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Il ministro se la prende con i professori e i filosofi del niente

Non sono stato citato per nome e cognome ma nell’ultima audizione alla Camera sul federalismo fiscale e il regionalismo differenziato il ministro della Salute ha parlato di critiche, anche “massacranti”, che le sono pervenute da “professori, filosofi del niente”. Chissà se il riferimento era anche al sottoscritto...Proviamo allora a parlare un po' di filosofia

15 APR - “Io sono stata criticata, massacrata, insultata da professori, filosofi del niente”,così si è lamentata, a proposito di regionalismo differenziato, il nostro ministro della salute, nel corso di una audizione avvenuta davanti a senatori e a deputati, mercoledì 10 aprile 2019, ospite della commissione per l’attuazione del federalismo fiscale.
 
Grazie a QS (10 aprile 2019) che, con il solito spirito di servizio, ha pubblicato il video dell’audizione anche “i professori, filosofi del niente” hanno potuto seguire la relazione del ministro e il dibattito che ne è seguito. La relazione è a disposizione.
 
Vi consiglio di fare altrettanto. Vale più di mille analisi e di mille discorsi.
 
Vi avverto: non è esattamente come vedere un action movies con Bruce Willis ma se avete la curiosità di conoscere meglio il nostro ministro della salute, le sue politiche sanitarie, e il suo modo di pensare la politica, vi assicuro che non perderete il vostro tempo.

 
I filosofi del niente
(Primo omaggio filosofico al ministro Grillo)
Circa il “filosofo del niente” vorrei rispondere, al ministro Grillo, ma offrendole un pensiero filosofico, chiarendo, in premessa, che il “niente” non esiste quindi non è una realtà. Esso può essere solo un concetto filosofico che tenta di esprimere l’essere che non c’è, ma già immaginare il niente con un concetto non è impresa facile appunto ci vuole immaginazione e non tutti ce l’hanno:
-se il ministro dichiara di essere stata offesa da un “filosofo del niente” logica vuole che il ministro, lei per prima, debba essere considerata “niente”. Chi si occupa del niente non può criticare qualcosa che c’è,
 
- il ministro per definire un “filosofo del niente” deve concepire il niente come un essere, ma ciò facendo, cade nel non senso: l’idea che qualcosa, sia esso ministro o filosofo, esca fuori dal nulla è priva di senso perchécontiene in sé l’errore logico di considerare il nulla un essere. Il niente non è niente. Mi spiego meglio: una critica ad un ministro non può venire dalniente, non è possibile lamentarsi del niente, cioè qualcosa non può cominciare ad esistere all’improvviso. Se esiste un ministro allora la critica non è sul niente ma sul ministro,
 
- quindi se il ministro esiste ed esiste il Def, il federalismo differenziato, le mutue, il patto per la salute, allora chi si occupa di tutto ciò, quindi di tutto ciò che esiste, non può essere che un “filosofo di ciò che esiste”.
 
Come sosteneva Parmenide l’essere non è possibile che non sia e il non essere non è mai in nessun caso.
Troppo comodo dire “niente” quando si è criticati “per qualcosa”. Non crede ministro?
 
L’essere e il nulla
(*) (Secondo omaggio filosofico al ministro Grillo)
Signor ministro non sono tipo che alle sue parole, risponde affrettandosi ad appuntarsi sul petto le medaglie al valore conquistate in tante battaglie. Non ne ho bisogno. Ma una suggestione, legata oggettivamente alla nostra differenza generazionale e non solo, mi fa venire in mentre, restando nell’ambito dell’omaggio filosofico, “l’essere e il nulla”:
- l’essere una storia in questa sanità che ha contribuito a costruire e che difende ormai da 40 anni, ce l’ha, il nulla no,
- l’essere un pensiero per tirare avanti con questa sanità ce l’ha, il nulla no,
- l’essere può vantare una lunga esperienza politica e intellettuale, il nulla no.
 
