive  è recuperabile qui a partire dal 16 novembre 2020. Proviamo a dare una occhiata ai posti letto segnalati in questa data. Come in tutte le rilevazioni quotidiane ci sono sui posti letto due colonne, una “posti letto” e una “posti letto attivabili”. Per logica la prima dovrebbe corrispondere ai posti letto “attivi”. A quella data le Regioni ne segnalavano come attivi 8423. Ieri erano saliti a 9079.
 
Gli incrementi percentuali maggiori sono risultati quelli di Emilia-Romagna (da 661 a 889) e Marche (da 164 a 238). Se poi guardiamo i dati di prima della pandemia i posti letto intensivi di partenza (ricavabili da una tabella delle Linee di indirizzo ministeriali per l’applicazione del DL 34/2020) erano 5.179 con un numero atteso a regime di 8.679 posti letto di terapia intensiva che oggi sarebbe addirittura stato superato in termini di posti letto attivi. Il dato più eclatante è quello del Veneto che oggi risulta disporre di 1000 posti letto attivi contro i 484 di prima della pandemia e contro i 705 previsti a regime post DL 34/2020.
 
Come minimo in questi dati ci sono clamorose disomogeneità tra Regioni e gravi incoerenze con i dati sul personale effettivamente disponibile per le terapie intensive. Di recente qui su QS Aaroi-Emac (il sindacato dei Medici Anestesisti Rianimatori e di Emergenza Urgenza) ha scritto che “fino al 2025 NON sarà possibile incrementare i Posti Letto di Rianimazione oltre gli attuali circa 6.000, a meno di non voler ridurre i requisiti minimi di qualità e sicurezza delle UU. OO. di Rianimazione al di sotto degli standard finora in qualche modo garantiti”. Secondo le Tabelle Agenas i posti letto attuali sono invece già 9.000.
 
Credo che sarebbe opportuno ridefinire bene, molto bene, le regole del gioco “Conto i letti di rianimazione” in modo da consentire un confronto utile sia sul piano del monitoraggio della pandemia che su quello del monitoraggio della evoluzione della organizzazione delle reti ospedaliere regionali e della stima del fabbisogno di personale che serve per quella organizzazione. Adesso ci si capisce poco davvero sia dell’uno che dell’altro.
 
Claudio Maria Maffei

15 novembre 2021
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