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23 GENNAIO 2022
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Medici in fuga dal Ssn. Dalla Fesmed un appello a Draghi e Speranza

di Giuseppe Ettore

07 DIC - Gentile Direttore,
a conclusione del Congresso Nazionale FESMED abbiamo lanciato un forte richiamo al Ministro Speranza e al Premier Draghi. Negli ospedali italiani migliaia di medici hanno scelto di anticipare la pensione, migrare verso il privato o fuori dall’Italia. Oramai numerosi posti di alcune specialità non vengono coperti.
 
Le aziende sanitarie non trovano personale medico. Il fenomeno sta raggiungendo numeri allarmanti e il futuro dell'assistenza è a rischio. I pronto soccorso e i reparti di chirurgia si svuotano di medici, la crisi è una emergenza sanitaria e sociale.
 
In realtà la grande fuga dagli ospedali è già iniziata da tempo, Dai dati del conto annuale del Tesoro che fanno riferimento al 2019, risulta che il 2,9% dei medici ospedalieri ha deciso di dare le dimissioni: un'emorragia che pare essersi ulteriormente aggravata, specialmente in alcuni settori come quello dell'emergenza, con la pandemia Covid.
 
E' inaccettabile che ancora oggi non si sia fatto nulla per mettere fine alle numerose criticità della dirigenza medica, a stimolare il cambiamento delle politiche del personale e all’innovazione dei modelli organizzativi, come ha sottolineato Guido Quici, Presidente della Federazione Cimo Fesmed Anpo Nuova Ascoti Cimop.

 
Un dato significativo è il contratto di lavoro. Atteso da 10 anni, fortemente contestato ed in contrapposizione con altre OO.SS., siglato dopo la naturale scadenza del triennio 2016 – 2018, ancora oggi, in oltre il 90% delle aziende sanitarie risulta inapplicato, segno chiaro che i medici non rappresentano per le Regioni una priorità del sistema sanitario pubblico.
 
Ciò fa emergere con chiarezza l’incuria amministrativa nell’assicurare i diritti del personale, la scarsa sensibilità nel valorizzare i professionisti, i professionisti che all’improvviso vengono dichiarati eroi. Alla straordinaria capacità di resistenza e resilienza di chi lavora nel SSN c’è un limite.
 
Oggi non siamo più disponibili ad attendere né l’applicazione del vigente contratto a livello aziendale, né ulteriormente il rinnovo del CCNL 2019-2021 che dovrà tenere conto delle gravi criticità e contraddizioni che vive oggi la dirigenza medica nel nostro Paese.
Nel nuovo PNRR si parla di nuove centrali operative territoriali, ospedali di comunità, distretti, case della comunità. Purtroppo le parole riforma, governance e professionisti sono le grandi assenti.
 
Si dà per scontato che l’attuale sistema territoriale funzioni bene e che gli ospedali non sono un problema. Un appropriato utilizzo delle risorse potrà avvenire solo se le innovazioni e la digitalizzazione del SSN saranno funzionali a modelli assistenziali territoriali ed ospedalieri ridisegnati per la piena integrazione di servizi, supportate da adeguati standard di personale, da una vera sinergia tra professionisti e significativi investimenti nella formazione.
 
Il Paese necessita, da una parte una profonda riforma del SSN e dall’altra un finanziamento più appropriato e coerente del Fondo Sanitario Nazionale per evitare che la perenne insolvenza di alcune Regioni in piano di rientro, costrette a reperire risorse ulteriori per attuare i LEA, pongano significativi ostacoli come per l’ultimo rinnovo contrattuale. Se la sanità pubblica continua ad essere marginalizzata perché le procedure, la programmazione e gli interventi non sono coerenti con i reali bisogni di assistenza sanitaria, emerge sempre di più la nuova sanità “sostitutiva” fatta di committenza, assicurazioni, fondi sanitari e task shifting.
 
Per dare assistenza adeguata ai cittadini, ha ricordato Michele Saccomanno intervenuto in rappresentanza di Anpo-Nuova Ascoti, occorre in primo luogo migliorare le condizioni di lavoro del personale della sanità.
 
È inutile creare posti letto se non c’è personale adeguato. Sono necessari interventi in favore della categoria, soprattutto in un momento come quello attuale in cui ci si trova a combattere in prima linea contro l’epidemia da Coronavirus. Occorrono misure per la valorizzazione del lavoro dei medici, oggi in carenza numerica, malpagati, esposti a rischi ed aggressioni verbali, fisiche e legali.
 
Tra i temi congressuali forte richiamo è stato rivolto al monitoraggio e verifica dei piani didattici e formativi delle scuole di specializzazione, specie nelle aree chirurgiche, per omologare le competenze dei nostri giovani neo specialisti agli standard assistenziali ed europei. Il dimezzamento inoltre dei posti di primario e la crescente copertura da parte di personale universitario, in nome di convenzioni “ad hoc” e non per concorso pubblico, ha finito per demotivare tanti medici a proseguire una carriera oramai senza più sbocchi.
 
Un trend che determinerà un abbandono del posto pubblico in favore di quello privato o verso altre sedi europee, al momento, in un caso su tre. A questi si aggiungerà, inoltre, chi accetterà il pre pensionamento perché ormai l’avanzamento è diventato un miraggio.
 
Lavorare in ospedale non deve essere una sofferenza perché il disagio crescente dei professionisti, sommandosi alla crisi di fiducia dei cittadini, a fronte delle tante prestazioni negate, erode la sostenibilità e la credibilità del sistema sanitario quali che siano le risorse investite e farà crescere sempre più la fuga dei medici ospedalieri dal servizio pubblico per l’eccessivo carico di lavoro, carenza di personale, rischiosità, cattiva organizzazione, scarso coinvolgimento nelle decisioni, retribuzioni non adeguate, tutela legale e assicurativa (a 4 anni dalla legge 24/2017, giacente ancora nei cassetti del MISE).
 
Che senso ha avere in Italia tantissimi medici che sono indagati, sottoposti a processo penale, civile, e amministrativo-contabile? Di certo non serve alla qualità della classe medica e del SSN. Certamente vengono commessi errori in medicina, ma l’errore è un rischio tipico della funzione sanitaria con valenza multifattoriale. Porla a carico del singolo medico è grave, nonché ingiusto, un errore politico e istituzionale.
La vera riforma del SSN deve ripartire proprio dai professionisti e dobbiamo frenarne la fuga a causa delle numerosissime realtà non attrattive e ad elevato rischio per i pazienti e i professionisti stessi.
 
Dobbiamo fortemente guardare al futuro, ce lo impone la nostra professione, la nostra deontologia, il nostro impegno con i pazienti e sorvegliare con fermezza le tante criticità che hanno messo in forte crisi il SSN come la vocazione dei giovani alle branche specialistiche oggi divenute meno attrattive (chirurgia, ortopedia, ostetricia, medicina e chirurgia d’urgenza, anestesia , pediatria).
 
Serve soprattutto rafforzare il nostro ruolo nella governance della sanità e restringere sempre più le anomale manovre politiche partitiche e lobbistiche mirate a indebolire il ruolo dei professionisti e la sanità pubblica.
 
Una sessione congressuale è stata dedicata infine alle nuove competenze per la Fesmed. Dopo le modifiche statutarie per la creazione della Federazione, Fesmed continuerà a lavorare costantemente e in forte sintonia con le OO.SS. federate e delle Società scientifiche sensibili alla difesa e valorizzazione del medico nel SSN.
 
Giuseppe Ettore
Presidente Nazionale FESMED

07 dicembre 2021
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