Secondo il mio punto di vista, sia chiaro, assodato che il niente non esiste, lei è un ministro con poca storia, con poca esperienza, con un pensiero debole, né più e né meno di molti ministri che sono venuti prima di lei, per cui per me lei resta ontologicamente un ministro. Purtroppo. Quindi in nessun caso potrò mai dire che lei è “un ministro del niente” altrimenti se lei fosse niente non potrei criticarla. Siccome lei esiste, esiste il problema e se esiste il problema esiste la critica al problema. Supponendo che il problema siano le sue incompetenze e incapacità, fermo restando dei valori assoluti da difendere da esse, mi dia una sola ragione plausibile per farmi tacere.
 
I ministri come lei, proprio come tutto quello che esiste, non vengono mai dal niente, sono tutti “nominati” dalla politica e in genere provengono, salvo eccezioni, sempre da una tradizione di clamorosa incompetenza. Come si dice “non si nasce imparati” e non basta fare il medico legale all’Inps per essere ministri della salute. Per questo servono i professori e i filosofi.
 
Lei, anche se come ministro è stata “nominata” da un movimento nuovo e importante, un movimento che mi ha fatto sperare nella famosa “discontinuità”, non è in alcun modo un’eccezione a questa tradizione. Lei è intellettualmente uguale,  a coloro che hanno ridotto la sanità a come è ridotta e la sua audizione, di cui ora mi occuperò, lo conferma.
 
L’audizione
Prima di valutare l’audizione vorrei ricordare due cose che:
- chi ha ospitato ed ha convocato il ministro Grillo è “la commissione per l’attuazione del federalismo fiscale”
- l’odg, cioè la questione per la quale il ministro Grillo è stato convocato è: “attuazione e prospettive del federalismo fiscale e sulle procedure in atto per la definizione delle intese ai sensi dell’art 116 terzo comma della Costituzione”.
 
Il rapporto tra “federalismo fiscale e il regionalismo differenziato”, oggetto dell’incontro, ricordo è uno dei nodi principali, se non il nodo per antonomasia, del regionalismo differenziato. Siccome la natura finale del sistema viene a dipendere dal modo come esso è finanziato si tratta di definire la metodologia di finanziamento.
 
Il federalismo fiscale, come è noto, è una metodologia di finanziamento. Esso è un sistema di riscossione delle imposte gestito autonomamente dagli enti locali, Introdotto con l'art. 119 della Costituzione, che permette loro di avere una propria autonomia finanziaria di entrata e di spesa.
 
Federalismo fiscale e fabbisogni standard, ma che roba è?
Il ministro Grillo, nell’audizione, avrebbe dovuto parlare quindi di federalismo fiscale, ma con mia grande sorpresa, sconcerto e mi sia concesso anche con disappunto, (l’incompetenza non è mai un bello spettacolo) di tale questione, nella relazione del il ministro, non c’è traccia, neanche una parola, mentre per gran parte, essa, si limita a descrivere i problemi dei costi standard.
 
L’impressione è che Il ministro o chi ha scritto per lei la relazione, abbia preso fischi per fiaschi. O se no, abbia pericolosamente ridotto una questione complessa alla più assurda banalità. In nessun modo signor ministro il federalismo fiscale è riducibile ai costi standard. Esso è ben altro.
 
Giusto per ricordare al ministro di cosa avrebbe dovuto parlare, vorrei riferirmi al dossier preparato dal servizio studi del Senato “Il processo di attuazione del regionalismo differenziato” (n° 104 febbraio 2019) dove sono riportate le pre-intese tra regioni e governo, nelle quali, è indicata proprio la metodologia per dare corso al federalismo fiscale. Come mai il ministro Grillo, a questo proposito, non dice niente mostrando di non conoscere neanche la documentazione?
 
Nelle pre-intese, a proposito di federalismo fiscale, sono previste due fasi:
- nella prima funziona il parametro della “spesa storica”,
- nella seconda fase la spesa storica viene superata e sostituita con il criterio dei “fabbisogni standard”.
 
