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Asl-Azienda. Cavicchi: “Non è più tempo di apologie”

di Ivan Cavicchi

Anche perché cio che è in discussione non è l’azienda tout-court ma è il genere di azienda. Il problema non è rinunciare all’aziendalismo ma è riformarlo e profondamente. A partire dalla capacità delle Asl di adattarsi alle nuove complessità della sanità

30 MAR - Vi prego sull’azienda discutiamo onestamente, ma niente apologie. Che l’azienda abbia dei grossi problemi  è innegabile. Che gli operatori abbiano grandi difficoltà riconducibili all’azienda  non si può negare. Che l’azienda della 502 sia qualcosa che nel tempo si è rivelato inadeguato alla complessità della sanità pubblica, è una critica più che fondata.
 
Poi che l’azienda abbia indubbi meriti, rappresenti una significativa novità, e che come questione debba essere collocata dentro una problematica istituzionale finanziaria  e sociale più grande, non c’è alcun dubbio. Diciamo intanto una cosa: ciò che è in discussione non è l’azienda tout-court, ma è la forma, è il genere di azienda  che abbiamo avuto sino ad ora. Il problema non è rinunciare all’aziendalismo ma è riformarlo e profondamente. La Fiaso nella sua ultima assemblea annuale ha tuonato (si fa per dire) per “rilanciare la cultura dell’aziendalizzazione” (Fiaso newsn°1 gennaio/febbraio 2011). Di recente ha consegnato un documento al ministro Balduzzi dove propone di  rilanciare l’azienda aumentando i ticket a carico delle persone e nello stesso tempo ridurre le loro tutele, cioè i famosi livelli assistenziali garantiti. Al punto da beccarsi la giusta reprimenda dello Spi Cgil.

 
Nello stesso documento ci viene a dire che è indispensabile recuperare l’efficienza del sistema sanitario e  che bisogna razionalizzare l’offerta dei servizi. Ma  chiedo alla Fiaso: ma voi  che gestite le aziende perché sino ad ora non avete  ne recuperato l’efficienza e ne razionalizzato l’offerta? Non siete voi i manager? Perchè le vostre inefficienze o le vostre difficoltà, o gli impedimenti dei quali parlate, li volete scaricare sui cittadini e sugli operatori? Ogni giorno veniamo a sapere dai giornali di ruberie  a scapito della sanità, e voi che ci state a fare? Ieri Il presidente di Federsanità Lino Del Favero, persona seria che conosco da anni, ci fa la difesa di ufficio dell’azienda, ma Lino, amico mio, come si fa a negare che le cose vanno oggettivamente male. Permettimi di raccontarti una storia.
 
Nel 2004 il Cnel mi chiese di fare un lavoro di ricerca sui direttori generali delle Asl. Era il tempo in cui si credeva che tutti i mali della sanità fossero causati dai direttori generali e  tutti, dico tutti gridavano contro la loro tirannia. Si aveva bisogno di un capro espiatorio. Obiettai che non aveva senso fare una analisi sui direttori generali prescindendo da un’analisi sulla questione “azienda”e sulla strategia da cui era nata,e il dissidio su questo punto, mi consigliò di rinunciare alla ricerca (per altro ben pagata) e di procedere “a gratis” per conto mio. Nacque  il libro bianco sulla azienda, e di seguito quello rosso e quello verde (2005,2006,2007). Il quesito posto dal libro bianco era ”il modello di azienda è idoneo  rispetto alle complessità sanitarie oppure occorre inventarne un altro?” La risposta come potete immaginare fu “no, non è idoneo quindi bisogna pensare ad un altro modello”.
 
Oggi come sette anni fa, mi sento di confermare interamente l’analisi del libro bianco e che allora riassumevo con una serie di paradossi:
* indeterminazione, una norma istitutiva(502) che  non ha mai specificato il genere sanitario dell’azienda,da qui la necessità di definire una sorta di “azienda sui generis”, cioè qualcosa che si specifichi attraverso le complessità medico-sanitarie;
*  inconseguenza, avere come obiettivo formale la salute della gente  e  come obiettivo reale l’equilibrio di bilancio, la gestione delle compatibilità, il risparmio a tutti i costi;
* carattere controteorico cioè l’essere teorizzata  in un modo e l’essere realizzata in un altro;
* la razionalità aziendale, cioè il pensiero tipico che c’è dietro all’azienda pieno di anacronismi e  grossolane debolezze culturali ;
*  regionismo, la distorsione del regionalismo causata  dalla riforma del titolo quinto e dalle crescenti restrizioni finanziarie, che  ha fatto saltare la distinzione tra gestione e politica;
* l’economicismo, la negazione dell’economia quale scienza della complessità e la sua banalizzazione a puro amministrativismo contabile.
E altre cose....come  il non essere orientata alla domanda, il considerare gli operatori come delle lavatrici obbedienti,la gestione gerarchica tipica delle aziende manifatturiere, l’essere  una nuova forma di burocrazia, ecc.

Le apologie dell’azienda oggi sono ridicole. Oggi i medici ma non solo loro dicono semplicemente che esiste una  “crisi del modello aziendale”. Quando è nata l’azienda non si  aveva la minima idea di cosa essa dovesse essere per cui ci hanno rifilato quella universalmente applicata dalla teoria economica chiedendo alla sanità di adattarvisi. Oggi si tratta ragionevolmente di fare il contrario, cioè di chiedere all’azienda di adattarsi alla complessità sanitaria. L’azienda è nata debole e ha prodotto direttori deboli cioè una nuova  burocrazia che per sua natura non va d’accordo con le complessità mediche, infermieristiche ed altro. Riproporre stancamente  il vecchio adagio della distinzione tra gestione e politica,facendo intendere che se i direttori generali avessero le mani libere chissà quali miracoli, lo trovo un po patetico. I direttori generali sono i primi prodotti della politica, asserviti non tanto a qualificati e professionali rapporti di fiducia (magari!) ma a veri e propri rapporti di fedeltà. Se non sei fedele all’assessore(non se non sei bravo), “rauss”. Ieri il ministro Balduzzi alla Camera si è dichiarato pronto ad applicare i costi standard, lo sanno Fiaso e Federsanità che i costi standard finiranno ancora di più per snaturare e immiserire l’azienda? Credete a me: non è più tempo di apologie.

Ivan Cavicchi
 
 
 

30 marzo 2012
© Riproduzione riservata


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