Cosa pensa il ministro della salute di questo passaggio? Vuole dire signor ministro, alla commissione quali problemi il federalismo fiscale pone alla sanità e in particolare quali problemi pone il passaggio dalla spesa storica ai fabbisogni standard?
 
Fabbisogni standard e costi standard
A rendere ancor più sconcertante la comunicazione del ministro Grillo, nel corso dell’esposizione interviene un altro vistoso fraintendimento, il ministro nella sua relazione, parla solo di “costi standard” mentre la metodologia relativa al federalismo fiscale richiamata nelle pre-intese, parla specificatamente di “fabbisogni standard”.
 
Forse il ministro non lo sa ma sono due cose diverse:
- i fabbisogni standard nelle pre-intese, sono misurati in relazione alla popolazioneresidente e al gettitodei tributi maturati nel territorio regionale in rapporto ai rispettivi valori nazionali,
- i costi standard, signor ministro, sono costi di produzione ottenuti supponendo condizioni operative normali.
 
Lei signor ministro, in audizione, anziché parlare di costi standard avrebbe dovuto parlare di come, il federalismo fiscale si riferisce ai fabbisogni standard e magari spiegare alla commissione, come misurarli cioè con quali criteri e di come garantire, attraverso di essi, l’universalismo del sistema.
 
Invece lei ha confuso il rapporto tra bisogni/risorse con i costi delle prestazioni o, come lei ha precisato, di classi di prestazioni, dando quasi per scontato che tali costi fossero facilmente standardizzabili. Quando in realtà, come lei dovrebbe sapere, non lo sono. La standardizzazione in sanità è sempre una approssimazione. Essa pone sempre un problema di equità, vero signor ministro?
 
Me lo lasci dire, signor ministro, se lei anziché riferire ad una commissione parlamentare si fosse trovata a sostenere un esame all’università, sul federalismo fiscale, mi avrebbe costretto a bocciarla.
Le avrei detto “lei non ha studiato. Torni la prossima sessione ”
 
Non aggiungo altro, mi sia permesso però, di sottolineare la gravità di un ministro che mostra al confronto con il parlamento di non conoscere le materie di cui si occupa.
 
Regionalismo differenziato
Vediamo ora cosa ha detto il ministro Grillo alla commissione a proposito di regionalismo differenziato. Mettendo insieme la relazione con le risposte alle domande ricevute, il ministro ha detto chiaramente che:
- lei è d’accordo per fare il regionalismo differenziato,
- le regioni hanno buoni motivi per chiedere maggiore autonomia,
- tutte le responsabilità politiche di questa situazione sono da ricondurre ai governi precedenti,
- i governi precedenti sono colpevoli di non aver risolto i problemi delle regioni costringendole ob torto collo a rivendicare maggiore autonomia
- altre responsabilità politiche sono da ricondurre all’opposizione dei sindacati che a sentire il ministro avrebbero ostacolato ogni ricerca di soluzione,
- ancora altre, questa volta riferendosi alla bollinatura, sono attribuibili a resistenze interne alle istituzioni.
 
Insomma la teoria del ministro è:
- io sono del tutto innocente,
- le regioni hanno ragione,
- le loro richieste vanno assecondate concedendo loro quello che chiedono (il problema c’è),
 
per il ministro Grillo, non è di nessuna importanza se facendo ciò:
- salta il SSN,
- il governo, quindi il suo, rinuncia a fare il governo cioè a mettere in campo altre politiche,
- e che saltando il parlamento si fa una specie di colpo di mano.
 
Una follia politica
Per questo geniale ministro in sostanza, il regionalismo differenziato è come un indennizzo politico, cioè si tratta di togliere poteri al governo, perché in passato è stato cattivo, per “versarli” sul conto delle regioni a titolo di risarcimento e permettere loro di risolvere i loro problemi.
 
Siamo in pieno “non sense”. Ditemi voi se questo è un ragionamento che un ministro della salute può fare in parlamento.
 
Siccome il governo non è stato capace di guidare le regioni e siccome “il problema c’è”, d’ora in poi alle regioni dico che possono fare quello che vogliono, quanto al governo che vada a farsi benedire.
 
La follia diventa farsa  quando il ministro alla commissione spiega le condizioni alle quali secondo lei il regionalismo differenziato dovrà essere sottoposto:
- le regioni dovranno in ogni caso rispettare i principi dell’unitarietà e dell’universalità",
- ai maggiori poteri delle regioni dovrà corrispondere un maggiore controllo da parte del governo.
 
Ma scusi signor ministro, non le voglio ripetere quello che ho scritto tante volte, e cioè, che il regionalismo differenziato, come è prefigurato nelle intese già intercorse tra regioni e governo, è fatto apposta per:
- superare sia il principio dell’unitarietà che quello dell’universalità,
- per sganciarsi dal controllo dello Stato centrale.
 
Se lei, signor ministro, davvero crede alle due condizioni che ha posto, mi permetta di suggerirle che lei avrebbe dovuto spiegare alla commissione la necessità di fissare due semplici principi:
- in nessun caso è consentito nella definizione del federalismo fiscale sostituire quale criterio per l’attribuzione e l’allocazione delle risorse alle regioni il criterio del diritto, cioè le risorse vanno date sempre in ragione delle necessità di salute della comunità, solo il diritto è garanzia di universalità
- in nessun caso è consentito alle regioni di disobbedire alle leggi di principio e a quelle varate dal parlamento, cioè in nessun caso è consentito alle regioni il laissez faire cioè di confondereautonomia con autarchia.
 
Senza poteri solo chiacchiere
Possibile mai, benedetta ministro, che non riesca a comprendere che se lei come governo perderà poteri poi non avrà i poteri che le serviranno per garantire i valori che, a parole, dice di voler difendere?
 
Ma si rende conto o no, che già ora il suo ministero è un guscio vuoto o se preferisce un eunuco castrato dalle forbici del Mef? Vuole perdere altri poteri? Ma se così fosse ci dica per quale ragione dovremmo tenerci un ministero per la salute?
 
Ma torniamo alle sue affermazioni sulla difesa dell‘universalismo e sul controllo centrale.
 
Mi permetta di ricordarle che nelle pre-intese a proposito di risorse finanziare i principali criteri richiamati sono:
- le risorse finanziarie saranno determinate in termini di compartecipazione o riserva di aliquota al gettito di uno o più tributi erariali maturati nel territorio regionale;
- le risorse dovranno essere quantificate in modo da consentire alla regione di finanziare integralmente le funzioni pubbliche attribuite (ai sensi dell'art.119, quarto comma, Cost.).
 
Signor ministro, lei che con troppa facilità blatera di universalismo e di controllo centrale, sa cosa vuol dire, per le regioni, finanziare integralmente la sanità con risorse maturate nel territorio?
 
Glielo dico io, vuol dire che lei, come governo, non avrà nessun potere di intervento su di esse e che le sue leggi nazionali non conteranno più niente e che con la sua programmazione al massimo potrà farci la birra.
 
Riascolti l’intervento del senatore Errani e rifletta sulle sue parole. Mi creda se uno come Errani arriva a dire, da regionalista convinto come lui non può non essere, che non è d’accordo a concedere alle regioni di fare quello che vogliono, allora vuol dire che il rischio di fare la frittata è proprio grosso.
 
La crisi dell’ordinario
Lei signor ministro, nei nostri passati rapporti, non mi ha voluto ascoltare e le nostre strade si sono, come era ovvio, divaricate. Oggi lei per me è un pericolo per la tenuta della sanità pubblica perché per non bagnarsi con la pioggia ci vuole qualcuno che sia capace di tirare fuori l’ombrello. Lei questo ombrello mostra di non averlo. Appena eletta la prima cosa che ha fatto è stato prendere le distanze da un pensiero di riforma, percepito evidentemente come un possibile limite alla sua autonomia di ministro, per cui da sola si è definita il “ministro dell’ordinario”.
 
Nella sua audizione ho notato che il suo linguaggio in 10 mesi di ministro è molto cambiato. Oggi lei dice, (ripeto vedete il video o leggete la relazione), che serve una “manutenzione straordinaria” che “bisogna cambiare la prospettiva” che “dobbiamo abbandonare i vecchi schemi” fino a dire, ed io sono d’accordo con lei, che la “spending review non basta”. Ancora non è arrivata alla parola “riforma” ma ci arriverà è solo questione di tempo. Ma come? Che fine ha fatto la sua linea sull’ordinario? Solo una principiante come lei, poteva credere di governare la sanità con gli spot e i twitter. Nell’audizione si è persino lamentata che non ha poteri per intervenire negli ospedali, e allora mi spieghi che ci va a fare? Cosa crede, che il regionalismo differenziato le darà i poteri per intervenire negli ospedali? A meno di non essere in barella, con il regionalismo differenziato, neanche un ministro potrà mettere piede in ospedale.
 
Conclusione
Def 2019. Confermata la crescita del Pil dello 0,2% per il 2019. L’incidenza della spesa sanitaria sul Pil scende fino al 6,4% nel 2022”.E’ il titolo di QS dell’ 11 aprile.
 
Si ricorda signor ministro, quando nella sua stanza, mi sforzavo di spiegarle che il rischio che lei doveva evitare era quello di presentarsi a Tria solo come un ministro di spesa, cioè un ministro che si limita a chiedere soldi? Sostenevo che la natura incrementale della spesa era più forte e veloce della crescita economica. Tentavo di convincerla a dotarsi di una forte e intelligente strategia per la sostenibilità (non entro nei particolari ma presto avremo modo di approfondirli).
 
Lei non ha voluto darmi retta e questa strategia il famoso “ombrello” oggi, che le cose vanno male, non ce l’ha, perché si è rifiutata di averla quando avrebbe potuta averla.
 
Ebbene questa è la vera responsabilità politica che le addebito.
 
Oggi se metto insieme la crisi economica, il regionalismo differenziato e la sua idea di seconda gamba, la vedo proprio brutta.
 
Ma mi creda non sono i problemi che mi preoccupano, ma sono coloro che come lei dovrebbero risolverli e che non hanno nessuna idea seria di come farlo.
 
Oggi il problema, per me, non è la tempesta, ne abbiamo superate altre e non meno veementi, ma il capitano che non sa distinguere i costi standard dai fabbisogni standard, che in parlamento fa scena muta sul federalismo fiscale, che non comprende cosa davvero voglia dire per la sanità il regionalismo differenziato.
 
Se questo SSN è andato avanti per 40 anni è perché “professori, filosofi del niente” come me, si sono battuti contro “esseri” (esseri per l’ontologia, ministri per la politica) come lei cioè contro l’incompetenza, il velleitarismo, l’avventurismo.
Sa quale è, signor ministro, il mio vero disagio, ma anche quello di molti altri miei colleghi, nei suoi confronti?
 
Le rispondo da filosofo che, le ripeto, ha visto nel suo movimento una speranza di cambiamento: è trovarmi di fronte, mio malgrado, ad una grande contraddizione che senza scomodare la schizofrenia, definirei tra “contenuto” e “contenitore”. Se lei anziché essere stata un ministro “nominato”, ribadisco “nominato” (se fosse dipeso dalla sanità lei mi creda sarebbe rimasta all’Inps) da Di Maio, fosse stata un ministro nominato da Berlusconi, da Monti, da Renzi, ecc., il mio disagio come per incanto sparirebbe.
 
Diventando lei un normalissimo ministro incompetente, tutto rientrerebbe nella normalità.
 
Ivan Cavicchi
(*) “L’essere e il nulla”è un saggio di ontologia fenomenologica pubblicato da Jean-Paul Sartre nel 1943.

15 aprile 2019
© Riproduzione riservata


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